giovedì 31 marzo 2011

Gogna mediatica per la giornalista del WP che ha copiato

Una celebre giornalista del Washington Post è stata scoperta a copiare due interi articoli da un giornale locale. E' stata sospesa per tre mesi senza stipendio, ma non solo: il Washington Post non ha insabbiato la storia, ma anzi ne ha fatto un caso mediatico. Qui ("The damage done by Post reporter Sari Horwitz’s plagiarism")
trovate la ricostruzione della vicenda e l'ultima ramanzina in mondovisione.

Un pò pesante come gogna (anche se con tanto di diritto di replica). Tuttavia non ci sono dubbi: grazie Washington Post per questa illuminante lezione.

mercoledì 30 marzo 2011

L'evoluzione della cucina italo-americana nel mondo (vista dagli USA)

Il Washington Post recensisce (John F. Mariani’s “How Italian Food Conquered the World”) l'ultimo libro di John F. Mariani, giornalista gastronomico esperto di cucina italo-americana, dedicato al successo ed alla diffusione della cucina italiana nel mondo.

L'articolo è interessante perché non parla di cucina italiana ma di cucina italo-americana: la gastronomia italiana conosciuta in tutto il mondo, fatta soprattutto di pizza, maccheroni e salsa di pomodoro, non è in realtà altro che una gastronomia più propriamente italo-americana, creata nei decenni dagli immigrati italiani oltreoceano ed in buona parte estranea alle abitudini alimentari italiane antiche ma anche contemporanee. Quando il mondo parla di cucina italiana, quindi, sta in realtà parlando soprattutto (escluse le attività più elaborate create da cuochi italiani emigrati più recentemente) di derivati della gastronomia italo-americana riappropriati localmente cioè pasticciati, ibridati, riadattati, re-inventati.

La cucina italiana celebre nel mondo è quindi soprattutto una cucina povera, profondamente contaminata e inventata, estranea alla gastronomia italiana del presente e del passato con cui condivide soltanto una lontana parentela. Solo negli ultimi anni, con il migliorare della posizione sociale degli emigranti italiani (o meglio delle terze o quarte generazioni), si è aperto lo spazio per una cucina italiana più colta, raffinata ed elaborata. La retorica del Made in Italy e l'immagine dell'Italia come patria della qualità della vita sono quindi evoluzioni (o meglio riscoperte) recenti: evoluzioni che non sarebbero potute esistere se non vi fosse stata alla base il lavoro sporco, fatto di maccheroni cheese, di meatballs e di pepperoni pizza, compiuto dalla diaspora italo americana (e dalle altre minoranze che hanno in gran parte sostituito gli italo-americani alla guida dei ristoranti italiani).

lunedì 28 marzo 2011

Concretezza, coraggio, ideali? Geert Wilders (e la Santanchè) come falsi supereroi contemporanei

La fondazione Magna Carta, aspirante think tank della destra liberale italiana presieduto dal senatore PdL Gaetano Quagliariello, ha invitato per la lettura annuale Geert Wilders, popolare politico olandese, paladino dell'estrema destra xenofoba europea e gran maestro dell'islamofobia da salotto contemporanea. 

L'Occidentale ha riassunto il discorso di Wilders (dedicato a fallimento del multiculturalismo e rivoluzioni nel mondo arabo) con una lunga intervista utile come base per decostruire la retorica di Geert Wilders e dei suoi tanti cloni, e cioè dei tanti teppisti in pantaloni di velluto che si aggirano per l'Italia (a partire dal suo corrispettivo italiano vivente, Daniela Santanchè) sventolando sguaiatamente la bandiera dell'intolleranza ed ostacolando la civile convivenza e la risoluzione dei problemi. Se il pensiero di Wilders non vi è familiare, l'intervista è un buon riassunto.

Il successo di Wilders (e di Daniela Santanchè) si basa sulla sua capacità di accreditarsi agli occhi di ampi strati popolari come moderni supereroi popolari.

venerdì 25 marzo 2011

De-razzializzare le rivoluzioni in Medio Oriente (Hamid Dabashi)

Hamid Dabashi, grande intellettuale e docente della Columbia University, dedica un breve saggio (De-racialising revolutions, su Al Jazeera) al tema del razzismo in Medio Oriente ed alla retorica, diffusa tra le classi al potere come tra i rivoluzionari, che dipinge l'avversario politico come altro in senso più ampio. 

