Visualizzazione post con etichetta Pluralismo e Complessità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pluralismo e Complessità. Mostra tutti i post

giovedì 6 ottobre 2011

Tunisia: Un difficilissimo passaggio alla democrazia

Reset - Dialogues on Civilizations propone un interessante articolo di background sulle prime elezioni post primavera araba in Tunisia da cui emergono le enormi difficoltà che il passaggio ad un regime più aperto e democratico, al di là di tutte le rappresentazioni romanticizzate, comporta (Freedom and Democracy: Tunisia votes. And the number of parties keeps growing). 

Credo che - dopo aver tutti superficialmente esultato, senza nemmeno provare a conoscere la situazione da vicino, convinti dal Tg5 che tutto sarebbe andato automaticamente per il meglio - abbiamo il dovere di tributare tutta la vicinanza, il rispetto e la stima a prescindere al popolo tunisino, che sta affrontando mille difficoltà, incertezze e cambiamenti. Di fronte a questo gran magma affrontato a testa alta, la sponda nord del Mediterraneo appare veramente un luogo freddo, minuscolo e incivile.

Prima questione, la quotidianità. L'articolo non ne parla; ma questa gente ha dovuto trovare un modo per tirare avanti mentre le istituzioni si sbriciolavano. Spazzatura, acqua, scuola: cose difficilissime da far funzionare in condizioni normali, figuriamoci a ridosso di una rivoluzione. Pensiamoci.

Poi, tornando all'articolo ed alle elezioni, il numero dei partiti: saranno 105, e daranno vita (insieme ad altri movimenti ed associazioni) a un totale di oltre 1.700 liste elettorali che si contenderanno 3,8 milioni di cittadini. Come si potranno conciliare ed integrare tutti questi interessi, rimane un mistero. L'Italia è paralizzata da anni dalla bagarre fra sei partiti che ha fatto scendere il dibattito in basso, ma così in basso...

Infine, la vecchia nomenklatura. Gente che ha "dovuto" convivere con il sistema mono-partito, che è stata connivente o organica alle vecchie istituzioni, ora sparpagliata in tutti i partiti o quasi. Che farne? Come distinguerli? A chi credere? Nel dubbio, i sondaggi danno in vantaggio un partito conservatore di ispirazione islamica, che pare essere l'unico a non avere legami con il vecchio regime.

mercoledì 18 maggio 2011

La fatica di essere individuo

Cosa succederebbe se scoprissi di avere un antenato fenicio, vichingo o ebreo? Evidentemente, nulla. Non siamo ciò che sta scritto nel nostro sangue, nei nostri geni, nel nostro lignaggio: a parte i lineamenti di fondo e la possibile predisposizione genetica a qualche brutto male, siamo delle bestie culturali. Lo sono pure gli animali, tra l'altro; e noi umani, con tutte le arie che ci diamo, non dovremmo aver dubbi a dire che siamo prima di tutto prodotti dell'ambiente e di noi stessi, non dei nostri avi.

E se domani ci clonassero, l'essere che ne uscirebbe sarebbe uguale a noi soltanto per quanto riguarda la nuda superficie: al di sotto, pensiero sentimenti e propensioni, e al di sopra, vestiti e modo di fare, sarebbe tutt'altro perchè i geni, per quanto riguarda l'identità seriamente intesa, non c'entrano nulla. E allora, che ci clonino pure; a parte il fatto che non avrebbe senso alcuno.

Già essere animali culturali, comporta fatica. Non solo: siamo anche animali individuali.

venerdì 11 marzo 2011

Il potere della metafora e la natura manipolatoria della comunicazione

Connotare il racconto di una storia attraverso l'uso di metafore, influenza il modo in cui l'ascoltatore interpreta i fatti

