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martedì 30 agosto 2011

Il ritmo nel sangue (misto). La "danza Kuduru" in prospettiva postcoloniale

La prima notizia è che l'Africa, estrema periferia economica, politica e scientifica del mondo, esiste ed ha un suo ruolo di rilievo nell'immaginario della cultura popolare globale. Il tormentone dell'estate 2011, in vetta alle playlist dei villaggi vacanze, delle radio commerciali e dei canali all music, la "Danza Kuduru", è originaria dell'Angola e l'"africanità" non è un attributo qualsiasi ma è anzi l'elemento centrale a partire dal quale la Danza si posiziona nel mercato e nell'immaginario. E non si tratta nemmeno di un caso isolato: come dimenticare il successo planetario della Waka Waka nell'estate 2010? Fosse per la politica e per gli opinion leaders de noantri, l'Africa continuerebbe a non esistere (o rimarrebbe un buco nero, una cosa così negativa da non poter essere nemmeno nominata); la cultura popolare, al contrario, ha il merito - se non altro - di rappresentare il continente senza connotarlo negativamente e senza limitarlo a un deserto punteggiato di bambini denutriti con le mosche al naso.

Il successo estivo della Danza Kuduru, tuttavia, non racconta solo dell'Africa: la Danza Kuduro è infatti prima di tutto un prodotto e un'icona del meticciato. Originaria dell'Africa lusofona (e più precisamente dell'Angola), la danza Kuduru si è diffusa in Portogallo all'interno della comunità migrante e da quì è stata introdotta in Francia da Lucenzo, cantante e produttore francese (di origini portoghesi), che ne ha inciso una prima versione in portoghese in collaborazione con il rapper originario del Queens Big Ali. Il vero successo della Danza arriva però quando Don Omar, stella portoricana del reggaeton, decide di incidere (in featuring con lo stesso Lucenzo) una versione in spagnolo della danza che diventa colonna sonora del film Fast and Furious 5. Questo suo essere creola, ancora una volta, non è una caratteristica accidentale bensì il segreto del successo planetario: la Danza Kuduru riesce infatti a rappresentare e a raccontare a ciascuno qualcosa proprio perché, in quanto frutto dell'incontro, riesce ad apparire esotica ed allo stesso tempo familiare (in un certo senso "universale"). Soprattutto, essa dimostra a milioni di giovani (spesso quegli stessi giovani imbottiti di retorica etnocentrista) la naturalezza, la banalità e l'irresistibile creatività dello scambio e del metissage culturale. Anche qui, è molto più di quanto tutti gli esperti illuminati e gli attivisti messi insieme siano riusciti a fare.

Ciò non toglie che il successo della Danza Kuduru sia però estremamente problematico e forse, in una prospettiva più ampia, criticabile e negativo. In primo luogo, la Danza Kuduru non fa infatti che creare e confermare gli stereotipi relativi all'Africa (ed ai Caraibi, dove la danza "reggaetonizzata" è stata ricollocata). Nella cultura popolare, l'Africa ha diritto di cittadinanza finché rimane uno scenario immaginario ed esotico: non un continente di genti reali ma un "luogo del (nostro) spirito", un'allegoria del ritmo e della sensuale spensieratezza ad uso e consumo di una platea di giovani benestanti e sfaccendati. La Danza Kuduru non ci dice nulla di nuovo: semplicemente, ci ricorda che l'Africa ha il ritmo nel sangue e che i Caraibi del video musicale non sono altro che un paradiso naturale popolato da mulatte disinibite ad uso e consumo dei possessori di Yacht occidentali. E' difficile pensare che la reiterazione di questo stereotipo possa fare del bene all'africano o al portoricano medio; al contrario, l'immagine che ne viene rafforzata è probabilmente degradante, inferiorizzante e comunque fuorviante. 

In secondo luogo, non possiamo certo dimenticare che la testa ed il portafoglio della Danza rimane saldamente nel nord del mondo: un nord del mondo che, ancora una volta, plasma e preda le risorse del sud (in questo caso la risorsa è un "immaginario") per accrescere il proprio profitto ed il proprio potere penetrando ed influenzando sostanzialmente anche la cultura locale. 