Il pregiudizio anti-arabo diffuso nella leadership iraniana, il razzismo delle élite arabe contro gli africani di colore, la retorica anti afghana in Iran, il sentimento anti-occidentale o l'ostilità araba verso gli iraniani, sono per Dabashi sfaccettature di un medesimo fenomeno di etnicizzazione della politica che radicalizza gli animi, polarizza il conflitto, nega il compromesso e naturalizza la differenza rendendola insuperabile. Se le origini di queste divisioni sono antiche, e se il colonialismo (ed il post-colonialismo) e la politica del divide et impera hanno esacerbato negli ultimi decenni questa tendenza, le nuove generazioni sembrano però poter segnare una svolta rispetto a questa tendenza adottando naturalmente una prospettiva meno etnica e meno localistica e più internazionalista.

Il pregio del saggio di Dabashi sta però soprattutto nel fatto che esso getta luce sulle origini e sulle forme del razzismo in Medio Oriente e dell'utilizzo politico di questi stereotipi da parte dei reazionari così come dei rivoluzionari. L'accreditare in nemico come altro a tutto tondo (gli arabi a capo delle proteste in Iran, i mercenari africani a sostegno di Gheddafi), ed il rappresentare l'altro come pervertito, come folle, come effemminato, come borghese, come incolto, fa parte anche del patrimonio del vicino Oriente.
Tolto questo distinguo, sembra rimanere ben poco della supposta frattura antropologica tra Occidente e Oriente.

giovedì 24 marzo 2011

Paura dell'uomo nero e debolezza costitutiva: il razzismo al femminile

Zero Violenza Donne riporta un articolo ("Alle donne fanno più paura gli sbarchi di clandestini"), apparso su Io Donna, dedicato al "razzismo al femminile". Incentrato sull'immaginario dell'uomo nero e sul timore per la propria incolumità fisica, alimentato dai movimenti xenofobi e dalla disinformazione, il razzismo al femminile può essere una delle ragioni del successo recente di partiti come la Lega. Spesso convinte consciamente o inconsciamente di una debolezza costitutiva tanto fisica quanto sociale (marginalità nel mercato del lavoro, scarso potere pubblico, doveri e aspettative sociali più limitanti), le donne italiane sembrano in molti casi sovrastimare i rischi: storicamente meno razziste della controparte maschile, sembrano avere anche per questo superato gli uomini in quanto ad ostilità verso l'altro. Anche se i dati dicono che i maggiori pericoli per le donne provengono dall'ambiente familiare e amicale, questa sensazione di pericolo va attentamente governata.

mercoledì 23 marzo 2011

Anti-lezione di giornalismo. Toni Negri come fenomeno di costume

Eccesso di entusiasmo, indigestione di retorica, deriva letteraria o semplice "non averci capito niente"? Il Fatto Quotidiano dedica un articolo (Nord Africa, lotte francesi, antiberlusconismo. In 300 a lezione da Toni Negri), pericolosamente sospeso tra il giornalismo ed il flusso di coscienza, ad una conferenza di Toni Negri organizzata dal collettivo studentesco Bartleby di Bologna (ne parla, similmente, anche Repubblica). 

Vi si apprende, sostanzialmente, che Toni Negri è un figo e che ha parlato per un certo tempo di fronte ad una platea di ragazzi, in maniera estremamente affascinante e alternativa, di molti argomenti dannatamente interessanti. Disgraziatamente, l'articolista si dimentica di elencare questi argomenti  e, quando lo fa, lo fa per slogan tralasciando nessi logici, definizioni e descrizioni. Ne esce qualcosa di estremamente confuso, di visibilmente eccitato, soprattutto di profondamente inutile: un pezzo di colore, un elzeviro di propaganda, un gigantesco sbuffo di fumo.

I contenuti di quella conferenza, continueranno a custodirli quei 300 fortunati; a tutti noi, non resta che interrogarci sul perché i media hanno trattato l'evento come un fenomeno di costume, comunque all'interno del frame spettacolare, piuttosto che come un'occasione per portare nel dibattito pubblico, una volta tanto, concetti e visioni eterodosse e comunque interessanti.

martedì 22 marzo 2011

L'avanzata della destra religiosa in Europa

La "destra religiosa" è in crescita anche in Europa, e minaccia la laicità degli stati con un'intensa attività di lobby e grazie alla presenza assidua in settori cruciali come l'educazione, la sanità e i media. Il Guardian traccia una mappa del potere temporale (e morale) della Chiesa in Europa, tra vecchi privilegi e nuove ingerenze che contrastano con la carta europea dei diritti fondamentali.

