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martedì 13 settembre 2011

Diritto alla bellezza e vanità necessaria

La bellezza può essere considerata un nuovo diritto? Se lo sono chiesti, sollecitati dal Corriere della Sera ("La bellezza può diventare un diritto?"), diversi studiosi ed intellettuali italiani sollecitati a rispondere all'interessante articolo dell'antropologo Alexander Edmonds pubblicato sul New York Times ("A necessary vanity").

La domanda non è sciocca come potrebbe sembrare: l'arco dei diritti tende naturalmente ad espandersi includendo "diritti" che un tempo sarebbero sembrati assurdi. Sembra ragionevole prevedere che nei prossimi anni questo genere di dibattito non potrà che diventare più urgente: se la chirurgia estetica dovesse diventare veramente diffusa, il mancato accesso a queste misure (per motivi economici) potrebbe veramente tradursi in una sorta di handicap.

Entrando nel merito, tuttavia, affermare che esiste un diritto alla bellezza è estremamente astratto: come definire la "bellezza", e quindi i parametri minimi al di sotto dei quali intervenire? Lasciando la libertà totale agli individui di modificare l'aspetto del proprio corpo a spese dei contribuenti, o al contrario istituendo dei criteri oggettivi finendo quindi per fabbricare individui in serie? In un'epoca di contrazione della spesa pubblica entrambe le prospettive sono assolutamente improbabili; ma la questione sembra meritare una risposta.

E ancora: è giusto legittimare con affermazioni di questo tipo il successo della società dell'apparenza, o è forse il caso di continuare a fare controcultura per combattere ed incrinare la tirannia dell'immagine? Ancora: la chirurgia plastica (perché di questo si tratta) è veramente efficace per il miglioramento dell'autostima, o al contrario la bassa auto-stima si fonda su basi che vanno ben al di là della misura del seno o del numero di rughe?

Edmonds parla da antropologo: riconosce il fatto che, in un determinato contesto sociale, la poca bellezza preclude la mobilità sociale e si configura come un handicap. Ma fra questo e l'affermazione programmatica della bellezza come diritto ce ne passa; e spetta alla politica ed alla filosofia condurre il dibattito per trovare gli antidoti a questo inquietante paradosso.

lunedì 29 agosto 2011

Teoria del resoconto di viaggio

E’ presuntuoso e pericoloso credere che i viaggi ci possano permettere di conoscere e comprendere veramente storie, persone e situazioni.

Per prima cosa, i luoghi che attraversiamo viaggiando sono spesso troppo complessi e troppo ingarbugliati per poter essere letti senza errori. In secondo luogo, il viaggiatore parte per l’esplorazione con un bagaglio pregresso di pre-giudizi, di conoscenze, di compagnie e di letture che orienteranno il suo sguardo una volta sul posto. Allo stesso tempo, lo sguardo del viaggiatore si trova una volta sul posto inevitabilmente abbagliato da troppe cose: non ultima, la ricerca di sé stesso e della risposta alle proprie domande ed esigenze parziali e particolari. Infine, gli stessi luoghi e le stesse persone che fanno da sfondo al viaggio tendono a mettersi di fronte al turista come “in posa”, allestendo a suo uso e consumo alcuni aspetti e lasciandone pudicamente oscuri altri. 

Ciò nonostante, colui che viaggia con gli occhi e con il cuore aperto ha l’opportunità di lasciarsi impregnare di sensazioni, di impressioni, di emozioni e di aneddoti, che si sedimentano fino a creare un punto di vista, un’interpretazione, una prospettiva che può contribuire – insieme alle altre – a comporre un’immagine più veritiera di quel mondo; un’immagine che può avere un qualche valore anche agli occhi del semplice lettore. Inoltre, colui che viaggia trasforma l’altrove altrimenti inconsistente ed astratto in qualcosa di vivo: popoli e storie, informazioni ed emozioni, entrano a far parte della biografia del viaggiatore e questo spazio popolato e reso concreto diventa un luogo di famiglia, spingendo il viaggiatore a ravvivare – una volta tornato alla vita “normale” – la conoscenza e la relazione con quell’altrove ora un po’ più reale.

