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venerdì 7 ottobre 2011

La Lobby ebraica? Non esiste - o almeno non si interessa a Israele

La Lobby ebraica negli Stati Uniti non esiste (o comunque non si interessa più di tanto a Israele). Non solo i cittadini di origine ebraica hanno posizioni e visioni politiche diverse: per la maggioranza di loro, la politica estera ed il destino di Israele non sono infatti nemmeno considerati una priorità politica (e come tale non ne condizionano nemmeno il voto). Ne parla, su Al Jazeera, MJ Rosenberg; che cita diversi sondaggi, fra cui alcuni condotti dalle stesse associazioni di ebrei americani (che quindi riuniscono i più "militanti" fra gli ebrei americani), che mostrano come le priorità siano piuttosto sanità, pensioni, sviluppo economico, giustizia sociale ("American Jews are not single-issue voters"). Una "grande scoperta": anche gli ebrei sono come noi.

Che il voto delle "minoranze" presenti nelle democrazie "occidentali" sia normalmente distribuito su un'ampio spettro di partiti e movimenti, e che il destino della "comunità di appartenenza" o del luogo di origine non siano necessariamente una priorità, non è certo una novità sorprendente. Al contrario: in un'epoca di identità miste e fluide, di gruppi labili e intrecciati e di "culture" (valori, comportamenti etc.) internamente incoerenti, ci stupiremmo non poco del contrario. Proprio su questo blog, tempo fa si è parlato del comportamento elettorale sfaccettato dei musulmani d'Inghilterra; e gli esempi di ciò certo non mancano.

Forse è il caso di concedere anche all'Altro il diritto ad essere pensato da noi come razionale e pragmatico?

Ciò non significa che non esistano gruppi di pressione, consulte e lobby (né che il loro ruolo non sia importante); soltanto, questi gruppi non hanno il diritto di ergersi a unici portavoce di tutti coloro che condividono accidentalmente con loro una data provenienza geografica. Allo stesso modo, spetta a noi il compito di non accreditare questi interlocutori che vengono a bussare alle nostre porte proponendosi come passpartout come esponenti di un tutto, concedendogli più privilegi e credito di quello che si potrebbero lecitamente aspettare. 

Preferendo, ai notabilati multicolore e alla profilazione etnica delle persone, il rispetto dell'individuo e la fiducia in interazioni e politiche rispettosamente universali.

venerdì 23 settembre 2011

Libano: spiagge per sole donne e liberazione femminile

Il Palms resort di Khaldeh, Libano, è uno fra i resort per sole donne più in voga. Il Daily Star ci dischiude questa "oasi di serenità" cercando di indagare le ragioni che spingono le donne a scegliere questo tipo di ambiente (Oasis of calm at Lebanon's women-only beaches).

According to Dbeir, a mother who devoted her life to opening up a full relaxation zone for women, the purpose of a women’s beach is not specifically to devalue mixing sexes but rather to offer comfort to women who are displayed at the beach like they would be in their private homes, explained the founder of Palms. But despite this simple pursuit, Dbeir finds that women’s beaches are often misunderstood. “I met an American woman once who was shocked by the idea of a women’s beach so I showed her some pictures of the resort and her attitude completely changed. She understood that it is an atmosphere for relaxation and comfort for women rather than a segregating factor,” Dbeir explained. [...] Bahiya Marji, 27, who lives in Italy echoed the sentiment: “We are not veiled but for personal comfort we enjoy it here. As I am pregnant, I also feel more at home".

Molto probabilmente, dietro questa apparente serenità si nascondono un certo numero di attriti, pensioni, disagi: uno spiccato senso del pudore ed un rapporto poco sereno con il proprio corpo (e con lo sguardo altrui), quel mix di "sesso-centrismo" e di "sessuo-fobia" (l'idea che la visione del corpo scatena sempre e comunque impulsi bestiali che minano la serenità della vita morale) che accomuna le tre grandi culture religiose del Mediterraneo, una cultura patriarcale che vuole mettere la donna al riparo da qualsiasi possibilità di promiscuità. Non è tutto oro quel che luccica.