"We are witnessing the emergence of the European equivalent to the "religious right" in the US. Areas affected by this rise include women's rights, gay rights and sexual and reproductive health rights as well as healthcare (such as contraception, abortion, condoms and IVF). Freedom of expression is also affected, generally in the form of laws against blasphemy. Freedom of religion is often conceived as a collective right of religion to exempt itself from the law, particularly the EU fundamental right" scrive la politica olandese - ben introdotta nelle istituzioni europee - Sophie in 't Veld.

Da notare come, tra le tante motivazioni addotte a sostegno della tesi dell'emergere della destra religiosa in Europa, la Veld non abbia nemmeno bisogno di citare l'Italia. Il che implica due cose: 1) figuriamoci noi; 2) anche gli altri non se la passano così bene.

"Perhaps it is time to replace "freedom of religion" by freedom of beliefs or conscience, an individual right that can be claimed by 500 million Europeans in all of their diversity" conclude l'articolo.

lunedì 21 marzo 2011

IL New York Times lancia l' SOS e diventa a pagamento

Dal 28 marzo, il sito del New York Times diventerà a pagamento. Non mancheranno però le eccezioni e i trucchi per continuare a leggere il NYT con qualche disagio in più: ogni lettore avrà  ad esempio la possibilità di leggere gratis 20 articoli al mese, e potrà leggere senza problemi anche agli articoli cui accederà tramite i motori di ricerca (con alcuni limiti: per Google 5 articoli al giorno) o tramite i link nei social network. Per i lettori assidui l'abbonamento mensile online costerà 20 dollari. 

venerdì 18 marzo 2011

Il presenzialismo fa male ai capi di stato? La lezione dell'imperatore Akihito

Quale è l'atteggiamento più efficiente che il capo di uno stato, figura ultima di garanzia e di unità nazionale, dovrebbe tenere nei confronti della popolazione, dei media, della vita pubblica del paese? Meglio mostrarsi vicini alla gente, presenziare a cerimonie e premiazioni, intervenire frequentemente nel dibattito pubblico, farsi trascinare nel gossip e nei salotti, o meglio rimanere nel riserbo, vigilando silenziosamente (e da lontano) sul paese ed intervenendo unicamente nelle pochissime e selezionatissime circostanze gravi?

Il Guardian dedica un articolo (The Japanese emperor's lesson for the British monarchy) ad un parallelismo tra l'atteggiamento dei reali britannici, icone pop che sembrano cercare legittimazione e attenzione presenziando alla vita pubblica e tentando di mostrarsi sostanzialmente vicini alla gente, col rischio di cadere nel ridicolo e di rimanere triturati nel vortice della satira e del gossip (decostruendo il loro ruolo di guida e di rappresentante), e l'imperatore del Giappone. Comparso in televisione per la seconda volta in 22 anni di impero, il 16 marzo  per testimoniare la propria vicinanza al popolo giapponese, l'imperatore sembra aver lasciato tutti con il fiato sospeso e sembra essere davvero riuscito ad unire e a confortare la nazione. Che l'efficacia della sua voce sia legata in parte al fatto che la sua figura non è ancora completamente inflazionata, "caduta", dissacrata?

"In contrast to the British expectation of the monarchy, the Japanese don't demand much of their emperor. They don't insist he performs public duties, displays emotion, or convinces them he is human. They are just happy that he is quietly there, not bothering them in any way. So it should be in Britain. We, too, have lost confidence in our politicians, but we have failed to keep our monarchy in reserve for moments of national crisis. Instead, we insist on having an unnatural intimacy with our royal family, with the result that we have grown sick of them. If the Queen were allowed to forego her Christmas broadcast and speak to her people as rarely as the emperor of Japan does to his, she might actually get listened to".

E che dire del presenzialismo dei Ciampi e dei Napolitano? Secondo i dati, sembra continuare a funzionare;  ma non vi sono dubbi che il suo apparire sempre meno al di sopra delle parti rischi di banalizzarne l'immagine ed il ruolo rendendo le sue denunce sempre meno efficaci.

mercoledì 16 marzo 2011

Islamofobia da salotto al Corriere della Sera: Tocca a Ostellino, che rievoca Oriana

Da ormai un decennio, il Corriere della Sera ha scelto la pericolosa strada dell'islamofobia da salotto.