La convinzione di aver capito e compreso porterà il viaggiatore che racconta ad ingannare il lettore (e sé stesso) rafforzando pregiudizi e semplificando in maniera avventata le cose. Al contrario, la consapevolezza di aver sviluppato una propria parziale visione delle cose aiuterà chi racconta ad alimentare il desiderio di capire ma anche la consapevolezza della complessità e della gravità delle cose e delle parole.

venerdì 11 marzo 2011

Il potere della metafora e la natura manipolatoria della comunicazione

Connotare il racconto di una storia attraverso l'uso di metafore, influenza il modo in cui l'ascoltatore interpreta i fatti

Un'ennesima conferma sperimentale arriva da uno studio di psicologia sociale, i cui risultati (in originale sulla rivista online open source Plos One) sono riportati dal Corriere della Sera. A quasi 500 studenti è stato sottoposto un articolo in cui si ricostruiva, dati alla mano, un consistente aumento del crimine in una città di fantasia; unica differenza, il fatto che nell'articolo letto da metà dei soggetti il crimine veniva definito "bestia" mentre nell'articolo letto dall'altra metà "virus". Gli studenti che hanno letto l'articolo in cui il crimine veniva definito "bestia", si sono rivelati nel complesso maggiormente propensi a sostenere misure di tipo repressivo (71%), mentre gli altri studenti (sottoposti alla versione "virus") hanno mostrato una minore propensione alle misure forti (54%) ed una maggiore propensione alle misure rieducative. Infatti, "se evoco la parola "bestia" creo un ambiente che è quello della foresta, selvaggio, dove uccidere è normale. Mentre invece se mi muovo nell’ambito "virus", evoco un ambiente medico, cioè curativo, e quindi la bestiolina non è da uccidere ma si può recuperare" ha commentato Marco Villamira, docente di psicologia della comunicazione. Inutile dire che sia gli studenti della versione bestia che gli studenti della versione virus hanno affermato di essersi basati unicamente sui dati citati (identici).

L'articolo non scopre nulla di nuovo, ma è significativo per due motivi collaterali. Primo: l'articolo è collocato dal Corriere della Sera nella sezione "Salute", a mostrare come le scienze sociali non abbiano alcuno spazio nel giornalismo contemporaneo (la sezione "Cultura e Società", dove presente, non è altro che una discarica di gossip, pubblicità occulte di prodotti e curiosità prive di sostanza). Secondo, il titolo stesso ("Il potere di persuasione (occulto) della metafora") che viene dato all'articolo è a sua volta manipolatorio, perché contribuisce a connotare il fenomeno in maniera negativa, fosca; come se vi fosse un grande burattinaio, da qualche parte, ad organizzare il mondo a suo piacere trattandoci come stupidi pupazzi. Le cose sono un pò più complicate; in ogni caso anche il paradossale potere manipolatorio della titolazione  di un articolo in cui si stigmatizzano le manipolazioni non è per nulla strano: ogni forma di comunicazione è manipolatoria.

Consiglio per la lettura: Guido GILI, Il Problema della Manipolazione: Peccato originale dei Media?, Franco Angeli, 2001.

martedì 1 marzo 2011

L'esotismo nell'altro che fa all'amore

L'editrice Compagnia delle Lettere ha indetto un concorso, "Sensuali latenze", dedicato alla "poetica dell'altrove in una relazione erotica". 