Ma non v'è dubbio che, per molte donne libanesi (e stiamo parlando degli strati sociali più istruiti, cosmopoliti e sofisticati) e non solo, questi luoghi rappresentino uno spazio di libertà, di autodeterminazione, di apertura. Spazi che possono frequentare con serenità, prendendosi una pausa dalla società maschile, sentendosi "come" (anzi "meglio che") a casa; anche perché, per l'oro, le alternative (adatte al loro senso di pudore, cioè compatibili con le pressioni sociali esterne e/o interiorizzate) a questi luoghi sarebbero state molto probabilmente due: non andare al mare, oppure andarci per rimanere immobili sotto l'ombrellone completamente imbacuccate.

Che ci pensassero, a destra, gli integralisti della "liberazione femminile".

giovedì 15 settembre 2011

L'insostenibile leggerezza del "museo etnografico". Ernesto De Martino e i "relitti folklorici"

Che senso ha raccogliere e documentare (al di fuori del puro interesse storiografico) usi e costumi del passato ormai morti e sepolti, o le labili tracce di queste culture del passato ormai annacquate negli stili di vita contemporanei? Che senso ha, soprattutto, raccogliere ed esaltare i "relitti folklorici" di cui sono piene, soprattutto in provincia, le soffitte e i magazzini? In un'epoca di "impulsi romantici alla riscoperta di paradisi perduti" e di proliferazione di raccolte di cianfrusaglie (spesso fregiati del titolo di esposizioni etnografiche), attraverso cui le comunità prive di un ruolo nel presente cercano di inventare un'epica del passato, è sicuramente costruttivo leggere queste attualissime riflessioni di uno dei grandi maestri dell'antropologia italiana, Ernesto de Martino.
In generale il folklore (religioso) come coacervo di relitti disgregati che l'analisi etnografica astrae dal plesso vivente di una determinata società non è, nel suo isolamento, storicizzabile. Il relitto folclorico(-religioso) può tuttavia acquistare il suo senso storico o come stimolo documentario che aiuta a comprendere una civiltà scomparsa di cui esso formava una volta elemento organico, ovvero come stimolo documentario che aiuta a misurare i limiti interni e la interna forza di espansione di una civiltà attuale in cui è conservato come relitto: al di fuori di queste due possibilità di conquista da parte del pensiero, il materiale folklorico(-religioso) resta storiograficamente una sorta di terra di nessuno, ancorché vi si possa svolgere la industre fatica dei raccoglitori di tradizioni popolari e vi possa trovare appiglio l'impulso romantico di qualche nostalgico di paradisi perduti.
(Ernesto De Martino, introduzione a Sud e Magia, 1959)
E se tutti i musei della civiltà contadina, tutte le feste popolane riscoperte e riallestite, tutti i libri di ricette della nonna e quant'altro non fossero altro che un disperato (e pateticamente romantico) tentativo di aggrapparsi alla terra di nessuno di un passato idealizzato (tentativo dai tratti spiccatamente conservatori, visto che tutto voltato verso il passato)? E se le raccolte e le celebrazioni dei relitti e dei (presunti) costumi del passato ("terre di nessuno") non ci raccontassero altro che l'incapacità provinciale delle "comunità" locali e degli stessi studiosi di adattarsi alla moderna società globale e post-industriale?

venerdì 9 settembre 2011

L'antica tradizione del carnevale ottomano di Moena, in Trentino

A Moena, in Trentino, una festa raduna ogni anno centinaia di abitanti dolomitici vestiti da antichi ottomani che sfilano sotto decine di bandiere della Turchia moderna per celebrare un carnevale estivo fondato sulla leggenda di antichi incontri avvenuti attorno al 1683. Osservatorio Balcani e Caucaso racconta la storia surreale di una festa popolare (Un sultano nella Turchia trentina) che altro non è se non una scusa particolarmente fantasiosa, bizzarra e postmoderna per far festa, ma che nel frattempo ci ricorda che gli spostamenti di persone e le contaminazioni non sono nè una cosa recente, nè una cosa estranea alla provincia più profonda (alla sua storia e, ma più raramente, anche al suo immaginario).


mercoledì 18 maggio 2011

La fatica di essere individuo

Cosa succederebbe se scoprissi di avere un antenato fenicio, vichingo o ebreo? Evidentemente, nulla. Non siamo ciò che sta scritto nel nostro sangue, nei nostri geni, nel nostro lignaggio: a parte i lineamenti di fondo e la possibile predisposizione genetica a qualche brutto male, siamo delle bestie culturali. Lo sono pure gli animali, tra l'altro; e noi umani, con tutte le arie che ci diamo, non dovremmo aver dubbi a dire che siamo prima di tutto prodotti dell'ambiente e di noi stessi, non dei nostri avi.

