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lunedì 31 ottobre 2011

Il declino dei Social Network [David Shing]

Forse, i social network sono davvero arrivati al loro punto di massima espansione.  Esaurito l'effetto novità, e soprattutto affogate nel rumore di fondo l'utilità e l'efficacia iniziale, i social network "tradizionali" sono oggi il luogo del caos, del chiasso ingovernabile, dei patetici e dei seccatori. 

Lo spam e l'overload informativo stanno uccidendo i social network: e se è vero che i valori del futuro online sono per reazione l'ordine, la selezione e l'essenzialità, è altrettanto evidente che chi continua (o inizia ora) a fare promozione attraverso i social network, aziende o conoscenti reali, non solo rischia di perdersi fra la folla dei disturbatori: addirittura, rischia di passare a sua volta per seccatore producendo nei (pochi) lettori rimasti una sensazione di fastidio.

L'ultima possibilità di salvezza dei social network, nati come reti trasparenti e decentralizzate, sembrano essere i filtri.
David Shing, the man who helps figure out future trends for AOL, is fed up with Facebook and Twitter. In fact he has told his bosses that defriending and unfollowing are going to be the next big thing as users realise that the increasing "noise" on social networks is counterproductive. "The web is so overwhelming, so then it becomes underwhelming [because] it's so hard to find anything," he says."People are going to start defriending people who constantly tweet and post on Facebook with rubbish info," he said. Similarly for brands, he said it's very dangerous for companies to get involved on social networks unless they can guarantee a meaningful conversation. "If I invite a brand into my home, there better be a good reason for them to come in." ("Time to cut the Facebook and Twitter clutter, says AOL's 'digital prophet'")

lunedì 29 agosto 2011

Teoria del resoconto di viaggio

E’ presuntuoso e pericoloso credere che i viaggi ci possano permettere di conoscere e comprendere veramente storie, persone e situazioni.

Per prima cosa, i luoghi che attraversiamo viaggiando sono spesso troppo complessi e troppo ingarbugliati per poter essere letti senza errori. In secondo luogo, il viaggiatore parte per l’esplorazione con un bagaglio pregresso di pre-giudizi, di conoscenze, di compagnie e di letture che orienteranno il suo sguardo una volta sul posto. Allo stesso tempo, lo sguardo del viaggiatore si trova una volta sul posto inevitabilmente abbagliato da troppe cose: non ultima, la ricerca di sé stesso e della risposta alle proprie domande ed esigenze parziali e particolari. Infine, gli stessi luoghi e le stesse persone che fanno da sfondo al viaggio tendono a mettersi di fronte al turista come “in posa”, allestendo a suo uso e consumo alcuni aspetti e lasciandone pudicamente oscuri altri. 

Ciò nonostante, colui che viaggia con gli occhi e con il cuore aperto ha l’opportunità di lasciarsi impregnare di sensazioni, di impressioni, di emozioni e di aneddoti, che si sedimentano fino a creare un punto di vista, un’interpretazione, una prospettiva che può contribuire – insieme alle altre – a comporre un’immagine più veritiera di quel mondo; un’immagine che può avere un qualche valore anche agli occhi del semplice lettore. Inoltre, colui che viaggia trasforma l’altrove altrimenti inconsistente ed astratto in qualcosa di vivo: popoli e storie, informazioni ed emozioni, entrano a far parte della biografia del viaggiatore e questo spazio popolato e reso concreto diventa un luogo di famiglia, spingendo il viaggiatore a ravvivare – una volta tornato alla vita “normale” – la conoscenza e la relazione con quell’altrove ora un po’ più reale.

La convinzione di aver capito e compreso porterà il viaggiatore che racconta ad ingannare il lettore (e sé stesso) rafforzando pregiudizi e semplificando in maniera avventata le cose. Al contrario, la consapevolezza di aver sviluppato una propria parziale visione delle cose aiuterà chi racconta ad alimentare il desiderio di capire ma anche la consapevolezza della complessità e della gravità delle cose e delle parole.

mercoledì 1 giugno 2011

E se i giovani non interessassero nemmeno più come consumatori?