Secondo l'editrice, il "migrante" si caratterizza per un bagaglio culturale che influenza addirittura il linguaggio del corpo e quindi i modi secondo cui la sessualità viene espressa e praticata all'interno delle coppie miste. "Per ricostruire la sua nuova identità, per trovare l'equilibrio nella perenne oscillazione fra due mondi, fra nostalgia e speranza, (il migrante) ha estremo bisogno di relazioni, di calore e di affetto" si legge. "E così come nel suo modo di comunicare attraverso la lingua adottiva fa capolino la struttura rassicurante della lingua madre, nel suo modo di amare traspare un linguaggio del corpo nel quale è codificata una memoria culturale diversa". L'incontro tra questi modi diversi di vivere ed esprimere la sessualità (le latenze) è alla base della magia dell'eros multietnico* che Compagnia delle Lettere vuole investigare.

Il migrante, ci viene suggerito, è altro, cioè è diverso; è diverso da noi addirittura per come esprime e consuma la sua sessualità, e lo è in quanto tarato dalle sue origini culturali. Non fa all'amore in quanto Ibrahim, in quanto Josè, in quanto Ioana: fa all'amore (o all'opposto commette femminicidio) come un senegalese, come un ecuadoregno, come una moldava.

La Compagnia delle Lettere è mossa dai migliori principi, in questa come in tutte le altre iniziative. Ma l'impostazione di fondo è quella del razzismo differenzialista che imperversa per l'Europa: noi siamo così, loro sono cosà (e c'è poco da fare). L'unica differenza è che Compagnia delle Lettere parte da questo presupposto per promuovere - invece che la separazione e la non contaminazione - il métissage, portando l'attenzione addirittura sull'atto finale della contaminazione (cioè la sessualita e la riproduzione, che è compenetrazione prima e fusione dei patrimoni poi). Non è certo un dettaglio; ma è l'unico elemento che distingue questa visione da quella di un qualsiasi Borghezio.

Per quanto mi riguarda, è molto più eccitante partire dal presupposto che l'altro/a non esiste in quanto espressione prona di un retaggio, ma in quanto individuo nella sua mutevole unicità.


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* L'altro è anche lo spazio della proiezione della fantasia e del desiderio; niente di strano nel fatto che moltissime persone possano riscontrare questa differenza.

lunedì 28 febbraio 2011

Della flexisexuality, e delle parodie pop delle Scienze Sociali

Il Corriere della Sera introduce in Italia la notizia secondo la quale, genericamente oltreoceano, sarebbe stato coniato il termine Flexisexual in risposta al comportamento, sempre più diffuso tra le ragazze eterosessuali, di baciare amiche dello stesso sesso.

"Se la prima decade del ventunesimo secolo sarà ricordata per le profonde trasformazioni nell'immagine dell'uomo (si è passati dal metrosexual - l'uomo eterosessuale, metropolitano e curatissimo nell'aspetto - all'ubersexual - virile, elegante e sicuro di sé - fino ad arrivare ai più moderni heteropolitan - uomini con un fisico da urlo e modi da bravo ragazzo) l'inizio della seconda decade di questo secolo è caratterizzata dall'emergere di una nuova figura femminile: la donna flexisexual. Come ha raccontato in un lungo articolo il sito web dell'Abc questo tipo di donna è attratta profondamente dalla bellezza femminile e ama frequentare ragazze carine e sexy. Tuttavia non è né lesbica, né bisessuale, ma continua a preferire sessualmente gli uomini".

Gli elementi che rendono questo genere di narrazione una parodia integrale delle scienze sociali sono diversi: l'abuso di etichette e di definizioni sintetiche; l'utilizzo di testimonianze e di pareri di "esperti" assolutamente inconsistenti; l'utilizzo dei personaggi e degli elementi del pantheon del mondo vip a sostegno delle argomentazioni; l'impressione, accuratamente costruita, di avere a che fare ogni volta con un cambiamento epocale e in qualche modo endemico. Il peccato è che, queste parodie, tolgono autorevolezza a coloro che vorrebbero studiare seriamente queste cose lasciando sul terreno numerose vittime collaterali (nel caso specifico, per esempio, le vere bi- e omo-sessuali - come minimo ridicolizzate).