Se la xenofobia da bar dei leghisti o di Storm Front nasce (e si propaga) dal timore concreto per il posto di lavoro, dalla difficile convivenza nelle periferie urbane, dal provincialismo, dall'assenza degli strumenti culturali necessari per rapportarsi serenamente con il diverso, o dalla necessità adolescenziale di "fare gruppo" attaccando violentemente il diverso, l'islamofobia (più volte trattata tra queste pagine) dei Fallaci, dei Sartori, dei De Bortoli, dei Panebianco (e - come vedremo - degli Ostellino)  nasce nel 2001 nello spavento ma si sviluppa a freddo, nel vuoto, simulando pretestualmente l'urgenza per esprimere sistematicamente un razzismo ancora più radicato e più profondo.

martedì 15 marzo 2011

Se gli antropologi vanno alla guerra

La BAE System, società privata che fornisce a imprese, agenzie e governi i mercenari ed i consulenti che si occupano della sicurezza dei clienti in zone di conflitto (Afghanistan e Iraq compresi), sta reclutando fino a 100 giovani antropologi e sociologi da impiegare nelle sue attività in Medio Oriente. 

Mark LeVine, su Al Jazeera, (Mid East battle of the sociologists), racconta quali saranno le funzioni di questi "anthropologist-warriors" nell'ambito del programma Human Terrain System. "Originally conceived in the mid-2000s as the Iraqi insurgency gained strength and the US was making little headway in Afghanistan, the "Human Terrain Systems" program brought anthropologists and other scholars or so-called experts into the military "kill chain" to advise field commanders on how better to interact with the local populations in the territories under occupation. Sociologists and particularly anthropologists are considered crucial to the HTS program because, the argument goes, they have the skills to collect data - what the CIA would likely call "intel" - on "key regional personalities, social structures, links between clans and families, economic issues, public communications, agricultural production, and the like". Come riferito da un sostenitore del programma, "the real purpose of all of this is, how do you convince the people to come over to your thinking, or at least to approximate your thinking... Only social scientists... can give the military the knowledge it needs to complete that task with a minimum of violence".

Per citare Michel Foucault, sapere è potere: le Scienze Sociali, in quanto produttrici di conoscenza, sono per questo sempre state corteggiate dai poteri. Oltre a produrre controcultura, gli orientalisti e gli antropologi hanno spesso collaborato - volontariamente o involontariamente - con le autorità coloniali; gli studiosi di comunicazione e di opinione hanno prodotto sapere utile alla propaganda ed al controllo sociale; i sociologi hanno aiutato i poteri costituiti a governare mantenendo le asimmetrie, o hanno aiutato le imprese a strizzare e ad abbindolare nuovi consumatori. 

Tutte derive dolorose, infelici, dannose, sofferte, vigliacche. Ma anche, specie nel sistema in cui viviamo, assolutamente naturali ed umane.

lunedì 14 marzo 2011

Qui radio Londra: La morte della retorica dell'equidistanza

Questa sera, appena dopo il Tg1, debutterà la nuova striscia quotidiana di approfondimento a cura di Giuliano Ferrara. Come riportato da AltreNotizie, "Secondo le anticipazioni si parlerà “di politica, economia, teologia. Niente ospiti, niente interviste, niente servizi - spiega Ferrara all'Ansa - solo la mia opinione”.

Qui radio Londra segna per la Rai la fine della retorica dell'equidistanza, dell'aderenza al fatto ("Il Fatto" di Enzo Biagi), del primato della dialettica e del dibattito ("Batti e Ribatti" di Pierluigi Battista), del semplice ascolto dell'opinione pubblica ("Secondo voi" di Paolo Del Debbio, prima di Studio Aperto). Collocata nello spazio sacro immediatamente successivo al programma che dovrebbe rappresentare il momento di massima imparzialità per antonomasia (il Telegiornale), la striscia di Ferrara segna il passaggio dal giornalismo che si rappresenta come equilibrato, educato ed educativo (anche se non lo è) alla propaganda esplicita, alla diffusione di opinioni top-down, alla tv un tanto al chilo (per dirla con AltreNotizie). 