Il blog America 2012, stimolato da un'analisi pubblicata sul New York Times (Tv Industry Takes Second Look at Olders viewers), riferisce di un cambiamento epocale delle strategie di marketing che pongono sempre più attenzione sui consumatori over 50 e sempre meno sui giovani (L'occidente è vecchio! Il marketing, negli USA, cambia strategia)

A pochi decenni da quella scoperta dei "giovani" (cioè quei soggetti economicamente autonomi ma non ancora oberati da spese e responsabilità, quindi propensi al consumo anche "frivolo") che ha spinto le aziende a dedicare grandi risorse per accaparrarsi questi consumatori (rendendo meno conservatrice la cultura popolare), gli esperti si sono accorti che oggi le galline dalle uova d'oro non sono più i ventenni e i trentenni bensì i cinquantenni ed i sessantenni

Il NYT racconta ad esempio di come i palinsesti televisi stiano cambiando, offrendo sempre più programmi adatti agli over 50 perché gli spazi pubblicitari rivolti a quel target fanno gola alle imprese. Il futuro del broadcasting, più che Youtube, è forse Rai Uno

I giovani, il cui potere di spesa è ai minimi storici, non sembrano interessare nemmeno più in quanto consumatori potenziali.

martedì 31 maggio 2011

La fiction poliziesca come forma di propaganda

La fiction televisiva "La squadra", che ha per protagonista una squadra d'élite della Polizia Federale messicana impiegata nella guerra contro i narcotrafficanti, è accusata dai blogger e attivisti locali di essere una forma di propaganda volta unicamente a riscattare l'immagine delle forze armate offrendone un'immagine idealizzata. A riportare la notizia è Global Voices Online (Mexico: Consensus on Disapproval of Tv series: The Team). Tra le "colpe" della produzione, quella di lavorare a stretto contatto con le guardia federale (che supporta la fiction anche dal punto di vista logistico, fornendo anche strutture e mezzi - dalle caserme agli elicotteri).

"Truthfully, even from an outside and partial perspective, it is very uncomfortable to see real problems that furiously batter the country as part of the plot of a television series, with every manner of marketing strategy in the mix. However, looking at it under a critical light, they seem to have found an easy way to reestablish faith and credibility in the Federal Police. In other words, it's a strategy to validate a war that they see as more and more unjust through a product consumed daily by the people"
  
L'Italia pullula di fiction poliziesche, genere solitamente praticato con grande uso di retorica e senza prestare attenzione alle sfumature, in molti casi fatte anche in collaborazione con la Polizia di Stato: basti pensare ai celebri "Ris", a "Distretto di Polizia", a "Squadra Antimafia" e a "La Squadra". Ciò nonostante, non mi risulta che mai nessuno abbia accusato queste fiction di fare propaganda. Certo: la polizia italiana non è esente da colpe, ma certamente non è ai livelli della polizia messicana (e sudamericana) celebre per corruzione, violenza e atteggiamenti anti-democratici. 

Allo stesso tempo, però, non possiamo non notare come le fiction contribuiscano anche da noi a migliorare l'immagine della nostra polizia (che ha ampie sacche di fallibilità, di corruzione, di violenza), e come il successo di queste fiction proceda apparentemente in parallelo all'ondata sicuritaria che il nostro paese sta vivendo.

venerdì 27 maggio 2011

Il culto della principessa. Indicazioni per l'uso

"C’è una principessa nella testa di ognuna di noi. Dobbiamo distruggerla" scrive Laurie Penny su Internazionale (Il culto delle principesse non è una favola). 

La premessa è l'indiscutibile fascino esercitato dall'immaginario e dalla figura della principessa sulle bambine e spesso anche sulle adulte - immaginario che viene opportunamente sfruttato e reiterato dall'industria del cinema, dei giocattoli e del gossip. L'autrice, quindi, si chiede: quale messaggio e quale visione della donna tradisce e propone l'immaginario della principessa? 