Un'ennesima conferma sperimentale arriva da uno studio di psicologia sociale, i cui risultati (in originale sulla rivista online open source Plos One) sono riportati dal Corriere della Sera. A quasi 500 studenti è stato sottoposto un articolo in cui si ricostruiva, dati alla mano, un consistente aumento del crimine in una città di fantasia; unica differenza, il fatto che nell'articolo letto da metà dei soggetti il crimine veniva definito "bestia" mentre nell'articolo letto dall'altra metà "virus". Gli studenti che hanno letto l'articolo in cui il crimine veniva definito "bestia", si sono rivelati nel complesso maggiormente propensi a sostenere misure di tipo repressivo (71%), mentre gli altri studenti (sottoposti alla versione "virus") hanno mostrato una minore propensione alle misure forti (54%) ed una maggiore propensione alle misure rieducative. Infatti, "se evoco la parola "bestia" creo un ambiente che è quello della foresta, selvaggio, dove uccidere è normale. Mentre invece se mi muovo nell’ambito "virus", evoco un ambiente medico, cioè curativo, e quindi la bestiolina non è da uccidere ma si può recuperare" ha commentato Marco Villamira, docente di psicologia della comunicazione. Inutile dire che sia gli studenti della versione bestia che gli studenti della versione virus hanno affermato di essersi basati unicamente sui dati citati (identici).

L'articolo non scopre nulla di nuovo, ma è significativo per due motivi collaterali. Primo: l'articolo è collocato dal Corriere della Sera nella sezione "Salute", a mostrare come le scienze sociali non abbiano alcuno spazio nel giornalismo contemporaneo (la sezione "Cultura e Società", dove presente, non è altro che una discarica di gossip, pubblicità occulte di prodotti e curiosità prive di sostanza). Secondo, il titolo stesso ("Il potere di persuasione (occulto) della metafora") che viene dato all'articolo è a sua volta manipolatorio, perché contribuisce a connotare il fenomeno in maniera negativa, fosca; come se vi fosse un grande burattinaio, da qualche parte, ad organizzare il mondo a suo piacere trattandoci come stupidi pupazzi. Le cose sono un pò più complicate; in ogni caso anche il paradossale potere manipolatorio della titolazione  di un articolo in cui si stigmatizzano le manipolazioni non è per nulla strano: ogni forma di comunicazione è manipolatoria.

Consiglio per la lettura: Guido GILI, Il Problema della Manipolazione: Peccato originale dei Media?, Franco Angeli, 2001.

giovedì 3 marzo 2011

L'abuso di porno provoca l'anoressia sessuale?

Calo del desiderio e incapacità di legare sessualità ed affettività: secondo la Società Italiana di Andrologia Medica e Medicina della Sessualità, citata dall'Espresso, sarebbero questi i risultati del frequente e precoce accesso dei giovanissimi alla pornografia online. "Nei ragazzini sovraesposti a immagini e video hard si interrompe il processo che integra le pulsioni all'affettività. Si vivono solo esperienze ripetute, banali e spesso violente che inducono gradualmente da una parte assuefazione, dall'altra disinteresse verso alcuni aspetti vita reale. Fino a che si diventa appunto degli anoressici sessuali".

All'opposto, non si può però non rilevare come viviamo in una società nel quale il sesso riveste un ruolo sempre più centrale: le allusioni sessuali nel mondo dello spettacolo si moltiplicano, il sesso viene accreditato in quanto merce di scambio infallibile, l'universo erotico pubblico si popola di nuove suggestioni (burlesque), la pornografia diventa sempre più accessibile, l'idea di una sessualità puramente ricreativa si diffonde, l'erotismo fa il suo ingresso addirittura nei videogiochi. Che la crescita esponenziale di queste sollecitazioni possa davvero assuefare le persone al sesso, per renderlo poi gradualmente - in un qualche futuro - sempre meno centrale e sempre meno intrigante?

giovedì 24 febbraio 2011

Sempre meno bagni pubblici. La questione dal punto di vista degli anziani

Il numero di bagni pubblici a disposizione dei cittadini è in costante calo, rileva il Guardian: il comune di Manchester, solo per fare un esempio, ha programmato la chiusura di tutti i bagni pubblici della città - escluso uno. Certo: centri commerciali, fast food, biblioteche e locali pubblici in generale, sembrano poter sopperire in molti casi a questa mancanza; allo stesso tempo, però, hanno orari di chiusura, non sono facilmente accessibili e ben distribuiti sul territorio (si pensi ai grandi parchi, alle passeggiate, o anche ai quartieri residenziali), o obbligano i soggetti a dover manifestare la loro condizione di disagio e debolezza per ottenere la chiave. 