Il fatto che dal commercio degli schiavi si sia passati al commercio della gomma prima, del petrolio poi, e ora delle fantasie di sensualità e spensieratezza, rappresenta un successo solo parziale: in un caso come nell'altro stiamo parlando comunque di risorse che vengono prelevate senza lasciare nulla in cambio, se non un impoverimento (sia esso materiale o simbolico) sostanziale.



Andrea F. - Il Pensiero Selvaggio

 

venerdì 1 luglio 2011

Il culto del cargo e il "marketing non etico" di Nestlé

Convincere le madri a sostituire l'allattamento al seno con il latte artificiale, promettendo bambini più alti e intelligenti (e pagando tangenti a medici e autorità locali). Tutto appare straordinariamente convincente, quando lo spacciatore ha il sapere - che è davvero potere - dalla sua parte. Peccato però che, oltre a non diventare più intelligenti e a comportare un costo extra per le famiglie illuse, i bambini allattati nel "terzo mondo" con latte in polvere - conservato e preparato con acqua spesso contaminata, e magari mal dosato visto che nessuno sa leggere le istruzioni che non sono scritte negli idiomi locali - hanno - a quelle latitudini - da 4 a 6  volte più probabilità di morire di malattie infettive rispetto ai bambini allattati al seno.

GreenReport (Ong contro Nestlè:«In Laos marketing non etico contro l’allattamento al seno») e - in originale e con link - IRIN (LAOS: NGOs flay Nestlé’s infant formula strategy) raccontano l'ultimo episodio (Nestlé che in Laos tenta di convincere le madri a sostituire l'allattamento al seno con il latte artificiale) di una storia lunga, lunghissima, cominciata con Cristoforo Colombo e declinata nei secoli coerentemente con lo spirito del tempo fino ad essere rubricata sotto la categoria di "marketing non etico"

Per provare a comprendere - dal loro punto di vista - perché tutto ciò accade, forse è il caso di chiedere aiuto alle teorie antropologiche sul cosiddetto "culto del cargo".

giovedì 9 giugno 2011

Immigrazione. Il "mercato delle vacche" va bene finché è virtuale

Pino Rossi, sindaco di Gallio (2.000 abitanti, provicina di Vicenza), è salito agli onori delle cronache perché si è recato di persona nella struttura dove sono parcheggiati i 34 profughi che verranno smistati nei comuni del vicentino per scegliere di persona l'immigrato da ospitare nel proprio comune. Ha dichiarato ai giornali che dovrà corrispondere al seguente identikit: "Giovane e cristiano" ("Giovane e cristiano". Il sindaco si sceglie il profugo). Prima di farlo si è consultato anche con il parroco, evidentemente di più ampie vedute, che ha dichiarato di non condividere la sua volontà di scegliere le persone più giovani, ma si è trovato d'accordo "nel dire che un rifugiato di fede cristiana avrebbe meno difficoltà di integrazione, soprattutto in una realtà montana in cui non ci sono figure di riferimento per la fede islamica".

Alcuni sindaci di comuni vicini hanno protestato contro questa iniziativa: "non siamo mica al mercato delle vacche" hanno detto. Eppure, l'immagine di un sindaco che sceglie di persona l'immigrato da "ospitare" così come al canile si sceglie il randagio da regalare alla propria fidanzatina, non è poi troppo lontano dalla politica migratoria auspicata da molti (e già in parte messa in pratica in Italia). 

L'idea di definire delle quote divise per paese di origine, privilegiando i giovani scapoli provenienti dai paesi con i quali l'Italia ha stipulato accordi di collaborazione (per i rimpatrii) tenendo anche conto delle "affinità culturali", è infatti uno dei cardini del "modello italiano per la gestione delle migrazioni" messo nero su bianco dall'ex segretario Mantovano.

Non c'è poi molta differenza tra lo scegliersi di persona - sulla base di criteri inconsistenti - il migrante, come si trattasse di uno schiavo, di un cavallo o di un randagio, e tra l'istituire quote sulla base dei medesimi criteri (a partire dalle medesime presunte affinità culturali). Tuttavia, basta un tocco di virtualità, basta allontanare il momento della scelta dallo sguardo, per far passare tutto come perfettamente civile, lecito e "naturale".

lunedì 16 maggio 2011

Fantasie d'occidente. Storia essenziale della danza del ventre.