Ci sono però due elementi interessanti. Da una parte, questi articoli colgono - seppur in maniera ridicola - dei trend latenti: in generale, una confusione almeno superficiale delle barriere tra i generi e, nel caso specifico, la graduale trasformazione di alcune innocenti e non disturbanti pratiche bi- e omo-sessuali in elemento di glamour ("non c'è nulla di sessuale, state tranquilli", assicura anche il Corriere). Dall'altra parte, questi articoli producono gli stessi comportamenti che sostengono essere diffusi educando alcuni, ed autorizzando altri a liberare queste loro pulsioni. Non dimentichiamo che, in un certo modo, se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze.

venerdì 25 febbraio 2011

Danilo Mainardi e il beagle come campione di morale

In un'epoca di gretto individualismo, di povertà culturale e di questioni morali, di che cosa abbiamo bisogno se non di una storia edificante con protagonisti degli animali per commuoverci e per ri-educarci a riconoscere il giusto e lo sbagliato? Bene: il famoso etologo Danilo Mainardi, dalle pagine del Corriere, ci sovviene in aiuto con una storia di altruismo, eroismo e rettitudine animale. 

Dello strano rapporto idealizzato che lega sempre più gli uomini agli animali (gli animali come fuga e come entità elementare su cui proiettare quegli aneliti un pò ingenui che non trovano spazio nel mondo reale), avevo parlato già in passato quando avevo visto in tv la Parietti sostenere che "gli animali hanno molta più umanità degli esseri umani". L'utilizzo di termini quali "eroismo", "amicizia", "altruismo", amore", o "bontà" per descrivere i comportamenti animali, umanizzandoli, non suona d'altra parte quasi più fuori luogo."La tendenza ad attribuire caratteristiche umane agli oggetti (o agli animali) è un modo per difenderci dall'ignoto, dalla solitudine e dagli imprevisti; è un tentativo di dare un senso a un mondo in gran parte privo di significato" scrive Douglas Fox sul New Scientist (lo trovate nell'edizione di Internazionale dello scorso venerdì, n.885). 

mercoledì 9 febbraio 2011

Gli e-reader avvicinano i più piccoli alla letteratura?

Secondo il New York Times, i lettori di e-book sono uno dei prodotti più desiderati ed utilizzati dai bambini americani i quali, grazie a questo nuovo supporto in grado di conquistarli, si starebbero addirittura riavvicinando alla lettura. "Per alcune settimane mi sono completamente dimenticata della televisione", ha dichiarato la undicenne Eliana Litos alla ardita Julie Bosman che si è guadagnata così la pagina A1 del New York Times.

Certo l'articolo puzza di montatura anche a migliaia di chilometri di distanza: di certo le aziende produttrici accuramente citate si staranno sfregando le mani in attesa che milioni di genitori corrano a regalare un kindle nella speranza di trasformare i figli iperattivi in posati intellettuali. Allo stesso tempo possiamo anche credere che qualcuno si sia lasciato davvero convincere dall'idea per la quale "bastava avvicinare i più piccoli utilizzando il loro linguaggio", o che il problema stava tutto nel peso o nell'apparenza un pò sfigata e comunque opaca del vecchio libro cartaceo.

Ad ogni modo, ho l'impressione che l'e-reader, più che sedurre davvero i più piccoli, abbia fatto colpo su tanti genitori ipnotizzati dalle lucine e dalle linee accattivanti dell'ultimo feticcio hi tech alla moda al punto da convincersi di avere addirittura tra le mani il passepartout per iniettare nelle loro creaturine un pò di erudizione. Auguri.


martedì 5 ottobre 2010

L'esotismo nell'altro che uccide

Ci deve essere sempre qualcosa di esotico nell'altro che uccide; ma basta un dettaglio, quel tocco di etnico in più, per alimentare attraverso la cronaca le visioni distorte e i pregiudizi controproducenti. 