Il problema sembra particolarmente grave per gli anziani, che oltre ad una minore mobilità e ad una maggiore timidezza hanno frequenti problemi di incontinenza. Secondo uno studio commissionato da un gruppo inglese che si occupa di diritti degli anziani, il 52% degli anziani intervistati ha dichiarato che la carenza di bagni pubblici è una delle cause per cui essi decidono di uscire di casa meno di quanto desidererebbero. A prescindere da questo dato tendenzioso: la chiusura di bagni pubblici è davvero un problema serio, specie se dal punto di vista degli anziani? I risultati della ricerca quali-quantitativa condotta dall'associazione Help the Aged sono un buon punto di partenza per capire il mondo dei fruitori di bagni pubblici.

giovedì 30 settembre 2010

McDonald's è pulito? Purezza e pericolo al tempo del cibo industriale

Anche se rispetto a qualche anno fa le cose stanno cambiando McDonald’s è, almeno in Italia, ancora fortemente associato all’idea di sporcizia. Mentre le leggende metropolitane sulle cucine dei fast food, sulla scarsa pulizia e sulla dubbia igiene dei prodotti passano in parte di moda tra i giovanissimi, chi ha lavorato presso uno di questi fast food si sente ripetere ancora ad anni di distanza la stessa domanda (che nessuno porrebbe mai a un cuoco o a un barista): «ma com’è, è pulito?». Dimostrarsi scettici riguardo all’igiene del fast food, è una specie di messaggio in codice per far capire all’interlocutore di saperci fare, di saperla lunga, di prestare attenzione – scansando la disinformazione pubblicitaria – a ciò che si mangia.

Eppure, le pubblicazioni accademiche di storia dell'alimentazione concordano su un punto: una fetta consistente del successo originario delle catene di fast food (e in particolare McDonald's) negli Stati Uniti, fin dagli anni '30 e '40 del ‘900, fu dovuta proprio alla sensazione di igiene che McDonald’s e simili riuscirono a trasmettere ai consumatori dell'epoca. McDonald’s sconfisse i piccoli rivenditori anche perché riuscì a rassicurare i clienti: si impose mostrandosi come rigoroso, trasparente e pulito.

sabato 25 settembre 2010

Vendola e adozioni gay: Tanto rumore per nulla?

INTERVISTATORE: "Sei favorevole alle adozioni per i gay"?

NICHI VENDOLA: "Sono favorevole alle adozioni per i single".
Questa risposta di Nichi Vendola a Enrico Lucci delle Iene ha scatenato un polverone nell'area "blogger vicini al mondo lgbt" in area PD. Prima Ivan Scalfarotto: "Se il rinnovamento che la sinistra offre all’Italia e’ il Nichi Vendola che nega a lesbiche e gay italiani quei diritti che sarebbero riconosciuti loro in larghe parti dell’Europa, anche mediterranea, allora siamo davvero nei guai". Poi la brava Cristiana Alicata, secondo la quale "anche Vendola cade nel tranello catto-pietista secondo cui bisogna negarsi diritti per far contento qualcuno. (...) Un gay contrario(...) alle adozioni non è credibile. Purtroppo". Poi, a rimorchio, molti altri sparsi per la rete. Eppure Vendola non ha detto niente di tutto ciò. Anzi.

giovedì 23 settembre 2010

Blogfest: La festa di chi??