(Vai al Pdf in Scribd)

Pur continuando a rimandare ad un immaginario esotico distorto, e pur traendo parzialmente spunto dalle antiche danze popolari del vicino e del medio Oriente, la “danza del ventre” è oggi un prodotto ibrido completamente incorporato nella cultura popolare “occidentale”. La danza del ventre contemporanea, infatti, è il risultato della reinterpretazione delle danze ma anche delle fantasie, dei racconti e dei desideri emersi in due secoli di incontri tra Oriente ed Occidente; risultato che non fa che ricordarci come l'incontro tra culture produca sempre ed inevitabilmente culture nuove, “di sintesi”, e di come queste culture nuove siano prodotti spontanei dei nostri bisogni che trovano nel nuovo un'opportunità per prendere forma. 

Quella che segue vuole essere una breve ed informale storia genealogica della Danza del Ventre occidentale contemporanea. Il mio obiettivo non è quello di mostrare semplicemente come la danza del ventre contemporanea sia inevitabilmente qualcosa d'altro rispetto alle “danze tradizionali”, né quello di mostrare semplicemente come la storia della Danza del Ventre sia anche una storia di pregiudizi e di rapporti asimmetrici tra “Oriente” e “Occidente”, né quello di dimostrare semplicemente come la Danza del Ventre dica molto di noi e nulla del “vero” Oriente. L'obiettivo principale, piuttosto, è quello di descrivere il potere creativo dell'incontro interculturale e la natura intrinsecamente meticcia della cultura – in questo caso – materiale.

giovedì 5 maggio 2011

Fratelli IN Italia - Passaparola!

Una lettera raccomandata, inviata dal comune ai diciassettenni nati in Italia da genitori immigrati, per ricordare ai ragazzi che lo desiderano che è tempo di avviare le pratiche per richiedere la cittadinanza italiana (e per spiegare le procedure ed i riferimenti del caso). Andrea Sarubbi rende conto di questa interessante iniziativa rivolta agli amministratori locali, inaugurata dall'amministrazione comunale di Reggio Emilia. 

Al di là dell'indubbio valore informativo, questa inziativa è fondamentale per il suo valore simbolico: essa rappresenta infatti una mano tesa, da parte delle istituzioni locali (il primo - ed il più concreto ed accessibile - tra i livelli di aggregazione democratica) in rappresentanza della comunità di vicinato, che invita i ragazzi a diventare partecipi a tutto tondo di questa comunità affiancando ai doveri che essi già hanno in quanto residenti (pagare le tasse, rispettare le leggi) i diritti di cittadinanza (voto, libertà di movimento, apertura di tutti i concorsi pubblici) ma anche e soprattutto il potersi sentire parte, al 100%, senza più distinguo - siano essi anche solo burocratici - di sorta.

Oltre che dovuta, la speranza è che questa mano formalmente tesa possa rappresentare un primo superamento di quel razzismo istituzionale (e di governo) che è uno dei motori della rabbia giovanile 2G (il motore principale è il comportamento delle persone, ma quello è sicuramente più lento e più difficile da cambiare).

In Italia tutti conoscono un amministratore locale o un sindaco; l'invito è quindi - prima di tutto - a far girare la voce.

Questo l'incipit della lettera firmata dal sindaco e dall'assessore alla coesione sociale (un bel nome per un assessorato):
“Gentile…, scriviamo a Lei e ai suoi familiari per sottolineare che, con il compimento del 18° anno di età, Lei ha diritto – se i requisiti corrispondono alle richieste della legge – a vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana. Diventare cittadini italiani significa fare parte a pieno titolo del Paese in cui viviamo, accedendo ai diritti civili e politici: poter partecipare a concorsi pubblici, poter votare, poter viaggiare liberamente. A oggi, la legge italiana non riconosce automaticamente la cittadinanza a chi nasce in Italia, se i genitori non sono a loro volta cittadini. Come Amministrazione comunale di Reggio Emilia, crediamo molto nella Sua partecipazione alla vita della città da persona attiva e consapevole. Abbiamo voluto segnalarLe questa importante opportunità perché non vada perduta e perché la Sua cittadinanza di fatto diventi effettiva. La invitiamo quindi a seguire le indicazioni della lettera allegata e speriamo di poterLe ufficializzare presto la cittadinanza. Nel caso ciò non sia possibile per mancanza di requisiti, La invitiamo ugualmente ad attivare il percorso di acquisizione secondo le norme di legge”.