Guardate i titoli dei giornali: lo straniero che uccide lo fa sgozzando e non accoltellando; lapidando e non semplicemente colpendo con oggetti contundenti; lo fa con l'aiuto del clan familiare e non con l'aiuto di complici; lo fa perchè esiste l'Izzat (che è sinonimo di onore ma va ben esplicitato nel suo rimandare all'altrove) e non perchè è un padre-padrone; ed infine spesso seppellisce, magari nell'orto e con la testa girata alla Mecca, invece che occultare. Mica come noi. Dettagli macabri contro eufemismi: dettagli che rafforzano però nella mente del lettore il pregiudizio, l'idea di avere a che fare con un mondo culturale irriducibile. Perchè l'associazione tra cultura e tendenze omicide emerge forte da queste differenze lessicali; quasi a dire che i pachistani lapidano e sgozzano, e non c'è niente da fare, perchè sono abituati a veder la gente lapidata o sgozzata per le loro strade. "E' la loro cultura", ti verrebbe da dire a leggere il giornale; peggio: "è la loro natura".

giovedì 30 settembre 2010

McDonald's è pulito? Purezza e pericolo al tempo del cibo industriale

Anche se rispetto a qualche anno fa le cose stanno cambiando McDonald’s è, almeno in Italia, ancora fortemente associato all’idea di sporcizia. Mentre le leggende metropolitane sulle cucine dei fast food, sulla scarsa pulizia e sulla dubbia igiene dei prodotti passano in parte di moda tra i giovanissimi, chi ha lavorato presso uno di questi fast food si sente ripetere ancora ad anni di distanza la stessa domanda (che nessuno porrebbe mai a un cuoco o a un barista): «ma com’è, è pulito?». Dimostrarsi scettici riguardo all’igiene del fast food, è una specie di messaggio in codice per far capire all’interlocutore di saperci fare, di saperla lunga, di prestare attenzione – scansando la disinformazione pubblicitaria – a ciò che si mangia.

Eppure, le pubblicazioni accademiche di storia dell'alimentazione concordano su un punto: una fetta consistente del successo originario delle catene di fast food (e in particolare McDonald's) negli Stati Uniti, fin dagli anni '30 e '40 del ‘900, fu dovuta proprio alla sensazione di igiene che McDonald’s e simili riuscirono a trasmettere ai consumatori dell'epoca. McDonald’s sconfisse i piccoli rivenditori anche perché riuscì a rassicurare i clienti: si impose mostrandosi come rigoroso, trasparente e pulito.

mercoledì 29 settembre 2010

Storia di Issam, espulso nella "sua casa" sbagliata

Issam Boussoura è un ragazzo nato nel 1978 in Marocco. Tre settimane dopo la nascita Issam si trasferisce con i genitori in Francia dove cresce, vive, frequenta la scuola, lavora, delinque. Nel 1999  Issam viene arrestato per reati quali la tentata estorsione ed il possesso di stupefacenti. Ha 21 anni. Finisce in carcere, condannato a 5 anni. Ma nel 2002, mentre sconta la sua pena, la Francia lo espelle, lo rimanda in Marocco. Lo rispedisce "a casa sua", come si dice in questi casi.

Peccato che a "casa sua", in Marocco, Issam non ci abbia mai vissuto. La sua vera casa, i genitori ottantenni ormai cittadini francesi (e gli amici, le abitudini, i legami creati in 21 anni), Issam li lascia in Francia. Nel 2009 muore la madre, che Issam non ha più nemmeno potuto vedere. Una vita a pagare le tasse mentre si spera in un futuro migliore per i figli, per non poterli neanche salutare dal letto di morte.

Il 24 settembre 2010 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo pronuncia la sentenza. Issam Boussoura vince la causa contro la Francia perchè l'allontanamento, vista la condizione familiare, non era giustificato (altrimenti lo sarebbe stato, figuriamoci; anche i francesi sono mammoni). Risarcimento?  

martedì 28 settembre 2010

Boicotta Omsa e Golden Lady

Questo è il testo di una sorta di lettera aperta che ho inviato a Femminismo a Sud che ringrazio per lo spazio.