Lo sapevate? Questo fine settimana è il fine settimana del Blogfest, la festa del blog e del blogging. E io che non ne avevo mai sentito parlare! Fortuna che c'è il Post. Beh, ho deciso di andare subito a controllare sul sito. Blogfest è
l’evento che riunisce, ogni anno, tutto ciò che in Italia gravita attorno alle community della rete, che abbiano origine dai blog, da Facebook, da Twitter, dalle chat e dai forum e da qualsiasi altra forma sociale di comunicazione.
Ma come: la festa "di tutto ciò che ruota intorno alle community della rete"? Non la festa della rete? E che cos'è che ruota attorno alla rete? Che poi: la rete non dovrebbe essere un insieme di nodi in cui ogni nodo costituisce la rete stessa ed in cui sono tutti uguali etc. etc. etc.? La rete non saremmo noi? Chi è che ci ruota attorno? O siamo noi che ruotiamo attorno a qualcosa?

Poi ho letto il programma, ed ora credo di avere capito.

mercoledì 22 settembre 2010

L'ecofascismo: una sfida (intellettualmente) seria?

Il Guardian dedica un articolo all'ecofascismo ed alle alternative possibili per salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale senza dover per questo sospendere democrazia e diritti civili. 

L'ecofascismo contemporaneo, così come inteso nel dibattito anglosassone, si basa sull'assunto secondo il quale la democrazia sarebbe intrinsecaente incapace di approvare e di far rispettare quelle misure che sarebbero necessarie per salvare il pianeta dall'esaurimento delle risorse o dalla catastrofe ambientale. Secondo questa corrente marginale dell'ambientalismo il pianeta può al contrario essere salvato soltanto da una serie di governi autoritari in grado di imporre ed applicare misure drastiche quali per esempio controllo delle nascite, messa al bando dei combustibili fossili, dei mezzi di trasporto privati e del trasporto aereo, smantellamento dei grandi centri urbani, abolizione del commercio internazionale. La gravità della situazione, in ogni caso, giustificherebbe secondo gli ecofascisti qualsiasi mezzo: secondo alcuni sarebbe necessaria l'instaurazione forzata di un sistema sociale basato sui villaggi e sulle piccole comunità rurali (alla Pol Pot), secondo altri sarebbe sufficiente una dittatura in grado di promuovere quel mix di rieducazione forzata e di super-innovazione tecnologica in grado di tener sotto controllo i rischi.

martedì 14 settembre 2010

La deriva islamofobica del Corriere della Sera: E' il turno di Panebianco

Il Corriere della Sera torna a ripercorrere il tema dell'islamofobia, dopo le vette toccate da Giovanni Sartori, con un editoriale firmato da Angelo Panebianco (anche se il ghost writer potrebbe benissimo essere lo stesso). Anche se l'articolo non aggiunge nulla di nuovo, visto che le tesi sono quelle già sentite (soprattutto sugli autobus e nei bar, altre volte come detto sul Corriere della Sera) dell'Occidente con "gli occhi chiusi" di fronte alla conquista dell'Europa da parte dell'Islam radicale, continua a far dispiacere il fatto che un quotidiano presunto "moderato" come il Corriere continui a concedere spazio a celebri professori universitari, e questo è il secondo elemento di dispiacere, che sentono l'urgenza di parlare di argomenti che non conoscono (un politologo non ha certo il dovere di trasformarsi in un esperto di processi migratori; semmai farebbe meglio ad abbassare un pò i toni o a lasciare spazio a chi si dedica a queste cose) finendo per dare sostanza apparente a quell'islamofobia "da uomo della strada" che poi tanto male fa all'integrazione.

Panebianco parte dalla considerazione che, dalle Torri Gemelle ad oggi, l'Occidente (entità politica che tra l'altro non esiste) si è limitato a "contenere" debolmente l'avanzata dell'islam radicale (Iraq, Afghanistan, Somalia) senza affrontare il problema in maniera radicale. Panebianco ragiona all'interno del vecchio paradigma della guerra globale tra Islam e Occidente e lo dice esplicitamente: l'Afghanistan o la Somalia non vanno intesi come scenari distinti con motivazioni e dinamiche differenti ma come campi di un'unica battaglia mondiale tra Bene e Male. Islam e Occidente, infatti, sono per Panebianco entità reali internamente omogenee nonchè naturalmente contrapposte; ed è quindi naturale, partendo da queste premesse sbagliate, interpretare i flussi migratori provenienti dai paesi musulmani come "travasi" di nemici che contaminano la purezza della "squadra" di cui noi occidentali faremmo parte.

venerdì 4 giugno 2010

Al cento per cento americano

"Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti in- ventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.


Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato elaborato nell'Europa meri- dionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle spalle i croati del diciassettesimo secolo.

martedì 18 maggio 2010

La guerra dell'hummus e i comunitarismi gastronomici

Tra Libano e Israele è scoppiata una guerra culinaria: quali piatti sono arabi e quali israeliani? Il cibo, per qualche strano motivo, è spesso al centro di rivendicazioni identitarie: celebri gli slogan e i manifesti più polenta e meno cous cous, ma anche le lotte al Kebab. Ma ha senso parlare di furti e di appropriazioni di cultura, specie in ambito culinario? Ha senso considerare le culture come "cose" e come marchi registrabili? Il pezzo integrale è di Osservatorio Iraq.
«La questione di natura strettamente culinaria non ha ovviamente tardato a divenire una diatriba politica. La parte libanese ha infatti apertamente accusato Tel Aviv di volersi appropriare delle tradizioni culinarie arabe e non a caso ha celebrato il conseguimento dei due nuovi record [per il maggior quantitativo di hummus e felafel cucinati] alla stregua di una vittoria militare. Molte testate on-line hanno aperto con titoli come “Il Libano ha vinto la guerra dell'hummus” dimostrando come la questione sia fortemente sentita a livello nazionale.

Del resto "la guerra dell'hummus" fra Libano ed Israele non era sconosciuta alle cronache regionali. Già due anni fa alcuni uomini d'affari di Beirut come Fadi Abboud, presidente dell'Associazione degli industriali libanesi [Ndr. notare: degli industriali libanesi], aveva pronunciato parole di fuoco contro Israele accusandolo testualmente di "non voler rubare solo la terra, ma anche le nostre tradizioni e la nostra cultura".

mercoledì 12 maggio 2010

Lo «spirito missionario portoghese»?

In visita ufficiale in Portogallo, il Papa ha lodato «l'azione missionaria portoghese» nella storia. «Glorioso è il posto che il Portogallo si è guadagnato in mezzo alle nazioni per il servizio offerto alla diffusione della fede» ha detto tra l'altro il Papa nell'omelia, che è partita proprio da una lode all'antico "spirito missionario portoghese" nell'auspicio che «partecipando all’edificazione della Comunità europea, portiate il contributo della vostra identità culturale e religiosa».

I genocidi, il colonialismo, l'imperialismo e l'evangelizzazione armata di decine di milioni di nativi dal '500 in poi; la legittimazione della schiavità, dei furti e delle violenze con la scusa della civilizzazione; i fini discorsi teologici sul diritto a schiavizzare gli indigeni in quanto privi di anima e in quanto bisognosi di etica; le conversioni forzate, i furti ed i contagi; e soprattutto le vette più alte di etnocentrismo, razzismo e disprezzo dell'altro, si trasformano così in "spirito missionario".