giovedì 28 aprile 2011

Glocalizzazione: McDonald's tra universale e particolare

McDonald's, la catena di fast food accusata di colonizzare ed omogenizzare il mondo, deve in realtà il suo successo alla capacità di assecondare il gusto dei consumatori cui si rivolge; gusto che varia da luogo a luogo (da gruppo sociale a gruppo sociale). Ne parla Global Sociology Blog (Particularizing The Universal - McDonald's  Edition), rifacendosi ad una lista di particolarità compilata da Buzz Feed (45 McDonald's Items Not Available in the U.S. that should be), per il quale gli adattamenti di McDonald's sono soprattutto un pretesto per parlare di glocalizzazione e di rapporto tra globale e locale, universale e particolare.
McDonald's rappresenta da circa due decenni una sorta di tappa di riflessione obbligata per tutti coloro che vogliono riflettere sulla globalizzazione soprattutto nella sua dimensione culturale. Tipicamente, McDonald's è considerato l'icona della standardizzazione e dell'impoverimento delle culture; i menù locali di McDonald's sono quindi importanti soprattutto perché mostrano come al contrario anche un colosso come McDonald's sia in una certa misura influenzato dal gusto dei consumatori locali.
Da un lato è eccessivo parlare di McDonald's unicamente come agente di omogenizzazione e di colonizzazione delle abitudini, del gusto e dell'immaginario: da una parte McDonald's deve parte del suo successo anche alla capacità di adattarsi alle abitudini e delle necessità dei gruppi cui si propone, dall'altra parte McDonald's rappresenta per gruppi diversi di persone (nello spazio, nel tempo e nella scala sociale) cose diverse. Dall'altra parte, però, dietro alle differenze di facciata McDonal's si nascondono i medesimi processi di semplificazione e standardizzazione, e la medesima insana cultura del fast food - anche se non dobbiamo dimenticare che è la cultura dello slow food (e non la cultura dell fast street food, non per nulla molto più diffusa nel sud del mondo e nel nostro passato che nell'occidente contemporaneo) ad essere un'invenzione recente posticcia ed elitaria.

martedì 1 marzo 2011

L'esotismo nell'altro che fa all'amore

L'editrice Compagnia delle Lettere ha indetto un concorso, "Sensuali latenze", dedicato alla "poetica dell'altrove in una relazione erotica". 

Secondo l'editrice, il "migrante" si caratterizza per un bagaglio culturale che influenza addirittura il linguaggio del corpo e quindi i modi secondo cui la sessualità viene espressa e praticata all'interno delle coppie miste. "Per ricostruire la sua nuova identità, per trovare l'equilibrio nella perenne oscillazione fra due mondi, fra nostalgia e speranza, (il migrante) ha estremo bisogno di relazioni, di calore e di affetto" si legge. "E così come nel suo modo di comunicare attraverso la lingua adottiva fa capolino la struttura rassicurante della lingua madre, nel suo modo di amare traspare un linguaggio del corpo nel quale è codificata una memoria culturale diversa". L'incontro tra questi modi diversi di vivere ed esprimere la sessualità (le latenze) è alla base della magia dell'eros multietnico* che Compagnia delle Lettere vuole investigare.

Il migrante, ci viene suggerito, è altro, cioè è diverso; è diverso da noi addirittura per come esprime e consuma la sua sessualità, e lo è in quanto tarato dalle sue origini culturali. Non fa all'amore in quanto Ibrahim, in quanto Josè, in quanto Ioana: fa all'amore (o all'opposto commette femminicidio) come un senegalese, come un ecuadoregno, come una moldava.

La Compagnia delle Lettere è mossa dai migliori principi, in questa come in tutte le altre iniziative. Ma l'impostazione di fondo è quella del razzismo differenzialista che imperversa per l'Europa: noi siamo così, loro sono cosà (e c'è poco da fare). L'unica differenza è che Compagnia delle Lettere parte da questo presupposto per promuovere - invece che la separazione e la non contaminazione - il métissage, portando l'attenzione addirittura sull'atto finale della contaminazione (cioè la sessualita e la riproduzione, che è compenetrazione prima e fusione dei patrimoni poi). Non è certo un dettaglio; ma è l'unico elemento che distingue questa visione da quella di un qualsiasi Borghezio.

