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giovedì 20 ottobre 2011

La libertà di movimento va di pari passo con la riduzione delle diseguaglianze sociali ed economiche?

Il "Brain Drain", cioè il fenomeno per cui i paesi ricchi riescono ad attirare (non necessariamente con incentivi materiali, ma spesso con facilitazioni nella concessione di permessi e visti dedicati alle skilled migrations) migliaia di medici, ingegneri, professionisti e giovani istruiti dai paesi del sud del mondo, è spesso interpretata (storicamente dalla sinistra no-global, recentemente dalle nuove destre europee) come una manovra di stampo neo-colonialista in cui i paesi sviluppati si appropriano a basso prezzo di una risorsa fondamentale, i giovani istruiti e di talento, a discapito dei paesi del sud del mondo (da cui questi ragazzi provengono), che si trovano così privati proprio di quei talenti che avrebbero potuto contribuire al miglioramento della situazione interna. Altra faccia della medesima in medaglia, la battaglia italiana contro la "fuga dei cervelli": anche se in Italia il colpevole è il governo italiano e non i paesi che "ci scippano i talenti" (come se facessimo fatica a riconoscere l'Italia nel ruolo di paese inerme e vessato, quasi da sud del mondo), i cliché sulla fuga dei cervelli dipingono l'emigrazione di questi ragazzi come un grave smacco e come un ostacolo allo sviluppo del paese.
Ma se l'emigrazione dei giovani istruiti è un problema per le patrie di origine, come dovremmo comportarci? Dovremmo forse auspicare una chiusura delle frontiere, dovremmo forse obbligare questi ragazzi a stare "a casa loro" e a fare il bene del paese? Altrimenti: auspicando la libertà di movimento delle persone, e concedendo che ciascuno ha il diritto di inseguire prima di tutto i propri obiettivi e le propensioni, stiamo forse contribuendo all'impoverimento ulteriore del sud del mondo? La libertà di movimento delle persone andrebbe forse messa alla stregua della libertà di movimento dei capitali e delle merci, ed in quanto tale ostacolata o regolamentata affinché non si traduca in un'accentuazione delle diseguaglianze?

In altre parole: (a) la libertà di movimento delle persone va di pari passo con la riduzione delle diseguaglianze e delle ingiustizie economiche, o al contrario (b) le migrazioni non sono altro che un travaso di alcune persone, un "cambiamento di squadra" da parte dei più intraprendenti e dotati, al termine delle quali però i rapporti di forza fra continenti non cambiano o addirittura diventano paradossalmente ancora più asimmetrici? 

Foreign Policy elenca una serie di argomentazioni a favore dell'ipotesi (a), quella dell'armonia fra migrazioni e miglioramento degli equilibri sociali ed economici ("Doctors without boarders"). In estrema sintesi:
  • Le skilled migrations generano un forte flusso di rimesse a vantaggio dei paesi di origine
  • La libertà di movimento crea legami e reti di contatti transnazionali, che possono tramutarsi in occasioni di business
  • La libertà di movimento sono uno stimolo allo scambio di merci (gli emigranti possono trasformarsi in importatori, possono aprire aziende nei paesi di origine, possono aprirvi stabilimenti)
  • La libertà di movimento produce uno scambio di idee (efficienza produttiva, modelli di business, modelli di governance, competenze)
  • La prospettiva di un'emigrazione spinge i giovani (anche quelli che poi non emigreranno) ad istruirsi di più e ad essere più intraprendenti
Probabilmente, bisogna aspettare qualche anno fra le prime ondate di emigranti e la diffusione di sviluppi benefici a vantaggio della popolazione dei paesi d'origine; e probabilmente oggi ci troviamo proprio in quella fase in cui - anche grazie all'emigrazione - le diseguaglianze stanno per ridursi.

lunedì 12 settembre 2011

Sociologismi, riduzionismi qualunquisti e banlieu

Come spiegare le rivolte a Londra, nelle periferie, nelle banlieu? 

Sociologi, progressisti, operatori sociali e critici delle storture del "sistema", sostengono tipicamente che le colpe principali vanno attribuite al sistema sociale, economico e culturale che produce emarginazione, esclusione, frustrazione, "manie" (e realtà) di persecuzione, disagio, vuoto. Inevitabilmente, tutto ciò periodicamente esplode - molto meno frequentemente di quanto le premesse potrebbero far pensare - in periodi di riots disorganizzati e puramente distruttivi.