"Kate Middleton è la perfetta principessa di oggi, nel senso che appare sostanzialmente senza carattere: una bambola da vestire per l’epoca dell’austerità. I nuovi muscoli reali sembrano così rigidamente contratti in quel perenne e lucidato sorriso di docile modesta arrendevolezza che quando ha aperto la bocca per parlare durante la cerimonia in mondovisione, sono sobbalzata sulla sedia. Alla fine si è scoperto che ha detto solo “Sì”, come se qualcuno avesse tirato una cordicella dietro quell’abito principesco per attivare una suono di rituale accettazione. Il breve cammino di Kate da figlia di un milionario a duchessa di Cambridge è stato malamente adattato al vecchio schema di Cenerentola, con commentatori sdolcinati impegnati a descriverla come una donna qualunque che, grazie al fatto di essere carina, poco invadente e opportunamente sottopeso, ha ottenuto in prestito un diadema da principessa".

In fondo, scrive la Penny, il "culto della principessa" non è altro che quel "culto della mobilità sociale" che risale all'epoca in cui tutte le speranze di status e di miglioramento della condizione sociale della donna dipendevano dal matrimonio: "una fantasia di tradimento di classe - scrive la Penny - grazie alla quale le brave bambine crescendo riescono a ottenere cameriere e maggiordomi".

Certo: chi oggi propone, soggiace o è succube dell'immaginario della principessa, sembra nutrire l'idea della donna come soggetto passivo, silenzioso, poco invadente. Ma il culto delle principesse non si riduce nel presente a tutto ciò: il culto delle principesse è anche una reazione al culto delle nuove donne oggetto e della iper-sessualizzazione. La principessa è, in un certo senso, un'anti-velina. Scrive la Penny: "La principemania è concepita da alcuni genitori come una forma di difesa dalla “sessualizzazione precoce”: il portamatite con il coniglietto di Playboy e le magliette da lolita che altre bambine reclamano a gran voce. Le principesse sono viste come una innocente fantasia che offre virtuosi vantaggi rispetto ai lecca-lecca e ai volteggi intorno al palo della puttanaggine adolescenziale".

Conclude magistralmente la Laurie:
Alle ragazze vengono offerti due modelli antitetici di femminilità docile e pseudoliberata: la principessa e la pornostar. È un’alternativa che esiste da secoli: vergine o puttana, un bel principe o un bel pappone, chi ti vuoi scopare per conquistare fama e fortuna? Oggi lo spettro colorato delle aspirazioni femminili va solo dal pallido rosa pastello allo sgargiante rosa sexy, con un’occasionale deviazione per il bianco nuziale. Ma lì fuori c’è un intero arcobaleno di esperienze tra cui le ragazze possono scegliere. La mania delle principesse non è solo un fallimento del femminismo, ma un fallimento dell’intera società che non sa rispettare e valorizzare le sue giovani donne offrendogli qualcosa di più di una inconsistente e rosa fantasia da vissero sempre felici e contenti. Non c’è niente di male nel fantasticare un po’, ma per le bambine di tutto il mondo ci sono sogni migliori che voler solo essere carina come una principessa.

Peccato che le linee di giocattoli e le televisioni commerciali e per bambini non si nutrono di sfumature.

venerdì 22 aprile 2011

Le "rivoluzioni dei giovani"? Orientalising the Egyptian Uprising

Perché le ultime rivoluzioni nel Nord Africa sono piaciute tanto all'Occidente? Perché tanta attenzione da parte dei media e tanta solidarietà da parte dell'opinione pubblica (della sinistra come della destra)? Secondo Rabab El-Mahdi (Orientalising the Egyptian Uprising), ricercatore di scienza politica all'università americana del Cairo, alla base di tutto c'è il modo - distorto - in cui queste rivoluzioni sono state rappresentate.

I rivoluzionari maghrebini sono i primi arabi, dopo decenni, ad essere rappresentati come simili a noi (l'Occidente), o meglio come nostri ammiratori: non più come selvaggi minacciosi, come pezzenti profittatori, come fondamentalisti retrogradi, ma come giovani postmoderni istruiti, laici, volonterosi, amanti dell'occidente e della società dei consumi. 