Secondo AltreNotizie, "Qui Radio Londra rischia di diventare un rinforzo positivo per le baggianate appena trasmesse dal tg1 di Augusto Minzolini. Calando questa coppia di “cani da riporto”, come li definirebbe Marco Travaglio, lo slot preserale della rete ammiraglia diventa un’irresistibile cassa di risonanza per l’Esecutivo e, ovviamente, per Berlusconi". Nessun dubbio a riguardo. Ma Qui radio Londra è molto di più: è il segnale che la retorica illuminista è ormai da considerarsi roba vecchia. Questo sì che è imbarbarimento.

sabato 12 marzo 2011

Sgomberare e gentrificare uno slum: Le esperienze di Rio de Janeiro e di Mumbai

Il Post riprende un interessante articolo del Guardian che parla dei piani di sgombero di Dharavi, il più grande slum d'Asia (tra 250.000 e 1 milione di persone) situato nel centro di Mumbai, dove solo una persona su 1.000 ha accesso ai "servizi igienici", dove intere famiglie vivono in "abitazioni" di 5 metri quadrati e dove spadroneggia (come ad Adro) una destra sociale, feudale e xenofoba (anti-immigrati e anti-musulmana). Sullo sfondo, il fiato pesante degli speculatori indiano ed il destino incerto di decine di migliaia di diseredati.

Nel frattempo, dall'altra parte del mondo, la municipalità di Rio de Janeiro si prepara agli sgomberi forzati di altre favelas - che lasceranno spazio alle infrastrutture e agli stadi in cui saranno ospitate le Olimpiadi del 2016 (Global Voices Italia). A Roma, invece, si sgomberano i rifugiati politici.

venerdì 11 marzo 2011

Il potere della metafora e la natura manipolatoria della comunicazione

Connotare il racconto di una storia attraverso l'uso di metafore, influenza il modo in cui l'ascoltatore interpreta i fatti

Un'ennesima conferma sperimentale arriva da uno studio di psicologia sociale, i cui risultati (in originale sulla rivista online open source Plos One) sono riportati dal Corriere della Sera. A quasi 500 studenti è stato sottoposto un articolo in cui si ricostruiva, dati alla mano, un consistente aumento del crimine in una città di fantasia; unica differenza, il fatto che nell'articolo letto da metà dei soggetti il crimine veniva definito "bestia" mentre nell'articolo letto dall'altra metà "virus". Gli studenti che hanno letto l'articolo in cui il crimine veniva definito "bestia", si sono rivelati nel complesso maggiormente propensi a sostenere misure di tipo repressivo (71%), mentre gli altri studenti (sottoposti alla versione "virus") hanno mostrato una minore propensione alle misure forti (54%) ed una maggiore propensione alle misure rieducative. Infatti, "se evoco la parola "bestia" creo un ambiente che è quello della foresta, selvaggio, dove uccidere è normale. Mentre invece se mi muovo nell’ambito "virus", evoco un ambiente medico, cioè curativo, e quindi la bestiolina non è da uccidere ma si può recuperare" ha commentato Marco Villamira, docente di psicologia della comunicazione. Inutile dire che sia gli studenti della versione bestia che gli studenti della versione virus hanno affermato di essersi basati unicamente sui dati citati (identici).

L'articolo non scopre nulla di nuovo, ma è significativo per due motivi collaterali. Primo: l'articolo è collocato dal Corriere della Sera nella sezione "Salute", a mostrare come le scienze sociali non abbiano alcuno spazio nel giornalismo contemporaneo (la sezione "Cultura e Società", dove presente, non è altro che una discarica di gossip, pubblicità occulte di prodotti e curiosità prive di sostanza). Secondo, il titolo stesso ("Il potere di persuasione (occulto) della metafora") che viene dato all'articolo è a sua volta manipolatorio, perché contribuisce a connotare il fenomeno in maniera negativa, fosca; come se vi fosse un grande burattinaio, da qualche parte, ad organizzare il mondo a suo piacere trattandoci come stupidi pupazzi. Le cose sono un pò più complicate; in ogni caso anche il paradossale potere manipolatorio della titolazione  di un articolo in cui si stigmatizzano le manipolazioni non è per nulla strano: ogni forma di comunicazione è manipolatoria.

Consiglio per la lettura: Guido GILI, Il Problema della Manipolazione: Peccato originale dei Media?, Franco Angeli, 2001.

giovedì 10 marzo 2011

Perché i Verdi tedeschi hanno così tanto successo?

Foreign Policy dedica un'analisi alla parabola (ed al successo) del partito dei Verdi in Germania. In circa tre decenni, i Verdi si sono trasformati da "abbraccia alberi barbuti" propugnatori dell'eco-socialismo e dei valori post-materialisti a partito credibile e ben insediato nell'establishment tedesco. 

Se agli albori due terzi dell'elettorato dei Verdi era costituito da "persone senza un vero lavoro retribuito", giovani esponenti della società civile, fricchettoni e membri delle minoranze sopravvissute ai fermenti degli anni '70, oggi i Verdi fanno breccia soprattutto tra i professionisti e tra i giovani istruiti, tra gli agricoltori e tra i dipendenti pubblici (e gravitano sempre più spesso nell'orbita della desta liberale).