Per quanto mi riguarda, è molto più eccitante partire dal presupposto che l'altro/a non esiste in quanto espressione prona di un retaggio, ma in quanto individuo nella sua mutevole unicità.


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* L'altro è anche lo spazio della proiezione della fantasia e del desiderio; niente di strano nel fatto che moltissime persone possano riscontrare questa differenza.

martedì 22 febbraio 2011

Matrimoni religiosi - gay tra i musulmani in Gran Bretagna

La BBC dedica spazio al mondo dei gay musulmani in Gran Bretagna, ed in particolare al fenomeno della celebrazione di matrimoni omosessuali religiosi ad opera di alcuni imam progressisti. Oltre a  mostrare l'eterogeneità del mondo musulmano, nello specifico in contesto europeo, e ad accennare all'islamofobia diffusa anche nel mondo LGBT, l'articolo è particolarmente interessante perchè dedica spazio alla volontà, pur manifestata in maniera esplicita da una esigua minoranza, di conservare e ribadire la forma ed il significato del matrimonio anche e soprattutto nel suo significato religioso-culturale (le unioni civili sono state introdotte in UK nel 2005).
"I didn't really plan it, but it just really seemed like the way it was between us, I should try and keep it as pure as possible. That may sound strange being lesbians, but it felt like we should do it the most honourable way we could" racconta una protagonista. Giusto per ricordarci dell'ampio spettro di sensibilità che caratterizzano i vissuti dei moderni cittadini globali, e della molteplicità di visioni coerenti e degne - benché paradossali.

lunedì 21 febbraio 2011

E' morto Noureddine Adnane, l'ambulante che si è dato fuoco sulla sponda sbagliata del Mediterraneo

Lo scorso 21 gennaio, all'alba della fase finale della rivoluzione tunisina, il New York Times dedicava un ampio articolo, intitolato "come un solo fiammifero può innescare una rivoluzione", al riemergere nella Storia dell'atto estremo di darsi fuoco per protestare politicamente contro le ingiustizie e i soprusi

L'atto iniziale della rivoluzione tunisina era stata proprio l'autoimmolazione di Mohamed Bouazizi, un ventiseienne laureato che si era ritrovato a fare l'ambulante abusivo per vedersi infine la merce confiscata dalla polizia di Sidi Bouzid. Bouazizi, sicuramente esasperato e in preda allo sconforto, aveva scelto di dare voce alla propria protesta rifacendosi proprio all'atto estremo impresso nella memoria e nell'immaginario collettivo - e probabilmente anche nell'inconscio globalizzato dello stesso Bouazizi - soprattutto dai bonzi vietnamiti e da Jan Palach. In maniera sicuramente inaspettata, il gesto estremo di Bouazizi ha trovato terreno fertile nella Tunisia (e sull'intera sponda sud del Mediterraneo) contemporanea dove - per farla breve - i dannati della terra si sono sollevati per protestare contro la miseria e per urlare la propria volontà di dare una scossa alla situazione.

"One thing is strongly suggested by the academic studies: People are more likely to copy suicides if they see that they have results, or get wide attention", aveva scritto il NYT citando il sociologo David Phillips, teorico dell'effetto Werther. Ed è proprio qui, molto probabilmente, che dobbiamo cercare il significato profondo del gesto di Noureddine Adnane, ventottenne venditore ambulante e migrante modello da libro Cuore che ha deciso di reagire ad un sopruso e sicuramente ad un pesante disagio generale che covava dentro rifacendosi, ma nella vicina ed europea Palermo, all'archetipo dell'auto-immolazione col fuoco.

Anche Nouraddine è morto; ma su questa sponta stanca del Mediterraneo, il suo grido di estrema rivolta è valso 5.000 euro di beneficienza alla famiglia da parte di Schifani.

martedì 5 ottobre 2010

L'esotismo nell'altro che uccide

Ci deve essere sempre qualcosa di esotico nell'altro che uccide; ma basta un dettaglio, quel tocco di etnico in più, per alimentare attraverso la cronaca le visioni distorte e i pregiudizi controproducenti. 

