mercoledì 16 marzo 2011

Islamofobia da salotto al Corriere della Sera: Tocca a Ostellino, che rievoca Oriana

Da ormai un decennio, il Corriere della Sera ha scelto la pericolosa strada dell'islamofobia da salotto.

Se la xenofobia da bar dei leghisti o di Storm Front nasce (e si propaga) dal timore concreto per il posto di lavoro, dalla difficile convivenza nelle periferie urbane, dal provincialismo, dall'assenza degli strumenti culturali necessari per rapportarsi serenamente con il diverso, o dalla necessità adolescenziale di "fare gruppo" attaccando violentemente il diverso, l'islamofobia (più volte trattata tra queste pagine) dei Fallaci, dei Sartori, dei De Bortoli, dei Panebianco (e - come vedremo - degli Ostellino)  nasce nel 2001 nello spavento ma si sviluppa a freddo, nel vuoto, simulando pretestualmente l'urgenza per esprimere sistematicamente un razzismo ancora più radicato e più profondo.


Le differenze tra il razzismo da salotto e la xenofobia da bar sono significative. Gli editorialisti del Corriere non temono per il loro posto di lavoro come i leghisti: per loro l'immigrazione, in generale, è al contrario un positivo fenomeno di afflusso di schiavi a sostegno dell'economia. Essi non sono nemmeno dei retrogradi isolazionisti: sostengono il consolidamento delle relazioni internazionali, la Realpolitik, le trasferte in Cina degli imprenditori, l'afflusso di turisti dalle nuove potenze, la "globalizzazione", perfino il cosmopolitismo. Ma se il razzismo istintivo e ignorante da bar, nato nelle circostanze concrete, può (sempre nella quotidianità) venir meno o essere almeno ridimensionato dal tempo e dalle interazioni che necessariamente si vengono a creare, il razzismo da salotto è un razzismo ideologico, fideistico, radicato e strutturato in profondità. Come tale, esso non è solo più potente: è anche molto più difficile da estirpare. 

Il razzismo da salotto del Corriere della Sera, oltre che un genere letterario  di successo, è espressione di una matrice comune. Più o meno consapevolmente, esso si rifà al vecchio topos conservatore della fine del mondo e della calata dei barbari, alla giustificazione coloniale del selvaggio sub-umano che non è in grado di governarsi da solo, all'idea manichea di un occidente cristiano in perenne conflitto con l'orda degli infedeli diabolici, ma soprattutto al razzismo scientifico positivista, lombrosiano e eugenetista di inizio '900 e al discorso sull'inconciliabilità tra razze e sulla necessità di purezza e omogeneità che ha avuto come degna appendice l'Olocausto. 

L'ultima puntata della deriva islamofobica del Corriere della Sera è datata 9 marzo e ha la firma di Piero Ostellino. L'articolo prende spunto dalle recenti rivolte in Libia e in Nord Africa (l'islamofobia letteraria deve simulare l'urgenza, ed è apparentemente sempre sul pezzo) e si intitola significativamente "Le profezie di Oriana".

Secondo Ostellino, le rivoluzioni nel mondo arabo minacciano l'occidente in due modi: da un lato, essi possono essere un preludio al rafforzamento (economico, sociale) dei paesi del Maghreb; dall'altro, l'orda annunciata di profughi minaccia di aumentare il tasso di islamizzazione dell'Europa. Scrive Ostellino: "Mentre alcuni Paesi islamici farebbero un passo avanti sulla strada della secolarizzazione e della modernizzazione, l'Europa ne farebbe uno indietro lungo quella di una sempre più difficile coesistenza fra due «civilizzazioni» incompatibili sul piano sociale e politico, oltre che su quello religioso. È lo scenario - il «suicidio dell'Europa» - che Oriana Fallaci riteneva di avere intuito dopo l'attentato alle due Torri di New York".
Come sempre, Ostellino non esplicita le conclusioni cui porta questo ragionamento; piuttosto, sostiene di avere a cuore unicamente "la denuncia di una «diversità» antropologica che minaccia di tradursi nella sconfitta della civilizzazione ebraico-cristiana e nell'estinzione della cultura politica più debole, perché più tollerante, quella liberaldemocratica" (una delle caratteristiche del razzismo da salotto è quella di mantenere sempre implicite le conclusioni accrescendo il senso di minaccia e di smarrimento). Ciò nonostante, il breve editoriale contiene l'intero armamentario dell'islamofobia da salotto: il senso di minaccia e di fine del mondo; l'inconciliabilità "genetico/ontologica" e l'impossibilità di convivenza; l'omogeneità del nemico e la sua intenzione di radere al suolo la nostra civiltà; il disprezzo coloniale per l'altro, con tanto di rimpianto per i vecchi gioghi.

Quanto basta per ammettere anche Piero Ostellino al gotha degli islamofobi da salotto.

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