Secondo il commentatore di FP, il successo dei Verdi (attualmente al 20%, e sempre più spesso alleati con gli arci-nemici di un tempo liberali e conservatori) si spiega con la capacità di motivare le battaglie ambientaliste e a sostegno dei diritti civili non solo partendo dagli ideali ma anche e soprattutto richiamandosi all'utilità economica. E' il caso dell'invenzione e del sostegno alla Green Economy, e cioè del sistema di contributi ai business delle energie rinnovabili. Oltre a salvaguardare l'ambiente e a promuovere l'idea di sviluppo sostenibile, la Green Economy (replicata da Obama) ha portato alla creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro assicurando ai Verdi un bacino elettorale crescente ed al paese quella crescita del Pil che tanto fa invidia al resto d'Europa (ma anche un diffuso utilizzo di fonti rinnovabili).

mercoledì 9 marzo 2011

Dai nonluoghi alle aerotropoli, passando per la realtà

Federico Rampini dedica un articolo (talmente denso di notizie, nomi, citazioni, luoghi ed altri elementi superficiali da risultare quasi illeggibile ed allo stesso tempo poco cogente) alle "Aerotropoli", e cioè - in parole povere - all'evoluzione dei grandi scali aeroportuali internazionali che, nel tentativo di contendersi un flusso crescente di "pendolari globali" e di viaggiatori sulle lunghe distanze, si stanno trasformando sempre più in megalopoli globali in scala dotate di tutto trasformandosi in luoghi sempre più centrali. Vale la pena di rileggersi Augé.
Da spazi anonimi, "tecnici", freddi, cultureless, questi nonluoghi sembrano trasformarsi sempre più in enclave, in cittadelle di una cultura globale e reale che trascende i confini dello spazio senza indebolirsi e senza sfilacciarsi. Tutto il resto è periferia: anche le vecchie città sembrano scomparire, rese inutili e marginali, quasi una scoria, mentre l'economia e le mode saltano di aeroporto in aeroporto, di cittadella finanziaria in cittadella finanziaria, di McDonald's in McDonald's... 

Ma c'è un ma. Come rilevato da Rowan Moore sull'Observer, "despite all this historic futurology, there seem to be quite a lot of boring old cities around still doing reasonably well". Attorno a questi nonluoghi ed al sensazionalismo futurista che li circonda, attorno agli uomini con la valigia ed ai miliardari globali sradicati, le relazioni ed i luoghi sopravvivono: sopravvivono i bar sottocasa, i ristoranti attivi da un secolo, i quartieri dormitorio, le stazioni balneari dove si ritrovano ogni anno le stesse persone, le associazioni di volontariato, le compagnie di teppistelli, gli aperitivi, le confraternite e le sette religiose. 

I luoghi, silenziosamente, vincono sui nonluoghi; ed in gran parte dei casi, i nonluoghi sono una parentesi funzionale alle relazioni ed ai luoghi.

martedì 8 marzo 2011

L'identità caraibica secondo Stuart Hall

Cesare Del Frate traduce per FiloPop un bell'articolo del mitico Stuart Hall per la New Left Review (del 1995), in cui il sociologo riflette a modo suo sull'identità, ed in particolare sull'identità caraibica. In un modo o nell'altro, "siamo tutti caraibici".
"L’identità ha sem­pre a che fare con la pro­duzione, nel futuro, di un reso­conto del pas­sato, il che vale a dire che è sem­pre ques­tione di nar­razione, riguarda le sto­rie che la cul­tura rac­conta a se stessa circa chi siamo e da dove veniamo. (...) L’identità non è soltanto una sto­ria, una nar­razione su di noi che rac­con­ti­amo a noi stessi, è qual­cosa che muta con le cir­costanze storiche. L’identità cam­bia a sec­onda di come riflet­ti­amo su queste cir­costanze, e di come ne fac­ciamo espe­rienza. Lungi dal derivare uni­ca­mente dalla ver­ità den­tro di noi, le iden­tità proven­gono da fuori, sono il modo in cui veni­amo riconosciuti e quindi giun­giamo a porci nel luogo definito dal riconosci­mento altrui. (...) L’identità caraibica è vec­chia o nuova? Si tratta di un’antica cul­tura preser­vata e cus­todita? O è qual­cosa di prodotto oggi dal nulla? Ovvi­a­mente non è nulla di tutto ciò. L’identità cul­tur­ale è costru­ita tramite ele­menti non scritti quali espe­rienze storiche, tradizioni, lin­guaggi per­duti o mar­gin­ali, espe­rienze di esclu­sione. Queste sono le radici dell’identità. Allo stesso tempo, l’identità non è sem­plice riscop­erta delle radici, ma ciò che queste, uti­liz­zate come risorse, con­sentono alle per­sone di pro­durre. L’identità non è da risco­prire nel pas­sato, ma da costru­ire per il futuro." (Stuart Hall)