Guardate i titoli dei giornali: lo straniero che uccide lo fa sgozzando e non accoltellando; lapidando e non semplicemente colpendo con oggetti contundenti; lo fa con l'aiuto del clan familiare e non con l'aiuto di complici; lo fa perchè esiste l'Izzat (che è sinonimo di onore ma va ben esplicitato nel suo rimandare all'altrove) e non perchè è un padre-padrone; ed infine spesso seppellisce, magari nell'orto e con la testa girata alla Mecca, invece che occultare. Mica come noi. Dettagli macabri contro eufemismi: dettagli che rafforzano però nella mente del lettore il pregiudizio, l'idea di avere a che fare con un mondo culturale irriducibile. Perchè l'associazione tra cultura e tendenze omicide emerge forte da queste differenze lessicali; quasi a dire che i pachistani lapidano e sgozzano, e non c'è niente da fare, perchè sono abituati a veder la gente lapidata o sgozzata per le loro strade. "E' la loro cultura", ti verrebbe da dire a leggere il giornale; peggio: "è la loro natura".

lunedì 4 ottobre 2010

Adro Federalista. Pulizia (parziale) dei soli? Purchè la paghi Roma

Disponibilità a eliminare parte dei 700 soli delle Alpi che imbrattano la scuola, a patto che però a pagare sia il Ministero dell'Istruzione. Così Oscar Lancini, colonnello Kurtz della provincia padana, in una lettera ufficiale.

Come prima cosa questa lettera rappresenta un passo indietro rispetto a quanto trapelato finora:  si parla infatti di razionalizzazione e non di rimozione completa dei simboli. Oscar Lancini , da buon zuccone padano, non ci sta a dire di avere sbagliato: si sente accerchiato, si sente braccato. E' come un bullo  finito in una cosa troppo più grande di lui che reagisce con tanta più rabbia impacciata tanto più sente di essere rimasto solo e di avere un torto marcio.

mercoledì 29 settembre 2010

Storia di Issam, espulso nella "sua casa" sbagliata

Issam Boussoura è un ragazzo nato nel 1978 in Marocco. Tre settimane dopo la nascita Issam si trasferisce con i genitori in Francia dove cresce, vive, frequenta la scuola, lavora, delinque. Nel 1999  Issam viene arrestato per reati quali la tentata estorsione ed il possesso di stupefacenti. Ha 21 anni. Finisce in carcere, condannato a 5 anni. Ma nel 2002, mentre sconta la sua pena, la Francia lo espelle, lo rimanda in Marocco. Lo rispedisce "a casa sua", come si dice in questi casi.

Peccato che a "casa sua", in Marocco, Issam non ci abbia mai vissuto. La sua vera casa, i genitori ottantenni ormai cittadini francesi (e gli amici, le abitudini, i legami creati in 21 anni), Issam li lascia in Francia. Nel 2009 muore la madre, che Issam non ha più nemmeno potuto vedere. Una vita a pagare le tasse mentre si spera in un futuro migliore per i figli, per non poterli neanche salutare dal letto di morte.

Il 24 settembre 2010 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo pronuncia la sentenza. Issam Boussoura vince la causa contro la Francia perchè l'allontanamento, vista la condizione familiare, non era giustificato (altrimenti lo sarebbe stato, figuriamoci; anche i francesi sono mammoni). Risarcimento?  

martedì 28 settembre 2010

La mappa degli stereotipi europei

Per gli americani la terra del padrino, per i francesi i vicini guasconi e chiassosi, per gli inglesi la patria dei tamarri brizzolati, per i tedeschi la terra della pizza e dei musei: è questa l'Italia vista dall'estero secondo le mappe degli stereotipi (i popoli europei visti da americani, inglesi, francesi, tedeschi, italiani e bulgari) create da un artista bulgaro-londinese e pubblicate sul suo sito (descritte in maniera estesa dal Corriere, e ripubblicate con didascalie in italiano qui).

Pur prendendo questo lavoro con le molle, è interessante riflettere sulle origini di questi stereotipi.

* Primo: quasi tutti gli stereotipi hanno per oggetto accadimenti tutto sommato recenti - come a dirci che sono mutevoli e quindi si possono cambiare rapidamente.

* Secondo: questi stereotipi sono spesso soltanto la rivisitazione di vecchi stereotipi che si hanno semplicemente rinnovato l'oggetto - come a dire che i pregiudizi non sono poi così duri a morire: spesso muta solo la forma e non la sostanza.