Vi scrivo dopo aver visto la puntata di Presa Diretta “senza donne” [potete guardarla per intero QUI]. Dal minuto 1.08.50 si parla, tra le altre cose, della situazione delle dipendenti Omsa e Golden Lady. Come saprete meglio di me Omsa è già finita nell’occhio del ciclone dopo aver delocalizzato lo stabilimento di Faenza (oltre che per le pubblicità sessiste). Ora salta fuori che Omsa è azienda “leader” anche nel comportamento anti-sindacale, negando alle madri le loro esigenze di part-time, flessibilità, asili aziendali.

Omsa è un’azienda italiana che ha costruito la sua fortuna sulle donne italiane. Ma Omsa, al contrario del suo slogan, non è amica delle donne. Da nessun punto di vista. Delocalizza, nega i diritti alle madri, nutre con i suoi spot un immaginario deprimente.

giovedì 23 settembre 2010

Blogfest: La festa di chi??

Lo sapevate? Questo fine settimana è il fine settimana del Blogfest, la festa del blog e del blogging. E io che non ne avevo mai sentito parlare! Fortuna che c'è il Post. Beh, ho deciso di andare subito a controllare sul sito. Blogfest è
l’evento che riunisce, ogni anno, tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community della rete, che abbiano origine dai blog, da Facebook, da Twitter, dalle chat e dai forum e da qualsiasi altra forma sociale di comunicazione.
Ma come: la festa "di tutto ciò che ruota intorno alle community della rete"? Non la festa della rete? E che cos'è che ruota attorno alla rete? Che poi: la rete non dovrebbe essere un insieme di nodi in cui ogni nodo costituisce la rete stessa ed in cui sono tutti uguali etc. etc. etc.? La rete non saremmo noi? Chi è che ci ruota attorno? O siamo noi che ruotiamo attorno a qualcosa?

Poi ho letto il programma, ed ora credo di avere capito.

lunedì 20 settembre 2010

I fasti del Rinascimento e la paura di guardare al futuro

"Due anni fa conobbi il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che con un gentile gesto di ospitalità si congedò invitandomi ad andarlo a trovare quando mi fossi trovato nella sua città. Mi avrebbe mostrato quello che stava facendo (era ancora presidente della Provincia) e poi rinnovò il suggerimento a godersi le indiscutibili attrazioni locali: “andate a vedere la Madonna del Cardellino!” Io, approfittando di una mia proverbiale mancanza di diplomazia e della sua pazienza da giovane ex scout, gli risposi affabilmente che non se ne poteva più della Madonna del Cardellino e di tutte-le-bellezze-che-il-mondo-ci-invidia e “il nostro Rinascimento” e che due palle che una città col capitale di grandezza, cosmopolitismo e capacità di attrazione come Firenze si fosse seduta da decenni sui suoi capolavori di mezzo millennio prima e sulle sue botteghe di pizza e pellami" (Luca Sofri).

Mi unisco a questo accorato sfogo.

domenica 19 settembre 2010

L'attentato al Papa? Puzzava di scherzo fin da subito. E allora perchè l'avete fatta trapelare?

Il progetto di attentato al Papa? Al massimo (ed anche questo è tutto da dimostrare) una chiacchiera in mensa prontamente segnalata da un collega a Scotland Yard. La quale ha rilasciato proprio oggi i 6 netturbini sbattuti nel frattempo sulla prima pagina di tutti i giornali. 

La spiegazione data dalla polizia britannica è perfettamente condivisibile. "Quando abbiamo ricevuto l'informazione è stato deciso che dovevamo prendere questi uomini e vedere se c'era un vero progetto terroristico - avrebbe detto al Mirror una fonte anonima interna alla polizia - Era qualcosa che non potevamo ignorare, visto che il Papa era nel paese quel giorno e questi uomini avevano accesso al percorso del Papa. Se qualcuno su un aereo scherza dicendo che ha una bomba, le autorità lo prendono estremamente sul serio, e questa era una situazione del genere". Comprensibile. Certo però che da qui a far trapelare e a confermare una notizia simile ne passa parecchio

Come credibilità, siamo ormai a livello della storia di Pierino e il Lupo.