Rieccheggiano le tematiche di un altro classico, che sto leggento in questi giorni e che consiglio parimenti: "Pelle nera, maschere bianche", di Frantz Fanon, ancora in offerta a 5,68 euro su Ibs.

lunedì 7 marzo 2011

La psicoterapia americana ha un piede nella fossa?

Il New York Times dedica un lungo articolo (Talk Doesn’t Pay, So Psychiatry Turns to Drug Therapy) alla graduale trasformazione degli psichiatri americani, da medici disponibili a dedicare tempo ed ascolto (psicoterapia) ai pazienti, in efficienti distributori di prescrizioni farmacologiche orientati alla produttività. Un tempo, "Like many psychiatrists, [dr. Levis] treated 50 to 60 patients in once- or twice-weekly talk-therapy sessions of 45 minutes each. Now, like many of his peers, he treats 1,200 people in mostly 15-minute visits for prescription adjustments that are sometimes months apart. Then, he knew his patients’ inner lives better than he knew his wife’s; now, he often cannot remember their names. Then, his goal was to help his patients become happy and fulfilled; now, it is just to keep them functional".

Secondo l'articolo, alla base di questa deriva (che pesa soprattutto sulle spalle dei pazienti, che vedono frustrate le loro esigenze di ascolto a vantaggio di dosi massicce e standard di psicofarmaci che si limitano a calmare i sintomi, senza risolvere il disagio) vi sarebbero (1) le politiche adottate dalle assicurazioni sanitarie che scoraggiano la psicoterapia rendendola meno redditizia per i medici rispetto alla somministrazione dei farmaci ("a psychiatrist can earn $150 for three 15-minute medication visits compared with $90 for a 45-minute talk therapy session"), (2) la competizione sul prezzo portata da psicologi e operatori sociali meno competenti (privi di formazione clinica, e quindi non abilitati alla somministrazione di farmaci), e (3) l'indisponibilità degli psichiatri a ridimensionare il loro elevato tenore di vita per salvaguardare la qualità del loro operato. 

Il tutto - sembra - a vantaggio della medicalizzazione irresponsabile e inconcludente e a discapito della qualità del trattamento al disagio; con conseguenze drammatiche per gli individui (specie per i meno facoltosi), ma anche e soprattutto per la società nel suo complesso.

venerdì 4 marzo 2011

Anti-abortismo e retorica pro-life irresponsabile: L'esempio della Macedonia

Il governo macedone, attraversato da un generale "fanatico fervore religioso" (Osservatorio Balcani), ha intrapreso una campagna pubblicitaria per dissuadere i macedoni dalla pratica dell'aborto (tristemente diffusa, come in molti paesi ex-sovietici: 24 aborti ogni 100 nascite). Nel primo spot, una voce fuori campo elenca i possibili effetti collaterali e le conseguenze negative per la salute della donna provocate dall'aborto, mentre le immagini mostrano un bel bambino felice che si rotola in un lettone. Nel secondo spot, una ragazza comunica al compagno di aspettare un bambino, superando le titubanze e le obiezioni di lui  raccontandogli con aria sognante che il bambino sarà probabilmente maschio, e che certamente somiglierà a lui.

Global Voices riporta le reazioni di diversi attivisti e blogger macedoni che lamentano, tra le tante cose, l'estrema superficialità del messaggio. "It would be normal not to promote abortion. However, the point of this campaign should be reducing the number of unwanted pregnancies, which can be done with another kind of campaign, but also with introduction of sexual education, providing state subsidies for contraceptives, de-stigmatization of oral contraception. Reducing the number of unwanted pregnancies would reduce the number of abortions". A colpire è soprattutto il secondo spot, che sembra un'apologia della genitorialità irresponsabile.

"If there’s any message to this commercial, than it is that two immature individuals, without any conditions to raise children, as a rule, make a totally wrong decision. First they’ll lock themselves indoors forever, but will ruin the life of the innocent child…" commenta un altro blogger.