E se domani ci clonassero, l'essere che ne uscirebbe sarebbe uguale a noi soltanto per quanto riguarda la nuda superficie: al di sotto, pensiero sentimenti e propensioni, e al di sopra, vestiti e modo di fare, sarebbe tutt'altro perchè i geni, per quanto riguarda l'identità seriamente intesa, non c'entrano nulla. E allora, che ci clonino pure; a parte il fatto che non avrebbe senso alcuno.

Già essere animali culturali, comporta fatica. Non solo: siamo anche animali individuali.

lunedì 16 maggio 2011

Fantasie d'occidente. Storia essenziale della danza del ventre.

(Vai al Pdf in Scribd)

Pur continuando a rimandare ad un immaginario esotico distorto, e pur traendo parzialmente spunto dalle antiche danze popolari del vicino e del medio Oriente, la “danza del ventre” è oggi un prodotto ibrido completamente incorporato nella cultura popolare “occidentale”. La danza del ventre contemporanea, infatti, è il risultato della reinterpretazione delle danze ma anche delle fantasie, dei racconti e dei desideri emersi in due secoli di incontri tra Oriente ed Occidente; risultato che non fa che ricordarci come l'incontro tra culture produca sempre ed inevitabilmente culture nuove, “di sintesi”, e di come queste culture nuove siano prodotti spontanei dei nostri bisogni che trovano nel nuovo un'opportunità per prendere forma. 

Quella che segue vuole essere una breve ed informale storia genealogica della Danza del Ventre occidentale contemporanea. Il mio obiettivo non è quello di mostrare semplicemente come la danza del ventre contemporanea sia inevitabilmente qualcosa d'altro rispetto alle “danze tradizionali”, né quello di mostrare semplicemente come la storia della Danza del Ventre sia anche una storia di pregiudizi e di rapporti asimmetrici tra “Oriente” e “Occidente”, né quello di dimostrare semplicemente come la Danza del Ventre dica molto di noi e nulla del “vero” Oriente. L'obiettivo principale, piuttosto, è quello di descrivere il potere creativo dell'incontro interculturale e la natura intrinsecamente meticcia della cultura – in questo caso – materiale.

martedì 1 marzo 2011

L'esotismo nell'altro che fa all'amore

L'editrice Compagnia delle Lettere ha indetto un concorso, "Sensuali latenze", dedicato alla "poetica dell'altrove in una relazione erotica". 

Secondo l'editrice, il "migrante" si caratterizza per un bagaglio culturale che influenza addirittura il linguaggio del corpo e quindi i modi secondo cui la sessualità viene espressa e praticata all'interno delle coppie miste. "Per ricostruire la sua nuova identità, per trovare l'equilibrio nella perenne oscillazione fra due mondi, fra nostalgia e speranza, (il migrante) ha estremo bisogno di relazioni, di calore e di affetto" si legge. "E così come nel suo modo di comunicare attraverso la lingua adottiva fa capolino la struttura rassicurante della lingua madre, nel suo modo di amare traspare un linguaggio del corpo nel quale è codificata una memoria culturale diversa". L'incontro tra questi modi diversi di vivere ed esprimere la sessualità (le latenze) è alla base della magia dell'eros multietnico* che Compagnia delle Lettere vuole investigare.

Il migrante, ci viene suggerito, è altro, cioè è diverso; è diverso da noi addirittura per come esprime e consuma la sua sessualità, e lo è in quanto tarato dalle sue origini culturali. Non fa all'amore in quanto Ibrahim, in quanto Josè, in quanto Ioana: fa all'amore (o all'opposto commette femminicidio) come un senegalese, come un ecuadoregno, come una moldava.

La Compagnia delle Lettere è mossa dai migliori principi, in questa come in tutte le altre iniziative. Ma l'impostazione di fondo è quella del razzismo differenzialista che imperversa per l'Europa: noi siamo così, loro sono cosà (e c'è poco da fare). L'unica differenza è che Compagnia delle Lettere parte da questo presupposto per promuovere - invece che la separazione e la non contaminazione - il métissage, portando l'attenzione addirittura sull'atto finale della contaminazione (cioè la sessualita e la riproduzione, che è compenetrazione prima e fusione dei patrimoni poi). Non è certo un dettaglio; ma è l'unico elemento che distingue questa visione da quella di un qualsiasi Borghezio.