* Terzo: le fonti principali sono i movimenti di persone (il viaggio e l'immigrazione), la politica (Gazprom, il comunismo) e la cultura materiale popolare (il porno, la cannabis). Come a confermarci che è su questi ambiti che bisogna lavorare.

venerdì 17 settembre 2010

Infibulazione, stato etico e diritti di cittadinanza

Un articolo di Repubblica rilancia il periodico "allarme infibulazione". Emergono almeno due problemi: il fatto che vi sono donne maggiorenni che vorrebbero sottoporsi volontariamente all'operazione e che sono costrette, visto che ciò in Italia è illegale sempre e comunque, a rivolgersi alle "cliniche" clandestine o ad andare all'estero, ed il fatto che è difficile, specie nelle condizioni attuali, tutelare le bambine nate in Italia (ma non italiane) operate più o meno legalmente all'estero.

Punto primo: c'è una parte di donne maggiorenni, evidentemente minoritaria eppur esistente, che chiede volontariamente di poter subire questo genere di operazione. In assenza di alternative legali e sicure queste donne devono oggi scegliere tra l'operazione clandestina (pericolosissima, ed in cui il "medico" rischia fino a 12 anni di galera) o il viaggio all'estero (le maggiorenni possono farsi infibulare nelle cliniche autorizzate in diversi paesi europei, come la Germania). Un pò come per l'aborto un tempo, e come per eutanasia e fecondazione assistita oggi: lo stato etico proibisce, e le donne (rese non pienamente titolari del loro corpo) sono costrette a rivolgersi alle macellaie (rischiando la pelle e pagando l'operazione a peso d'oro, visti i rischi) o ad andare all'estero. Se qualcuno provasse a proporre restrizioni simili per interventi ben più effimeri ma pericolosi quali tatuaggi, piercing, lampade o ritocchi estetici, chissà quanti (giustamente)  insorgerebbero (eppure stiamo sempre parlando di modificazioni permanenti e volontarie del proprio corpo).

mercoledì 15 settembre 2010

La bufala del massacro dei cristiani in Kashmir: decontestualizzare per prendersela coi musulmani in Europa?

[agg. 16/09, segnalo giusto per fare un esempio di cosa intendo "qualcosa di complesso", un lungo eppure essenziale riassunto di ciò che sta alla base degli scontri tra "cristiani" e "musulmani" a Jos, in Nigeria . Giusto per fare un esempio. Eppoi vi segnalo una mia analisi dei titoli che avevano accompagnato le notizie di cui sopra, che ci calza proprio a pennello]
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E' una storia vecchia di qualche giorno, ma non per questo meno istruttiva: i "massacri di cistiani in Kashmir" in "risposta alle minacce del reverendo Jones" (e pure questa cosa è inesatta) che infiammano editorialisti, occidentalisti e commentatori qualunque, non sono mai esistiti: ad essere stati uccisi dalla polizia (indiana) sono stati piuttosto i manifestanti (musulmani). Lo raccontano in maniera articolata, in due bei post, Miguel Martinez e Lorenzo Declich, ma lo diceva in fondo anche Asia News (che pure è schierata abbondantemente ed organicamente sul versante clericale) nel suo lancio iniziale.

Non che tutto ciò cambi qualcosa nella sostanza: le ire della folla erano effettivamente dirette contro una scuola fondata e gestita da missionari episcopali ma frequentata da musulmani (e già da questo si capisce come ci troviamo di fronte a qualcosa di complesso che non si può certo cogliere da un trafiletto frettoloso e militante di agenzia pescata chissà dove). 

E' però forse il caso di fare un pò più attenzione quando si estrapolano notizie gonfie di pregiudizio dai quattro angoli della terra? Meglio: è forse il caso di smetterla (vigliacchi che non siete altro) di estrapolare accozzaglie di aneddoti provenienti da luoghi che non si conoscono minimamente, specie se poi questo non è altro che un punto di partenza per prendersela coi migranti musulmani in Europa?