Il cardine di questa rappresentazione è l'etichetta di "rivoluzione dei giovani" dove la categoria del "giovane" allude alla volontà di superamento della "vecchia" società araba retrograda e dove i giovani sono dipinti come aspiranti yuppies tutti FaceBook, Coca Cola e vestiti di marca (che implicitamente dimostrano che il nostro sistema di vita è migliore, ed anche per questo fanno tanto simpatia). Secondo El-Mahdi, però, anche questa interpretazione si basa su una forte distorsione della realtà; soltanto, alla classica distorsione orientalista dell'eccezione araba e dello straniero come Altro si è sostituita una "nuova" forma di distorsione che ha dipinto i "giovani" come uguali a noi o meglio ancora come nostri seguaci.

Anche se mi sembra ormai chiaro che tra i motori della rivoluzione vi siano indubbiamente anche quei giovani cosmopoliti in grado di sintetizzare i molteplici stimoli cui essi sono sottoposti in quanto arabi ma anche i quanto cittadini globali (almeno idealmente e telematicamente), l'etichetta di "rivoluzione dei giovani" rischia di rivelarsi riduttiva: le rivoluzioni nel nord Africa sono rivoluzioni borghesi ma sono anche e soprattutto rivoluzioni sociali per il pane e per il lavoro. Allo stesso modo, l'enfasi sulla somiglianza svilisce l'originalità, la forza ed anche le particolarità di questi movimenti trasformandoli in semplice tentativo di scimmiottare l'occidente. L'unico modo per evitare di scivolare in questa "nuova" forma di orientalismo è quello di continuare ad osservare e a provare a capire cosa succede e cosa succederà anche dopo che questi movimenti passeranno di moda.

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Si ringrazia Lorenzo per la segnalazione

martedì 19 aprile 2011

Anonimato in rete e politicizzazione dei prof

Leonardo, blogger di primordine e professore, sviluppa in un unico post (I diabolici Agit-Prof) due argomenti molto interessanti: quello dell'anonimato su internet come modo per evitare strumentalizzazioni e distorsioni pericolose anche e soprattutto per la vita "reale" (partendo dalla vicenda della blogger e prof. del Manzoni di Milano accusata da Repubblica di anti-semitismo) e quello della presunta politicizzazione dei professori italiani.

Nessuna delle due parti mi convince al 100%, ma entrambe mi sembrano tutto sommato ragionevoli.

Sul tema dell'anonimato: il ragionamento di Leonardo, anche se non è bello affermare che l'unico modo per evitare mistificazioni o ritorsioni è quello di mutilare la libertà di pensiero nascondendosi dietro ad uno pseudonimo; allo stesso tempo, l'anonimato è però anche salutare perché è un modo per rifiutare l'egocentrismo e il narcisismo patetico che popola anche la blogsfera.

Per quanto riguarda la politicizzazione dei professori, è vero che la routine scolastica non lascia tempo alla propaganda e che "qualora un prof cominciasse a fare propaganda antisemita, molti suoi studenti si convertirebbero all'ebraismo semplicemente per contraddirlo", ma è anche vero che professori e letterati sono spesso, per formazione e auto-selezione, soggetti mediamente molto più illuminati della media nazionale e che è anche grazie a loro se possiamo sperare di fuoriuscire, in un futuro non troppo lontano, dalla barbarie.

lunedì 11 aprile 2011

L'epica lotta per il controllo del telecomando

Giornalettismo (si occupano anche di "notizie curiose"? E le mettono pure nella sezione "Esteri"?) riporta una storia accaduta a Glasgow dove una donna avrebbe cercato di strangolare il compagno colpevole di monopolizzare il telecomando della tv di casa ("Se non mi dai il telecomando ti strangolo").

Giornalettismo parla, a riguardo, di "uno dei più futili motivi possibili". Eppure, il telecomando è uno dei più importanti indicatori che ci permettono di tracciarei rapporti di forza e le distribuzioni (asimmetriche) di spazi e funzioni che caratterizzano, al di là di ogni visione idealizzata, la famiglia.