Per quanto mi riguarda, è molto più eccitante partire dal presupposto che l'altro/a non esiste in quanto espressione prona di un retaggio, ma in quanto individuo nella sua mutevole unicità.


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* L'altro è anche lo spazio della proiezione della fantasia e del desiderio; niente di strano nel fatto che moltissime persone possano riscontrare questa differenza.

martedì 5 ottobre 2010

L'esotismo nell'altro che uccide

Ci deve essere sempre qualcosa di esotico nell'altro che uccide; ma basta un dettaglio, quel tocco di etnico in più, per alimentare attraverso la cronaca le visioni distorte e i pregiudizi controproducenti. 

Guardate i titoli dei giornali: lo straniero che uccide lo fa sgozzando e non accoltellando; lapidando e non semplicemente colpendo con oggetti contundenti; lo fa con l'aiuto del clan familiare e non con l'aiuto di complici; lo fa perchè esiste l'Izzat (che è sinonimo di onore ma va ben esplicitato nel suo rimandare all'altrove) e non perchè è un padre-padrone; ed infine spesso seppellisce, magari nell'orto e con la testa girata alla Mecca, invece che occultare. Mica come noi. Dettagli macabri contro eufemismi: dettagli che rafforzano però nella mente del lettore il pregiudizio, l'idea di avere a che fare con un mondo culturale irriducibile. Perchè l'associazione tra cultura e tendenze omicide emerge forte da queste differenze lessicali; quasi a dire che i pachistani lapidano e sgozzano, e non c'è niente da fare, perchè sono abituati a veder la gente lapidata o sgozzata per le loro strade. "E' la loro cultura", ti verrebbe da dire a leggere il giornale; peggio: "è la loro natura".

mercoledì 29 settembre 2010

Storia di Issam, espulso nella "sua casa" sbagliata

Issam Boussoura è un ragazzo nato nel 1978 in Marocco. Tre settimane dopo la nascita Issam si trasferisce con i genitori in Francia dove cresce, vive, frequenta la scuola, lavora, delinque. Nel 1999  Issam viene arrestato per reati quali la tentata estorsione ed il possesso di stupefacenti. Ha 21 anni. Finisce in carcere, condannato a 5 anni. Ma nel 2002, mentre sconta la sua pena, la Francia lo espelle, lo rimanda in Marocco. Lo rispedisce "a casa sua", come si dice in questi casi.

Peccato che a "casa sua", in Marocco, Issam non ci abbia mai vissuto. La sua vera casa, i genitori ottantenni ormai cittadini francesi (e gli amici, le abitudini, i legami creati in 21 anni), Issam li lascia in Francia. Nel 2009 muore la madre, che Issam non ha più nemmeno potuto vedere. Una vita a pagare le tasse mentre si spera in un futuro migliore per i figli, per non poterli neanche salutare dal letto di morte.

Il 24 settembre 2010 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo pronuncia la sentenza. Issam Boussoura vince la causa contro la Francia perchè l'allontanamento, vista la condizione familiare, non era giustificato (altrimenti lo sarebbe stato, figuriamoci; anche i francesi sono mammoni). Risarcimento?  

martedì 28 settembre 2010

La mappa degli stereotipi europei

Per gli americani la terra del padrino, per i francesi i vicini guasconi e chiassosi, per gli inglesi la patria dei tamarri brizzolati, per i tedeschi la terra della pizza e dei musei: è questa l'Italia vista dall'estero secondo le mappe degli stereotipi (i popoli europei visti da americani, inglesi, francesi, tedeschi, italiani e bulgari) create da un artista bulgaro-londinese e pubblicate sul suo sito (descritte in maniera estesa dal Corriere, e ripubblicate con didascalie in italiano qui).

Pur prendendo questo lavoro con le molle, è interessante riflettere sulle origini di questi stereotipi.

* Primo: quasi tutti gli stereotipi hanno per oggetto accadimenti tutto sommato recenti - come a dirci che sono mutevoli e quindi si possono cambiare rapidamente.