lunedì 3 maggio 2010

L'invenzione del ristorante vietnamita in Europa

 Il ristorante vietnamita in Europa, così come qualsiasi altro ristorante esotico, è un'invenzione. "Un ristorante vietnamita in Europa è senza dubbio più sconcertante per un vietnamita che per un europeo", scrive il sociologo Jean Pierre Poulain. Se già parlare di cucina vietnamita è semplicistico, il ristorante vietnamita in Europa costituisce un nuovo genere, inventato attraverso l'ibridazione e la messa in scena: è un simbolo di intercultura, che nonostante tutto ha il pregio di introdurci gradualmente all'alterità. 
La globalizzazione dei mercati e la mescolanza delle popolazioni (per effetto delle migrazioni e dello sviluppo del turismo internazionale) favoriscono gli scambi di prodotti e di tecniche culinarie e partecipano di una vasta ibridazione dei modelli alimentari, creatice di diversità. Un ristorante vietnamita in Europa è senza dubbio più sconcertante per un vietnamita che per un europeo. Certo, quello che si mangia lì somiglia un pò a quello che si mangia in Vietnam, e si usano persino le bacchette, ma quante trasformazioni sono state necessarie per renderlo accettabile al modello alimentare europeo! Se per noi l'esotismo è assicurato, non vi è però nessuno sconvolgimento; i piatti sono serviti in porzioni e i menù sono declinati secondo i nostri codici: antipasti, primi, secondi e dessert. Il servizio segue le regole delle nostre usanze a tavola. L'asiatico che arriva in uno dei nostri ristoranti si trova, forse ancor più dell'occidentale, in un universio esotico. Certo, l'arredamento con le vedute della baia di Along, marine o terrestri, e naturalmente i piatti, hanno una qualche somiglianza con ciò che si mangia in Vietnam. "Ma insomma un pasto vietnamita non si svolge così!".


martedì 27 aprile 2010

Il comportamento elettorale dei musulmani di Inghilterra

In vista delle prossime elezioni politiche nel Regno Unito, il Guardian dedica un paio di articoli al possibile comportamento elettorale della comunità musulmana (più di 1,5 milioni di persone, circa il 3% degli elettori).

Ne emerge, come plausibile, come la comunità musulmana sia prima di tutto estremamente disomogenea ed estremamente divisa: diverse origini etniche, diverse classi sociali di riferimento nonchè, evidentemente, diverse visioni delle cose. «In questo contesto, non ha quasi alcun senso parlare di un "blocco elettorale musulmano"» scrive il primo editorialista.

Storicamente concentrati nella classe operaia, e sostenuti nelle loro battaglie dagli anni '80 dal partito laburista, i musulmani hanno nel tempo diversificato il loro voto: la politica estera del Labour e l'alleanza Bush-Blair sembra aver provocato un certo spostamento verso il Liberaldemocratici, ma numerosi sono anche i candidati musulmani conservatori.

martedì 20 aprile 2010

Il maglione di Marchionne e il futuro luminoso della Cooperativa

Non è facile interpretare i sogni di Marcello Veneziani, professione "intellettuale di destra". Il suo "Proposta, perchè Marchionne non si leva quel maglione" sembra il risultato di una nottata in una vecchia fumeria d'oppio di Tangeri, e non è facile mettere ordine tra tanta psichedelia contraddittoria.

Marcello Veneziani spiega di non sopportare il fatto che Marchionne si presenti a tutte le occasioni, anche le più formali, indossando un banale maglione. E vi dedica, sul Giornale, un lungo ed elaborato articolo.

lunedì 19 aprile 2010

L'India e il "progresso", tra gabinetti e telefoni cellulari

In India ci sono più cellulari che gabinetti: Marco Restelli riporta sul suo blog questo lancio di agenzia che descrive il fenomeno. «In India ci sono piu’ telefonini che gabinetti. Secondo stime del 2008, solo il 31% della popolazione indiana, ovvero circa 366 milioni di persone, puo’ permettersi un gabinetto, mentre la maggior parte e’ costretta a fare i propri bisogni all’aperto, un’immagine molto frequente nelle campagne indiane. D’altro canto negli ultimi dieci anni si e’ verificato un vero e proprio boom della telefonia cellulare. Il numero di telefonini ha raggiunto la cifra record di 545 milioni e ogni mese aumenta di 10-15 milioni. Mentre nel 2001 il numero di connessioni era di appena 0,35 per 100 abitanti, questo rapporto e’ ora salito a 45 per 100 abitanti».

Quest'articolo mostra, secondo Marco, come lo sviluppo sia diseguale: le differenze crescono, accrescendo il disagio delle classi marginali, e la ricchezza non si redistribuisce se non in tempi e modi tortuosi.
 