Secondo una ricerca (commissionata da un'azienda che commercializza telecomandi), "il 63% delle famiglie in Europa descrive l'esperienza del telecomando come una democrazia in cui chiunque dovrebbe esprimere il proprio parere sui programmi da guardare. Tuttavia, poiché spesso la democrazia non si esprime in maniera perfetta, il 72% degli intervistati ammette di aver discusso o litigato per il telecomando,  il 44% delle persone afferma che tra le mura domestiche è il capofamiglia a detenere il controllo sul telecomando e il 12% dice che nella propria abitazione vige un vero e proprio stato di “dittatura” in cui una sola persona decide cosa guardare monopolizzando il telecomando". Percentuali - tra l'altro - pesantemente sottostimate, vista la distanza che intercorre tra il dire e il fare (problema della desiderabilità sociale).

Ecco quindi che il gesto della signora Angela Jones assume il significato di atto estremo e disperato di ribellione alla sottomissione. E nelle nostre case?

mercoledì 6 aprile 2011

Berlusconi sdogana il termine politically correct "migranti". Festeggiamo?

Gennaro Carotenuto si chiede se la diffusione del termine migrante (al posto dei peggio connotati "immigrato" e "extracomunitario") nel linguaggio pubblico, media e politici di centro destra  compresi, non possa rappresentare una prima vittoria per tutti coloro che sostengono i diritti dei migranti (o degli immigrati).

"Sentire perfino Silvio Berlusconi, ma anche i grandi giornali e telegiornali moderati, usare oramai diffusamente il termine “migranti”, fino a ieri bandito, è di grande soddisfazione" scrive Carotenuto. "Fino a ieri facevano a gara a usare termini più o meno sprezzanti se non apertamente razzisti per definirli. Oggi si piegano e accettano di far diventare di uso comune un termine neutro che negli ultimi anni ha rappresentato l’accezione politicamente corretta (se non proprio democratica o di sinistra) del fenomeno".

La mia personale e ininfluente risposta è: no. Certo nel centro-destra stiamo assistendo ad un dibattito tra chi accetta di adottare in parte l'immaginario catto-comunista pietista del profugo in quanto inerme di cui abbiamo il dovere di prendersi carico, e chi accentua la dimensione della clandestinità in quanto violazione e pericolo (evocando risposte repressive e restrittive): l'uso del termine "delicato" migrante rientra nel primo frame. Ma allo stesso tempo non possiamo dimenticare che l'atteggiamento sostanziale dell'establishment è sempre e comunque restrittivo, emergenziale, allarmistico, magari parzialmente assistenziale ma mai pientamente rispettoso e umanitario perché orientato alle vere esigenze del migrante e dell'altro in quanto di pari valore (sia esso approdato via mare o in altro modo).

Il fatto che questo establishment utilizzi nel proprio discorso il termine politically correct migrante, non fa in altre parole che privare della connotazione "neutra" la parola. Il Berlusconi che parla di migranti ammette l'esistenza di una gradazione tra il clandestino da reprimere e il profugo-migrante da pulire e rifocillare, ma non denota un cambiamento sostanziale. Anzi: fa suo parte del linguaggio e dell'immaginario dei movimenti pro diritti dei migranti depotenziandolo, inquinandolo, colonizzandolo. Berlusconi, parlando di migranti, non fa che rendere questo termine inservibile. Ma forse è meglio così: meglio un anti-razzismo sostanziale che un anti-razzismo puramente formale.

mercoledì 23 marzo 2011

Anti-lezione di giornalismo. Toni Negri come fenomeno di costume

Eccesso di entusiasmo, indigestione di retorica, deriva letteraria o semplice "non averci capito niente"? Il Fatto Quotidiano dedica un articolo (Nord Africa, lotte francesi, antiberlusconismo. In 300 a lezione da Toni Negri), pericolosamente sospeso tra il giornalismo ed il flusso di coscienza, ad una conferenza di Toni Negri organizzata dal collettivo studentesco Bartleby di Bologna (ne parla, similmente, anche Repubblica). 

Vi si apprende, sostanzialmente, che Toni Negri è un figo e che ha parlato per un certo tempo di fronte ad una platea di ragazzi, in maniera estremamente affascinante e alternativa, di molti argomenti dannatamente interessanti. Disgraziatamente, l'articolista si dimentica di elencare questi argomenti  e, quando lo fa, lo fa per slogan tralasciando nessi logici, definizioni e descrizioni. Ne esce qualcosa di estremamente confuso, di visibilmente eccitato, soprattutto di profondamente inutile: un pezzo di colore, un elzeviro di propaganda, un gigantesco sbuffo di fumo.