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P.S. Anche la storia di Sakineh, a quanto pare, sarebbe stata abbondantemente montata ad arte.

venerdì 17 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza

Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente)  insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

mercoledì 15 settembre 2010

La bufala del massacro dei cristiani in Kashmir: decontestualizzare per prendersela coi musulmani in Europa?

[agg. 16/09, segnalo giusto per fare un esempio di cosa intendo "qualcosa di complesso", un lungo eppure essenziale riassunto di ciò che sta alla base degli scontri tra "cristiani" e "musulmani" a Jos, in Nigeria . Giusto per fare un esempio. Eppoi vi segnalo una mia analisi dei titoli che avevano accompagnato le notizie di cui sopra, che ci calza proprio a pennello]
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E' una storia vecchia di qualche giorno, ma non per questo meno istruttiva: i "massacri di cistiani in Kashmir" in "risposta alle minacce del reverendo Jones" (e pure questa cosa è inesatta) che infiammano editorialisti, occidentalisti e commentatori qualunque, non sono mai esistiti: ad essere stati uccisi dalla polizia (indiana) sono stati piuttosto i manifestanti (musulmani). Lo raccontano in maniera articolata, in due bei post, Miguel Martinez e Lorenzo Declich, ma lo diceva in fondo anche Asia News (che pure è schierata abbondantemente ed organicamente sul versante clericale) nel suo lancio iniziale.

Non che tutto ciò cambi qualcosa nella sostanza: le ire della folla erano effettivamente dirette contro una scuola fondata e gestita da missionari episcopali ma frequentata da musulmani (e già da questo si capisce come ci troviamo di fronte a qualcosa di complesso che non si può certo cogliere da un trafiletto frettoloso e militante di agenzia pescata chissà dove). 

E' però forse il caso di fare un pò più attenzione quando si estrapolano notizie gonfie di pregiudizio dai quattro angoli della terra? Meglio: è forse il caso di smetterla (vigliacchi che non siete altro) di estrapolare accozzaglie di aneddoti provenienti da luoghi che non si conoscono minimamente, specie se poi questo non è altro che un punto di partenza per prendersela coi migranti musulmani in Europa?

L'Italia dei campanili risorge per Miss Italia?

Il Corriere rilancia una notizia che offre uno spaccato interessante sul tema "comunità vs. società atomizzata": in occasione del concorso di bellezza Miss Italia, diversi sindaci e assessori si sarebbero mobilitati a favore delle aspiranti miss che risiedono nel loro comune di pertinenza. "Votate la nostra miss, orgoglio della nostra terra" si legge da nord a sud su comunicati ufficiali e volantini stampati, evidentemente anche a spese dei contribuenti, e distribuiti per mobilitare i compaesani al televoto.

A fare notizia, nel caso in questione, è soprattutto il coinvolgimento della politica locale: un coinvolgimento sicuramente fuori luogo, naturale deriva del principio tanto in voga per cui anche il politico deve essere prima di tutto "uno di noi" (e non qualcuno di  funzionalmente "migliore"). Certo è che però questo coinvolgimento della politica ha alle spalle almeno apparentemente un sentimento popolare forte, il campanilismo di cui sopra, che sembra anacronistico e che merita una riflessione. Cosa porta, nell'Italia del ventunesimo secolo, le persone ad emozionarsi a sostegno di una compaesana sconosciuta che può diventare famosa? Perchè interessarsi ad una competizione anacronistica violando tra l'altro quelle che sono le "regole morali" del gioco, votare per eleggere la più bella d'Italia, semplicemente perchè una concorrente risiede nello stesso paese, città o regione?

