venerdì 17 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza

Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente)  insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

Secondo problema: le bambine nate in Italia da genitori migranti non possono essere sottoposte legalmente a questi interventi in Italia ma vengono regolarmente "operate" nei paesi di origine. Ed in questo caso la legge è impotente: questi atti ricadrebbero eventualmente sotto la responsabilità dei paesi dove le operazioni vengono messe in atto, dove tutto ciò è spesso legale (o non perseguito/non perseguibile). Non dobbiamo inoltre dimenticare che queste bambine non sono nemmeno cittadine italiane: un conto è proibire l'infibulazione sul territorio italiano, un conto "proibire" che le baby cittadine nigeriane o algerine vengano infibulate altrove. In questi casi, infatti mancano tutti i requisiti per poter avere voce in capitolo: stiamo pur sempre di atti cui vengono sottoposte cittadine straniere al di fuori dei confini del nostro paese.

Ma c'è una possibilità. Se a queste bambine nate in Italia fosse concessa la cittadinanza italiana alla nascita, infatti, il discorso potrebbe essere impostato in maniera diversa: queste bambine verrebbero sì sottoposte ad operazioni all'estero ma potrebbero comunque beneficiare di una serie di tutele che lo stato deve garantire ai suoi cittadini. Se dotate della cittadinanza, queste ragazze potrebbero ad esempio ricadere sotto la protezione primaria dello stato che potrebbe chiedere conto ai genitori responsabili di questo atto di menomazione appellandosi al fatto che le bambine sono minori italiane e che come tali godono di un set di tutele forti che lo stato deve far rispettare. La Repubblica Italiana potrebbe rendersi seriamente garante del diritto di queste sue baby cittadine perseguendo i genitori che "non vigilano" sull'incolumità dei minori resi italiani. Sarebbe già qualcosa.

Ad oggi, tuttavia, queste bambine non sono legalmente che individui di passaggio. Per loro si può invocare soltanto la generica tutela dei "diritti umani"; e suona un pò "imperialista" l'imporre a quelle che oggi sono ancora cittadine nigeriane o marocchine una visione del mondo italiana. A coloro che si indignano per l'infibulazione lancerei quindi questa provocazione: lavoriamo per far ricadere seriamente queste giovani vittime sotto l'ala protettrice della Repubblica Italiana riconoscendole come cittadine a pieno titolo.

Ed una volta che sono maggiorenni, lasciamole libere di fare del loro corpo ciò che meglio credono.

2 commenti:

  1. Giancarlo MATTA30 ottobre 2010 14:41

    Al Signor Andrea Franzoni.
    Lei afferma:
    "Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine....." Lei ne è proprio sicuro? E come fa a esserlo? Da quali fonti informative?
    Ribatto: una donna maggiorenne sana di mente molto difficilmente si sottoporrebbe a una simile mutilazione. Potrebbe, piuttosto, trattarsi di casi di costrizione attraverso varie forme di violenza fisica o psicologica. Non Le sembra?
    Paragonare il "piercing", i "tatuaggi" o "altri ritocchi estetici" a una permanente e degradante mutilazione, è petulante demagogia. Giancarlo MATTA

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  2. Non lo dico io, lo dice Aldo MORRONE (il cognome in maiuscolo, come nei frontespizi delle tesi), direttore dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie nella povertà (Inmp), nel link a Repubblica.

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