* Secondo: questi stereotipi sono spesso soltanto la rivisitazione di vecchi stereotipi che si hanno semplicemente rinnovato l'oggetto - come a dire che i pregiudizi non sono poi così duri a morire: spesso muta solo la forma e non la sostanza.

* Terzo: le fonti principali sono i movimenti di persone (il viaggio e l'immigrazione), la politica (Gazprom, il comunismo) e la cultura materiale popolare (il porno, la cannabis). Come a confermarci che è su questi ambiti che bisogna lavorare.

lunedì 20 settembre 2010

I fasti del Rinascimento e la paura di guardare al futuro

"Due anni fa conobbi il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che con un gentile gesto di ospitalità si congedò invitandomi ad andarlo a trovare quando mi fossi trovato nella sua città. Mi avrebbe mostrato quello che stava facendo (era ancora presidente della Provincia) e poi rinnovò il suggerimento a godersi le indiscutibili attrazioni locali: “andate a vedere la Madonna del Cardellino!” Io, approfittando di una mia proverbiale mancanza di diplomazia e della sua pazienza da giovane ex scout, gli risposi affabilmente che non se ne poteva più della Madonna del Cardellino e di tutte-le-bellezze-che-il-mondo-ci-invidia e “il nostro Rinascimento” e che due palle che una città col capitale di grandezza, cosmopolitismo e capacità di attrazione come Firenze si fosse seduta da decenni sui suoi capolavori di mezzo millennio prima e sulle sue botteghe di pizza e pellami" (Luca Sofri).

Mi unisco a questo accorato sfogo.

sabato 18 settembre 2010

Donne in Burqa travolgono pensionata: Lo spot choc della destra identitaria svedese

Un gruppo di donne in Burqa cariche di passeggini che scavalcano una pensionata appropriandosi degli ultimi sussidi statali: è questo il durissimo spot sfoderato per gli ultimi giorni di campagna elettorale dal "Partito Democratico Svedese" (Sverigedemokraternas), formazione nazionalista ed anti-immigrazione che si ispira al Fronte Popolare ed alla Lega, accreditato dagli ultimi sondaggi oltre il 7%.


venerdì 17 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza

Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente)  insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

mercoledì 15 settembre 2010

L'Italia dei campanili risorge per Miss Italia?

Il Corriere rilancia una notizia che offre uno spaccato interessante sul tema "comunità vs. società atomizzata": in occasione del concorso di bellezza Miss Italia, diversi sindaci e assessori si sarebbero mobilitati a favore delle aspiranti miss che risiedono nel loro comune di pertinenza. "Votate la nostra miss, orgoglio della nostra terra" si legge da nord a sud su comunicati ufficiali e volantini stampati, evidentemente anche a spese dei contribuenti, e distribuiti per mobilitare i compaesani al televoto.

A fare notizia, nel caso in questione, è soprattutto il coinvolgimento della politica locale: un coinvolgimento sicuramente fuori luogo, naturale deriva del principio tanto in voga per cui anche il politico deve essere prima di tutto "uno di noi" (e non qualcuno di  funzionalmente "migliore"). Certo è che però questo coinvolgimento della politica ha alle spalle almeno apparentemente un sentimento popolare forte, il campanilismo di cui sopra, che sembra anacronistico e che merita una riflessione. Cosa porta, nell'Italia del ventunesimo secolo, le persone ad emozionarsi a sostegno di una compaesana sconosciuta che può diventare famosa? Perchè interessarsi ad una competizione anacronistica violando tra l'altro quelle che sono le "regole morali" del gioco, votare per eleggere la più bella d'Italia, semplicemente perchè una concorrente risiede nello stesso paese, città o regione?

martedì 14 settembre 2010

La deriva islamofobica del Corriere della Sera: E' il turno di Panebianco

Il Corriere della Sera torna a ripercorrere il tema dell'islamofobia, dopo le vette toccate da Giovanni Sartori, con un editoriale firmato da Angelo Panebianco (anche se il ghost writer potrebbe benissimo essere lo stesso). Anche se l'articolo non aggiunge nulla di nuovo, visto che le tesi sono quelle già sentite (soprattutto sugli autobus e nei bar, altre volte come detto sul Corriere della Sera) dell'Occidente con "gli occhi chiusi" di fronte alla conquista dell'Europa da parte dell'Islam radicale, continua a far dispiacere il fatto che un quotidiano presunto "moderato" come il Corriere continui a concedere spazio a celebri professori universitari, e questo è il secondo elemento di dispiacere, che sentono l'urgenza di parlare di argomenti che non conoscono (un politologo non ha certo il dovere di trasformarsi in un esperto di processi migratori; semmai farebbe meglio ad abbassare un pò i toni o a lasciare spazio a chi si dedica a queste cose) finendo per dare sostanza apparente a quell'islamofobia "da uomo della strada" che poi tanto male fa all'integrazione.

Panebianco parte dalla considerazione che, dalle Torri Gemelle ad oggi, l'Occidente (entità politica che tra l'altro non esiste) si è limitato a "contenere" debolmente l'avanzata dell'islam radicale (Iraq, Afghanistan, Somalia) senza affrontare il problema in maniera radicale. Panebianco ragiona all'interno del vecchio paradigma della guerra globale tra Islam e Occidente e lo dice esplicitamente: l'Afghanistan o la Somalia non vanno intesi come scenari distinti con motivazioni e dinamiche differenti ma come campi di un'unica battaglia mondiale tra Bene e Male. Islam e Occidente, infatti, sono per Panebianco entità reali internamente omogenee nonchè naturalmente contrapposte; ed è quindi naturale, partendo da queste premesse sbagliate, interpretare i flussi migratori provenienti dai paesi musulmani come "travasi" di nemici che contaminano la purezza della "squadra" di cui noi occidentali faremmo parte.

lunedì 13 settembre 2010

Adro: passo falso leghista o vero comunitarismo?

Il bravo Michele Serra torna sulla questione della scuola di Adro con un bel pezzo che vi consiglio di leggere. In particolare, l'articolo di Serra è interessante perchè descrive una situazione esemplare di comunitarismo quasi all'americana: Adro viene descritta come una comunità di evangelici americani completamente fuori dal mondo, un corpo estraneo chiuso su sè stesso in cui tutti condividono un pensiero unico religioso, onnicomprensivo e fanatico, presidiato con energia ed imposto con fare minaccioso a quei pochi che sgarrano dalle leggi del branco. Non dobbiamo prendere questa lettura alla leggera; se non altro perchè nel mondo queste cose esistono (in America si è arrivati ad imporre lo studio del creazionismo, altro che il folklore padano di Adro), e perchè c'è pieno di studiosi che studiano la crescita in Europa di questi gruppi appunto definiti neo-comunitaristi che guarda caso costituiscono la galassia della destra identitaria europea (da Le Pen alla Lega Nord).

Ciò nonostante continuo ad avere i miei dubbi riguardo a queste letture un pò apocalittiche. Ieri mi chiedevo se la mitologia leghista può conquistare davvero le masse padane: davvero la comunità di Adro (o almeno la sua maggioranza leghista) condivide un pensiero, un'ideologia e una mitologia unica? Davvero crede nello stato padano con una bandiera, una filosofia della storia, un Pantheon di eroi, un'intera liturgia pagana nuova?  Davvero gli "intellettuali leghisti" riusciranno a convincere a fondo i cittadini di Adro, al di là di qualche fervente attivista? O queste cose la gente comune in fondo le ignora, o le vive magari con un pò di disagio ("guarda un pò questi quanto si stanno allargando...")? Perchè a fianco dell'idea di una massa indottrinata e fanatica, che pensa e si muove come un corpo solo, non dobbiamo escludere l'immagine alternativa, più italiana: i cittadini di Adro come un gruppo di persone che si salda soltanto attorno ad un set di interessi concreti (razzismo spiccio, generici paradisi comunitari perduti, abbasso Roma ladrona), in un clima sicuramente preoccupante e spaventoso, ma che in fondo è poco interessata al paganesimo ed all'epica leghista.

domenica 12 settembre 2010

La mitologia leghista può conquistare davvero le masse "padane"?

La decisione di tappezzare il nuovo polo scolastico "Gianfranco Miglio" di Adro di simboli leghisti, dai posacenere (fuori da una scuola?!) fino alle "o" dei comunicati appesi in bacheca, è il semplice sintomo di un delirio di onnipotenza. A forza di gongolarsi della favola a metà del "radicamento sul territorio", a forza di credersi appoggiati incondizionatamente da chissà quale maggioranza assoluta, la Lega Nord sta forse finalmente superando la misura: si crede padrona del territorio, e crede che la sua mitologia grottesca abbia fatto breccia tra la popolazione. Ma credo che stiano facendo il passo più lungo della gamba: perfino i cittadini della provincia bresciana si accorgeranno, a questo punto, di trovarsi di fronte ad una forma di potere grottesca. I banchi griffati lega sono un delirio di potenza che la gente della provincia "padana", poco interessata alla mitologia celtica, vivrà probabilmente con imbarazzo: questa gente ha bisogno di politiche razziste e semplicismo spiccio e non di una nuova religione pagana.

Gli studiosi ribadiscono che, tra le forze della Lega, c'è anche la mitologia, i rituali, l'immaginario paganeggiante e le sciocche basi storiche ricostruite alla bell'e meglio in pochi anni di esistenza. Io credo che questo genere di folklore possa funzionare accendendo qualche militante, ma che in fondo non interessi poi tanto a queste genti di provincia abituati a farsi scivolare addosso ideologie, dominazioni, religioni. Anche se la Lega cerca di accreditarsi come realtà autoctona, credo la mitologia e la retorica non piacciano in fondo ai vietcong mansueti e zucconi che popolano la provincia sonnacchiosa del nord Italia.

sabato 11 settembre 2010

"L'esercito dei baby immigrati alle porte". Partiamo dal linguaggio...

Un "esercito di baby immigrati bussa alle porte delle elementari", scrive Repubblica. E così quello che dovrebbe essere un articolo asettico tutto numeri e dichiarazioni di esperti, quello che dovrebbe essere addirittura un articolo di denuncia dell'impreparazione, del razzismo istituzionale, delle discriminazioni strutturali che complicano gratuitamente la vita degli italiani di domani e delle loro famiglie, finisce per rievocare quell'idea di invasione barbarica che sta poi alla base di tutte le storture di cui sopra.

Prima di tutto l'immagine dell'esercito, che forse non è poi così adatta a designare l'insieme dei bambini di 5 anni figli di stranieri (ce li immaginiamo uno con lo zaino dei Gormiti, l'altra con i nastrini bianchi tra i capelli) che si apprestano a cominciare la scuola. L'esercito è un insieme di elementi tutti uguali, di soggettività sacrificate sotto una bandiera ed una divisa, che si muove in maniera coordinata verso un unico obiettivo tendenzialmente bellicoso: una metafora bellica inutile, specie se si parla di bambini, che però non fa che alimentare (anche su Repubblica, anche in un articolo colmo di buone intenzioni) il clima di paura, la sensazione di assedio e di noi contro loro.

venerdì 4 giugno 2010

Al cento per cento americano

"Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti in- ventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.


Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meri- dionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo.

martedì 18 maggio 2010

La guerra dell'hummus e i comunitarismi gastronomici

Tra Libano e Israele è scoppiata una guerra culinaria: quali piatti sono arabi e quali israeliani? Il cibo, per qualche strano motivo, è spesso al centro di rivendicazioni identitarie: celebri gli slogan e i manifesti più polenta e meno cous cous, ma anche le lotte al Kebab. Ma ha senso parlare di furti e di appropriazioni di cultura, specie in ambito culinario? Ha senso considerare le culture come "cose" e come marchi registrabili? Il pezzo integrale è di Osservatorio Iraq.
«La questione di natura strettamente culinaria non ha ovviamente tardato a divenire una diatriba politica. La parte libanese ha infatti apertamente accusato Tel Aviv di volersi appropriare delle tradizioni culinarie arabe e non a caso ha celebrato il conseguimento dei due nuovi record [per il maggior quantitativo di hummus e felafel cucinati] alla stregua di una vittoria militare. Molte testate on-line hanno aperto con titoli come “Il Libano ha vinto la guerra dell'hummus” dimostrando come la questione sia fortemente sentita a livello nazionale.

Del resto "la guerra dell'hummus" fra Libano ed Israele non era sconosciuta alle cronache regionali. Già due anni fa alcuni uomini d'affari di Beirut come Fadi Abboud, presidente dell'Associazione degli industriali libanesi [Ndr. notare: degli industriali libanesi], aveva pronunciato parole di fuoco contro Israele accusandolo testualmente di "non voler rubare solo la terra, ma anche le nostre tradizioni e la nostra cultura".