Controllo, repressione e proclami "moralizzatori", sostengono gli specialisti, sono nel medio e lungo termine inutili: l'unico modo per migliorare la situazione è far leva sulle cause profonde del disagio e cioè sulle cause dell'emarginazione sociale, economica, culturale. Programmi culturali e aggregativi nelle periferie, centralità della scuola e del dopo-scuola, una riorganizzazione dello spazio urbano che eviti abbruttimento e ghettizzazione, programmi di avvio alle professioni, creazione di opportunità reali, piena realizzazione dei diritti di cittadinanza, ascolto e incoraggiamento delle varie forme di espressione, apertura dei gruppi chiusi e messa in rete degli emarginati e degli esclusi, sono le soluzioni normalmente proposte da chi studia e pratica il settore.

Questi programmi appaiono tuttavia, agli occhi dei cittadini, sempre più astratti e ideologici. Un tempo intellettuali, sindacati e partiti riuscivano forse a convincere la popolazione della necessità di programmi di questo tipo; oggi che questi centri di autorevolezza hanno perso ogni capacità di persuasione in primis dei loro stessi iscritti, coloro che adottano le chiavi di lettura ed auspicano i programmi sociali di cui sopra sono bollati senza vergogna come buonisti, come ciarlatani, come irragionevoli, come irresponsabili, come anti-patriottici. 

Le cause dei disordini, secondo questa corrente di pensiero, vanno ricercate soprattutto nella "permissività" dei riformatori sociali (vedi ad esempio alla voce "fallimento del multiculturalismo") e nelle pulsioni malvagie di chi commette le violenze, spesso visto come irrecuperabile e refrattario ad ogni programma di rieducazione: la repressione, la militarizzazione, la ricerca dell'omogeneità e delle gated community, i coprifuoco e l'utilizzo massiccio di telecamere di videosorveglianza, l'ulteriore esclusione di questi irrecuperabili dalla società "per bene" (conseguenza indiretta dei tagli al welfare e dallo spostamento delle risorse dai programmi sociali alla repressione), i richiami moralizzatori alla responsabilità individuale e il sogno di un revival delle vecchie strutture sociali sono le risposte ai riots auspicate dai "riduzionisti qualunquisti"

Sfortunatamente, questa seconda posizione è inefficace e porta solo la società ad avvitarsi su sè stessa, fino a soffocarsi da sola. Il problema, quindi, è semplice: come rendere più convincente e popolare la prima posizione?

martedì 31 maggio 2011

La fiction poliziesca come forma di propaganda

La fiction televisiva "La squadra", che ha per protagonista una squadra d'élite della Polizia Federale messicana impiegata nella guerra contro i narcotrafficanti, è accusata dai blogger e attivisti locali di essere una forma di propaganda volta unicamente a riscattare l'immagine delle forze armate offrendone un'immagine idealizzata. A riportare la notizia è Global Voices Online (Mexico: Consensus on Disapproval of Tv series: The Team). Tra le "colpe" della produzione, quella di lavorare a stretto contatto con le guardia federale (che supporta la fiction anche dal punto di vista logistico, fornendo anche strutture e mezzi - dalle caserme agli elicotteri).

"Truthfully, even from an outside and partial perspective, it is very uncomfortable to see real problems that furiously batter the country as part of the plot of a television series, with every manner of marketing strategy in the mix. However, looking at it under a critical light, they seem to have found an easy way to reestablish faith and credibility in the Federal Police. In other words, it's a strategy to validate a war that they see as more and more unjust through a product consumed daily by the people"
  
L'Italia pullula di fiction poliziesche, genere solitamente praticato con grande uso di retorica e senza prestare attenzione alle sfumature, in molti casi fatte anche in collaborazione con la Polizia di Stato: basti pensare ai celebri "Ris", a "Distretto di Polizia", a "Squadra Antimafia" e a "La Squadra". Ciò nonostante, non mi risulta che mai nessuno abbia accusato queste fiction di fare propaganda. Certo: la polizia italiana non è esente da colpe, ma certamente non è ai livelli della polizia messicana (e sudamericana) celebre per corruzione, violenza e atteggiamenti anti-democratici. 

Allo stesso tempo, però, non possiamo non notare come le fiction contribuiscano anche da noi a migliorare l'immagine della nostra polizia (che ha ampie sacche di fallibilità, di corruzione, di violenza), e come il successo di queste fiction proceda apparentemente in parallelo all'ondata sicuritaria che il nostro paese sta vivendo.

lunedì 2 maggio 2011

La "nuova" nuova destra europea? [Cas Mudde]

L'autorevole Open Democracy aggiunge la sua voce (The new new radical right: spectre and reality) al fondamentale dibattito sull'emergere della nuova destra xenofoba in Europa. Il simbolo di questa "nuova" destra (le cui origini si perdono però nei lontani anni '80), anche per Open Democracy, è tra l'altro quel Geert Wilders di cui abbiamo parlato diffusamente anche da questo blog (Concretezza, coraggio, ideali? Geert Wilders (e la Santanchè) come falsi supereroi contemporanei).