Inutile dire che tanto la sostanza quanto la forma retorica risultano, anche su questa sponda del Mediterraneo, sorprendentemente familiari.

giovedì 3 marzo 2011

L'abuso di porno provoca l'anoressia sessuale?

Calo del desiderio e incapacità di legare sessualità ed affettività: secondo la Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità, citata dall'Espresso, sarebbero questi i risultati del frequente e precoce accesso dei giovanissimi alla pornografia online. "Nei ragazzini sovraesposti a immagini e video hard si interrompe il processo che integra le pulsioni all'affettività. Si vivono solo esperienze ripetute, banali e spesso violente che inducono gradualmente da una parte assuefazione, dall'altra disinteresse verso alcuni aspetti vita reale. Fino a che si diventa appunto degli anoressici sessuali".

All'opposto, non si può però non rilevare come viviamo in una società nel quale il sesso riveste un ruolo sempre più centrale: le allusioni sessuali nel mondo dello spettacolo si moltiplicano, il sesso viene accreditato in quanto merce di scambio infallibile, l'universo erotico pubblico si popola di nuove suggestioni (burlesque), la pornografia diventa sempre più accessibile, l'idea di una sessualità puramente ricreativa si diffonde, l'erotismo fa il suo ingresso addirittura nei videogiochi. Che la crescita esponenziale di queste sollecitazioni possa davvero assuefare le persone al sesso, per renderlo poi gradualmente - in un qualche futuro - sempre meno centrale e sempre meno intrigante?

mercoledì 2 marzo 2011

La contemporaneità secondo il "Tiresia con la chitarra"

Nazione Indiana dedica un bel post alla musica di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, giovane cantautore e "Tiresia con la chitarra" (Gianluca Veltri) dalla nostra waste land contemporanea. Anche senza musica, i frammenti di testi citati da Veltri forniscono una intensa carrellata di immagini che descive, con sinteticità ed efficacia, gli anni zero che ci siamo appena lasciati alle spalle.

martedì 1 marzo 2011

L'esotismo nell'altro che fa all'amore

L'editrice Compagnia delle Lettere ha indetto un concorso, "Sensuali latenze", dedicato alla "poetica dell'altrove in una relazione erotica". 

Secondo l'editrice, il "migrante" si caratterizza per un bagaglio culturale che influenza addirittura il linguaggio del corpo e quindi i modi secondo cui la sessualità viene espressa e praticata all'interno delle coppie miste. "Per ricostruire la sua nuova identità, per trovare l'equilibrio nella perenne oscillazione fra due mondi, fra nostalgia e speranza, (il migrante) ha estremo bisogno di relazioni, di calore e di affetto" si legge. "E così come nel suo modo di comunicare attraverso la lingua adottiva fa capolino la struttura rassicurante della lingua madre, nel suo modo di amare traspare un linguaggio del corpo nel quale è codificata una memoria culturale diversa". L'incontro tra questi modi diversi di vivere ed esprimere la sessualità (le latenze) è alla base della magia dell'eros multietnico* che Compagnia delle Lettere vuole investigare.

Il migrante, ci viene suggerito, è altro, cioè è diverso; è diverso da noi addirittura per come esprime e consuma la sua sessualità, e lo è in quanto tarato dalle sue origini culturali. Non fa all'amore in quanto Ibrahim, in quanto Josè, in quanto Ioana: fa all'amore (o all'opposto commette femminicidio) come un senegalese, come un ecuadoregno, come una moldava.

La Compagnia delle Lettere è mossa dai migliori principi, in questa come in tutte le altre iniziative. Ma l'impostazione di fondo è quella del razzismo differenzialista che imperversa per l'Europa: noi siamo così, loro sono cosà (e c'è poco da fare). L'unica differenza è che Compagnia delle Lettere parte da questo presupposto per promuovere - invece che la separazione e la non contaminazione - il métissage, portando l'attenzione addirittura sull'atto finale della contaminazione (cioè la sessualita e la riproduzione, che è compenetrazione prima e fusione dei patrimoni poi). Non è certo un dettaglio; ma è l'unico elemento che distingue questa visione da quella di un qualsiasi Borghezio.

Per quanto mi riguarda, è molto più eccitante partire dal presupposto che l'altro/a non esiste in quanto espressione prona di un retaggio, ma in quanto individuo nella sua mutevole unicità.


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* L'altro è anche lo spazio della proiezione della fantasia e del desiderio; niente di strano nel fatto che moltissime persone possano riscontrare questa differenza.