martedì 14 settembre 2010

La deriva islamofobica del Corriere della Sera: E' il turno di Panebianco

Il Corriere della Sera torna a ripercorrere il tema dell'islamofobia, dopo le vette toccate da Giovanni Sartori, con un editoriale firmato da Angelo Panebianco (anche se il ghost writer potrebbe benissimo essere lo stesso). Anche se l'articolo non aggiunge nulla di nuovo, visto che le tesi sono quelle già sentite (soprattutto sugli autobus e nei bar, altre volte come detto sul Corriere della Sera) dell'Occidente con "gli occhi chiusi" di fronte alla conquista dell'Europa da parte dell'Islam radicale, continua a far dispiacere il fatto che un quotidiano presunto "moderato" come il Corriere continui a concedere spazio a celebri professori universitari, e questo è il secondo elemento di dispiacere, che sentono l'urgenza di parlare di argomenti che non conoscono (un politologo non ha certo il dovere di trasformarsi in un esperto di processi migratori; semmai farebbe meglio ad abbassare un pò i toni o a lasciare spazio a chi si dedica a queste cose) finendo per dare sostanza apparente a quell'islamofobia "da uomo della strada" che poi tanto male fa all'integrazione.

Panebianco parte dalla considerazione che, dalle Torri Gemelle ad oggi, l'Occidente (entità politica che tra l'altro non esiste) si è limitato a "contenere" debolmente l'avanzata dell'islam radicale (Iraq, Afghanistan, Somalia) senza affrontare il problema in maniera radicale. Panebianco ragiona all'interno del vecchio paradigma della guerra globale tra Islam e Occidente e lo dice esplicitamente: l'Afghanistan o la Somalia non vanno intesi come scenari distinti con motivazioni e dinamiche differenti ma come campi di un'unica battaglia mondiale tra Bene e Male. Islam e Occidente, infatti, sono per Panebianco entità reali internamente omogenee nonchè naturalmente contrapposte; ed è quindi naturale, partendo da queste premesse sbagliate, interpretare i flussi migratori provenienti dai paesi musulmani come "travasi" di nemici che contaminano la purezza della "squadra" di cui noi occidentali faremmo parte.

domenica 12 settembre 2010

La mitologia leghista può conquistare davvero le masse "padane"?

La decisione di tappezzare il nuovo polo scolastico "Gianfranco Miglio" di Adro di simboli leghisti, dai posacenere (fuori da una scuola?!) fino alle "o" dei comunicati appesi in bacheca, è il semplice sintomo di un delirio di onnipotenza. A forza di gongolarsi della favola a metà del "radicamento sul territorio", a forza di credersi appoggiati incondizionatamente da chissà quale maggioranza assoluta, la Lega Nord sta forse finalmente superando la misura: si crede padrona del territorio, e crede che la sua mitologia grottesca abbia fatto breccia tra la popolazione. Ma credo che stiano facendo il passo più lungo della gamba: perfino i cittadini della provincia bresciana si accorgeranno, a questo punto, di trovarsi di fronte ad una forma di potere grottesca. I banchi griffati lega sono un delirio di potenza che la gente della provincia "padana", poco interessata alla mitologia celtica, vivrà probabilmente con imbarazzo: questa gente ha bisogno di politiche razziste e semplicismo spiccio e non di una nuova religione pagana.

Gli studiosi ribadiscono che, tra le forze della Lega, c'è anche la mitologia, i rituali, l'immaginario paganeggiante e le sciocche basi storiche ricostruite alla bell'e meglio in pochi anni di esistenza. Io credo che questo genere di folklore possa funzionare accendendo qualche militante, ma che in fondo non interessi poi tanto a queste genti di provincia abituati a farsi scivolare addosso ideologie, dominazioni, religioni. Anche se la Lega cerca di accreditarsi come realtà autoctona, credo la mitologia e la retorica non piacciano in fondo ai vietcong mansueti e zucconi che popolano la provincia sonnacchiosa del nord Italia.

venerdì 4 giugno 2010

Al cento per cento americano

"Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti in- ventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.


Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meri- dionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo.