giovedì 15 settembre 2011

L'insostenibile leggerezza del "museo etnografico". Ernesto De Martino e i "relitti folklorici"

Che senso ha raccogliere e documentare (al di fuori del puro interesse storiografico) usi e costumi del passato ormai morti e sepolti, o le labili tracce di queste culture del passato ormai annacquate negli stili di vita contemporanei? Che senso ha, soprattutto, raccogliere ed esaltare i "relitti folklorici" di cui sono piene, soprattutto in provincia, le soffitte e i magazzini? In un'epoca di "impulsi romantici alla riscoperta di paradisi perduti" e di proliferazione di raccolte di cianfrusaglie (spesso fregiati del titolo di esposizioni etnografiche), attraverso cui le comunità prive di un ruolo nel presente cercano di inventare un'epica del passato, è sicuramente costruttivo leggere queste attualissime riflessioni di uno dei grandi maestri dell'antropologia italiana, Ernesto de Martino.
In generale il folklore (religioso) come coacervo di relitti disgregati che l'analisi etnografica astrae dal plesso vivente di una determinata società non è, nel suo isolamento, storicizzabile. Il relitto folclorico(-religioso) può tuttavia acquistare il suo senso storico o come stimolo documentario che aiuta a comprendere una civiltà scomparsa di cui esso formava una volta elemento organico, ovvero come stimolo documentario che aiuta a misurare i limiti interni e la interna forza di espansione di una civiltà attuale in cui è conservato come relitto: al di fuori di queste due possibilità di conquista da parte del pensiero, il materiale folklorico(-religioso) resta storiograficamente una sorta di terra di nessuno, ancorché vi si possa svolgere la industre fatica dei raccoglitori di tradizioni popolari e vi possa trovare appiglio l'impulso romantico di qualche nostalgico di paradisi perduti.
(Ernesto De Martino, introduzione a Sud e Magia, 1959)
E se tutti i musei della civiltà contadina, tutte le feste popolane riscoperte e riallestite, tutti i libri di ricette della nonna e quant'altro non fossero altro che un disperato (e pateticamente romantico) tentativo di aggrapparsi alla terra di nessuno di un passato idealizzato (tentativo dai tratti spiccatamente conservatori, visto che tutto voltato verso il passato)? E se le raccolte e le celebrazioni dei relitti e dei (presunti) costumi del passato ("terre di nessuno") non ci raccontassero altro che l'incapacità provinciale delle "comunità" locali e degli stessi studiosi di adattarsi alla moderna società globale e post-industriale?

1 commento:

  1. Maria grazia Fabrizi.15 settembre 2011 18:05

    Oggi siamo ritornati alle stesse riflessioni a cui voleva portarci De Martino.Cosa e in che misura il passato determina in che misura ci forma.Le culture egemoniche e le culture subalterne infine il folcloristico e il folclorico.Il passato non un feticcio testimonial della felicità perduta in uso al consumo e alla commercio della reificazione...Il passato come qualcosa di vivo da cui trarre elementi di evoluzione continua ...

    RispondiElimina