Ineccepibile, ma forse c'è di più. Proviamo a scomporre la notizia.

venerdì 9 aprile 2010

Il "progresso" che libera l'uomo dal lavoro e la società dei servizi

Negli scorsi giorni, il blog di Federico Rampini ha pubblicato una lettera inviatagli da un italiano che transita spesso, per lavoro, a New York e per gli Stati Uniti.

«Il paese che vanta uno dei più alti tassi di produttività a livello mondiale - scrive il lettore riferendosi agli USA - si può permettere di avere un numero doppio di camerieri o commessi rispetto a qualsiasi negozio o ristorante italiano, si può permettere di stipendiare persone che ti danno il buongiorno o la buonasera all’ingresso di un supermarket, si può permettere di avere un uomo per strada che ti segnali che c’è un garage con posti disponibili. Sono centinaia di migliaia di posti di lavoro che richiedono una professionalità vicina allo zero. All’inizio ne rimanevo sorpreso poi mi sono fatto l’idea che il sistema comunque funzioni, l’immigrazione e un sistema scolastico pubblico scadente forniscono forza lavoro dequalificata ma flessibile, economica, sfruttabile».



martedì 23 marzo 2010

Alle urne con le fette di feto sugli occhi

Con un interessante tempismo, il presidente della Cei Angelo Bagnasco ha annunciato l'intenzione di voto della Chiesa in quanto istituzione, concentrando tutta l'attenzione  su un tema sensibile quale quello dell'aborto. «Il voto sia contro l'aborto», ha detto Bagnasco e hanno rilanciato i media. E tutto il resto? 

Possiamo capire che il tema dell'aborto sia per la chiesa uno tra i valori «non negoziabili», come ha detto Bagnasco. Ma possiamo davvero credere che la Conferenza Episcopale Italiana sia così miope da concedere il proprio supporto a qualsiasi candidato, purchè abbia una posizione retoricamente anti-abortista? E' etico, cristiano, civile tutto ciò? Cosa resta della politica e dell'amministrazione di fronte a un'affermazione del genere che riduce un voto amministrativo, una procedura democratica attraverso la quale i cittadini devono decidere a chi affidare l'organizzazione concreta e quotidiana di sanità, viabilità, scuole, ambiente, stato sociale, a un plebiscito su un tema che con l'amministrazione regionale non ha nulla a che fare?

Tutto ciò mi fa tornare alla mente i discorsi della Arendt sull'incapacità del cristiano, "tutto votato alla vita eterna", di partecipare in maniera convinta all'arena politica mondana. E mi fa tornare in mente i discorsi di Bauman, per il quale il fondamentalismo religioso non è che una soluzione "efficace" di fronte alla vertigine dell'obbligo della scelta in un ambiente complesso e mutevole. Sicuramente è molto comodo, di fronte alla complessità dell'arena politica e delle istanze contemporanee, trincerarsi dietro a un unico principio. A sapersi vendere bene, si può anche riuscire a passare per "nobili di spirito".

lunedì 22 marzo 2010

La famiglia che non esiste. Le nuove forme di aggregazione toccano quota 45%

Capita spesso di sentir dire a politici, opinionisti o religiosi, che la "famiglia", intesa come l'unione fra due individui di sesso diverso uniti dal matrimonio (meglio se con figli) è l'unità fondamentale, la cellula costitutiva della società. Ebbene: non è vero.

L'Italia è sicuramente uno degli ultimi paesi europei in cui questa convinzione è ancora radicata: altrove, non ci sono problemi a riconoscere che la cellula costitutiva della società è piuttosto l'individuo nelle sue varie forme di aggregazione. E non si tratta di puro e semplice folklore o di banali dettagli linguistici, nè di una pur consistente questione di principio. Le politiche, ma spesso anche le "pressioni sociali", si basano infatti proprio su questa rappresentazione: sul credere che questa forma di convivenza sia la più diffusa.

L'Italia reale, però, non rispecchia queste rappresentazioni. Secondo una recente indagine Istat, infatti, solo 55 "famiglie" (intese come gruppi di individui che coabitano in maniera stabile) su 100 sono composte da una coppia coniugata: 20 senza figli in casa, e solo 35 con figli. E gli altri?