I contenuti di quella conferenza, continueranno a custodirli quei 300 fortunati; a tutti noi, non resta che interrogarci sul perché i media hanno trattato l'evento come un fenomeno di costume, comunque all'interno del frame spettacolare, piuttosto che come un'occasione per portare nel dibattito pubblico, una volta tanto, concetti e visioni eterodosse e comunque interessanti.

lunedì 21 marzo 2011

IL New York Times lancia l' SOS e diventa a pagamento

Dal 28 marzo, il sito del New York Times diventerà a pagamento. Non mancheranno però le eccezioni e i trucchi per continuare a leggere il NYT con qualche disagio in più: ogni lettore avrà  ad esempio la possibilità di leggere gratis 20 articoli al mese, e potrà leggere senza problemi anche agli articoli cui accederà tramite i motori di ricerca (con alcuni limiti: per Google 5 articoli al giorno) o tramite i link nei social network. Per i lettori assidui l'abbonamento mensile online costerà 20 dollari. 

venerdì 18 marzo 2011

Il presenzialismo fa male ai capi di stato? La lezione dell'imperatore Akihito

Quale è l'atteggiamento più efficiente che il capo di uno stato, figura ultima di garanzia e di unità nazionale, dovrebbe tenere nei confronti della popolazione, dei media, della vita pubblica del paese? Meglio mostrarsi vicini alla gente, presenziare a cerimonie e premiazioni, intervenire frequentemente nel dibattito pubblico, farsi trascinare nel gossip e nei salotti, o meglio rimanere nel riserbo, vigilando silenziosamente (e da lontano) sul paese ed intervenendo unicamente nelle pochissime e selezionatissime circostanze gravi?

Il Guardian dedica un articolo (The Japanese emperor's lesson for the British monarchy) ad un parallelismo tra l'atteggiamento dei reali britannici, icone pop che sembrano cercare legittimazione e attenzione presenziando alla vita pubblica e tentando di mostrarsi sostanzialmente vicini alla gente, col rischio di cadere nel ridicolo e di rimanere triturati nel vortice della satira e del gossip (decostruendo il loro ruolo di guida e di rappresentante), e l'imperatore del Giappone. Comparso in televisione per la seconda volta in 22 anni di impero, il 16 marzo  per testimoniare la propria vicinanza al popolo giapponese, l'imperatore sembra aver lasciato tutti con il fiato sospeso e sembra essere davvero riuscito ad unire e a confortare la nazione. Che l'efficacia della sua voce sia legata in parte al fatto che la sua figura non è ancora completamente inflazionata, "caduta", dissacrata?

"In contrast to the British expectation of the monarchy, the Japanese don't demand much of their emperor. They don't insist he performs public duties, displays emotion, or convinces them he is human. They are just happy that he is quietly there, not bothering them in any way. So it should be in Britain. We, too, have lost confidence in our politicians, but we have failed to keep our monarchy in reserve for moments of national crisis. Instead, we insist on having an unnatural intimacy with our royal family, with the result that we have grown sick of them. If the Queen were allowed to forego her Christmas broadcast and speak to her people as rarely as the emperor of Japan does to his, she might actually get listened to".

E che dire del presenzialismo dei Ciampi e dei Napolitano? Secondo i dati, sembra continuare a funzionare;  ma non vi sono dubbi che il suo apparire sempre meno al di sopra delle parti rischi di banalizzarne l'immagine ed il ruolo rendendo le sue denunce sempre meno efficaci.

lunedì 14 marzo 2011

Qui radio Londra: La morte della retorica dell'equidistanza

Questa sera, appena dopo il Tg1, debutterà la nuova striscia quotidiana di approfondimento a cura di Giuliano Ferrara. Come riportato da AltreNotizie, "Secondo le anticipazioni si parlerà “di politica, economia, teologia. Niente ospiti, niente interviste, niente servizi - spiega Ferrara all'Ansa - solo la mia opinione”.