martedì 14 settembre 2010

La deriva islamofobica del Corriere della Sera: E' il turno di Panebianco

Il Corriere della Sera torna a ripercorrere il tema dell'islamofobia, dopo le vette toccate da Giovanni Sartori, con un editoriale firmato da Angelo Panebianco (anche se il ghost writer potrebbe benissimo essere lo stesso). Anche se l'articolo non aggiunge nulla di nuovo, visto che le tesi sono quelle già sentite (soprattutto sugli autobus e nei bar, altre volte come detto sul Corriere della Sera) dell'Occidente con "gli occhi chiusi" di fronte alla conquista dell'Europa da parte dell'Islam radicale, continua a far dispiacere il fatto che un quotidiano presunto "moderato" come il Corriere continui a concedere spazio a celebri professori universitari, e questo è il secondo elemento di dispiacere, che sentono l'urgenza di parlare di argomenti che non conoscono (un politologo non ha certo il dovere di trasformarsi in un esperto di processi migratori; semmai farebbe meglio ad abbassare un pò i toni o a lasciare spazio a chi si dedica a queste cose) finendo per dare sostanza apparente a quell'islamofobia "da uomo della strada" che poi tanto male fa all'integrazione.

Panebianco parte dalla considerazione che, dalle Torri Gemelle ad oggi, l'Occidente (entità politica che tra l'altro non esiste) si è limitato a "contenere" debolmente l'avanzata dell'islam radicale (Iraq, Afghanistan, Somalia) senza affrontare il problema in maniera radicale. Panebianco ragiona all'interno del vecchio paradigma della guerra globale tra Islam e Occidente e lo dice esplicitamente: l'Afghanistan o la Somalia non vanno intesi come scenari distinti con motivazioni e dinamiche differenti ma come campi di un'unica battaglia mondiale tra Bene e Male. Islam e Occidente, infatti, sono per Panebianco entità reali internamente omogenee nonchè naturalmente contrapposte; ed è quindi naturale, partendo da queste premesse sbagliate, interpretare i flussi migratori provenienti dai paesi musulmani come "travasi" di nemici che contaminano la purezza della "squadra" di cui noi occidentali faremmo parte.

sabato 11 settembre 2010

"L'esercito dei baby immigrati alle porte". Partiamo dal linguaggio...

Un "esercito di baby immigrati bussa alle porte delle elementari", scrive Repubblica. E così quello che dovrebbe essere un articolo asettico tutto numeri e dichiarazioni di esperti, quello che dovrebbe essere addirittura un articolo di denuncia dell'impreparazione, del razzismo istituzionale, delle discriminazioni strutturali che complicano gratuitamente la vita degli italiani di domani e delle loro famiglie, finisce per rievocare quell'idea di invasione barbarica che sta poi alla base di tutte le storture di cui sopra.

Prima di tutto l'immagine dell'esercito, che forse non è poi così adatta a designare l'insieme dei bambini di 5 anni figli di stranieri (ce li immaginiamo uno con lo zaino dei Gormiti, l'altra con i nastrini bianchi tra i capelli) che si apprestano a cominciare la scuola. L'esercito è un insieme di elementi tutti uguali, di soggettività sacrificate sotto una bandiera ed una divisa, che si muove in maniera coordinata verso un unico obiettivo tendenzialmente bellicoso: una metafora bellica inutile, specie se si parla di bambini, che però non fa che alimentare (anche su Repubblica, anche in un articolo colmo di buone intenzioni) il clima di paura, la sensazione di assedio e di noi contro loro.

venerdì 4 giugno 2010

Al cento per cento americano

"Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti in- ventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.


Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meri- dionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo.

giovedì 20 maggio 2010

Michelle Obama e la retorica della first lady dal volto umano

Non ho mai provato simpatia per le first lady in visita di rappresentanza a scuole, orfanatrofi, ospizi e simili.

Primo, perchè queste passerelle mediatiche non sono altro che l'attualizzazione dei vecchi cocktail party per signore dell'alta società, espressioni di quella filantropia chic ed autocelebrativa, inconsistente ed ignorante, che ammansisce simulando un potere comprensivo e dal volto umano (e come fate ad essere ancora poveri, se anche le signore dell'alta società fanno il possibile per aiutarvi?).

Secondo, perchè non sopporto il modo in cui, per prendere qualche voto in più, si coccola la retorica piccolo borghese della famiglia Mulino Bianco e della donna materna, emotiva, affettuosa e comprensiva; della madre della nazione, dell'accessorio (ce l'hanno una loro vita, queste donne; ma la devono sospendere per recitare il ruolo delle dame) che sostiene discretamente e istintivamente il marito, e che magari sotto le lenzuola lo convince ad essere un pò meno spietato (dietro ai grandi uomini ci sono le grandi donne, mentre non si è mai sentito dire il contrario).