La studiosa Cas Mudde, autrice dell'articolo, è in particolare efficace nel mostrare la galassia di movimenti e tensioni da cui la nuova destra europea trae origine, e nel sintetizzarne le molteplici spinte fondamentali (e spesso incoerenti): il culto populista del (super)uomo forte e l'adozione della retorica democratica, il teorema del grande conflitto di civiltà e i localismi ed i particolarismi etnici, l'etnocentrismo suprematista ed il razzismo differenzialista (ciascuno ha il diritto di fare ciò che vuole, purché a casa sua).

Questa analisi porta la studiosa ad affermare che non esiste "una" internazionale della destra xenofoba europea che sta prendendo possesso del continente, ma piuttosto una costellazione di movimenti molto forti a livello locale ancora incapaci di fare rete.

Come a dire che forse ci dovremmo tutti concentrare a combattere la destra che spadroneggia nelle nostre strade senza perdere tempo inseguendo i fantasmi di apocalissi globali o complotti internazionali.

lunedì 28 marzo 2011

Concretezza, coraggio, ideali? Geert Wilders (e la Santanchè) come falsi supereroi contemporanei

La fondazione Magna Carta, aspirante think tank della destra liberale italiana presieduto dal senatore PdL Gaetano Quagliariello, ha invitato per la lettura annuale Geert Wilders, popolare politico olandese, paladino dell'estrema destra xenofoba europea e gran maestro dell'islamofobia da salotto contemporanea. 

L'Occidentale ha riassunto il discorso di Wilders (dedicato a fallimento del multiculturalismo e rivoluzioni nel mondo arabo) con una lunga intervista utile come base per decostruire la retorica di Geert Wilders e dei suoi tanti cloni, e cioè dei tanti teppisti in pantaloni di velluto che si aggirano per l'Italia (a partire dal suo corrispettivo italiano vivente, Daniela Santanchè) sventolando sguaiatamente la bandiera dell'intolleranza ed ostacolando la civile convivenza e la risoluzione dei problemi. Se il pensiero di Wilders non vi è familiare, l'intervista è un buon riassunto.

Il successo di Wilders (e di Daniela Santanchè) si basa sulla sua capacità di accreditarsi agli occhi di ampi strati popolari come moderni supereroi popolari.

martedì 22 marzo 2011

L'avanzata della destra religiosa in Europa

La "destra religiosa" è in crescita anche in Europa, e minaccia la laicità degli stati con un'intensa attività di lobby e grazie alla presenza assidua in settori cruciali come l'educazione, la sanità e i media. Il Guardian traccia una mappa del potere temporale (e morale) della Chiesa in Europa, tra vecchi privilegi e nuove ingerenze che contrastano con la carta europea dei diritti fondamentali.

"We are witnessing the emergence of the European equivalent to the "religious right" in the US. Areas affected by this rise include women's rights, gay rights and sexual and reproductive health rights as well as healthcare (such as contraception, abortion, condoms and IVF). Freedom of expression is also affected, generally in the form of laws against blasphemy. Freedom of religion is often conceived as a collective right of religion to exempt itself from the law, particularly the EU fundamental right" scrive la politica olandese - ben introdotta nelle istituzioni europee - Sophie in 't Veld.

Da notare come, tra le tante motivazioni addotte a sostegno della tesi dell'emergere della destra religiosa in Europa, la Veld non abbia nemmeno bisogno di citare l'Italia. Il che implica due cose: 1) figuriamoci noi; 2) anche gli altri non se la passano così bene.

"Perhaps it is time to replace "freedom of religion" by freedom of beliefs or conscience, an individual right that can be claimed by 500 million Europeans in all of their diversity" conclude l'articolo.

mercoledì 16 marzo 2011

Islamofobia da salotto al Corriere della Sera: Tocca a Ostellino, che rievoca Oriana

Da ormai un decennio, il Corriere della Sera ha scelto la pericolosa strada dell'islamofobia da salotto.

Se la xenofobia da bar dei leghisti o di Storm Front nasce (e si propaga) dal timore concreto per il posto di lavoro, dalla difficile convivenza nelle periferie urbane, dal provincialismo, dall'assenza degli strumenti culturali necessari per rapportarsi serenamente con il diverso, o dalla necessità adolescenziale di "fare gruppo" attaccando violentemente il diverso, l'islamofobia (più volte trattata tra queste pagine) dei Fallaci, dei Sartori, dei De Bortoli, dei Panebianco (e - come vedremo - degli Ostellino)  nasce nel 2001 nello spavento ma si sviluppa a freddo, nel vuoto, simulando pretestualmente l'urgenza per esprimere sistematicamente un razzismo ancora più radicato e più profondo.