Qui radio Londra segna per la Rai la fine della retorica dell'equidistanza, dell'aderenza al fatto ("Il Fatto" di Enzo Biagi), del primato della dialettica e del dibattito ("Batti e Ribatti" di Pierluigi Battista), del semplice ascolto dell'opinione pubblica ("Secondo voi" di Paolo Del Debbio, prima di Studio Aperto). Collocata nello spazio sacro immediatamente successivo al programma che dovrebbe rappresentare il momento di massima imparzialità per antonomasia (il Telegiornale), la striscia di Ferrara segna il passaggio dal giornalismo che si rappresenta come equilibrato, educato ed educativo (anche se non lo è) alla propaganda esplicita, alla diffusione di opinioni top-down, alla tv un tanto al chilo (per dirla con AltreNotizie). 

Secondo AltreNotizie, "Qui Radio Londra rischia di diventare un rinforzo positivo per le baggianate appena trasmesse dal tg1 di Augusto Minzolini. Calando questa coppia di “cani da riporto”, come li definirebbe Marco Travaglio, lo slot preserale della rete ammiraglia diventa un’irresistibile cassa di risonanza per l’Esecutivo e, ovviamente, per Berlusconi". Nessun dubbio a riguardo. Ma Qui radio Londra è molto di più: è il segnale che la retorica illuminista è ormai da considerarsi roba vecchia. Questo sì che è imbarbarimento.

venerdì 11 marzo 2011

Il potere della metafora e la natura manipolatoria della comunicazione

Connotare il racconto di una storia attraverso l'uso di metafore, influenza il modo in cui l'ascoltatore interpreta i fatti

Un'ennesima conferma sperimentale arriva da uno studio di psicologia sociale, i cui risultati (in originale sulla rivista online open source Plos One) sono riportati dal Corriere della Sera. A quasi 500 studenti è stato sottoposto un articolo in cui si ricostruiva, dati alla mano, un consistente aumento del crimine in una città di fantasia; unica differenza, il fatto che nell'articolo letto da metà dei soggetti il crimine veniva definito "bestia" mentre nell'articolo letto dall'altra metà "virus". Gli studenti che hanno letto l'articolo in cui il crimine veniva definito "bestia", si sono rivelati nel complesso maggiormente propensi a sostenere misure di tipo repressivo (71%), mentre gli altri studenti (sottoposti alla versione "virus") hanno mostrato una minore propensione alle misure forti (54%) ed una maggiore propensione alle misure rieducative. Infatti, "se evoco la parola "bestia" creo un ambiente che è quello della foresta, selvaggio, dove uccidere è normale. Mentre invece se mi muovo nell’ambito "virus", evoco un ambiente medico, cioè curativo, e quindi la bestiolina non è da uccidere ma si può recuperare" ha commentato Marco Villamira, docente di psicologia della comunicazione. Inutile dire che sia gli studenti della versione bestia che gli studenti della versione virus hanno affermato di essersi basati unicamente sui dati citati (identici).

L'articolo non scopre nulla di nuovo, ma è significativo per due motivi collaterali. Primo: l'articolo è collocato dal Corriere della Sera nella sezione "Salute", a mostrare come le scienze sociali non abbiano alcuno spazio nel giornalismo contemporaneo (la sezione "Cultura e Società", dove presente, non è altro che una discarica di gossip, pubblicità occulte di prodotti e curiosità prive di sostanza). Secondo, il titolo stesso ("Il potere di persuasione (occulto) della metafora") che viene dato all'articolo è a sua volta manipolatorio, perché contribuisce a connotare il fenomeno in maniera negativa, fosca; come se vi fosse un grande burattinaio, da qualche parte, ad organizzare il mondo a suo piacere trattandoci come stupidi pupazzi. Le cose sono un pò più complicate; in ogni caso anche il paradossale potere manipolatorio della titolazione  di un articolo in cui si stigmatizzano le manipolazioni non è per nulla strano: ogni forma di comunicazione è manipolatoria.

Consiglio per la lettura: Guido GILI, Il Problema della Manipolazione: Peccato originale dei Media?, Franco Angeli, 2001.