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lunedì 12 settembre 2011

Sociologismi, riduzionismi qualunquisti e banlieu

Come spiegare le rivolte a Londra, nelle periferie, nelle banlieu? 

Sociologi, progressisti, operatori sociali e critici delle storture del "sistema", sostengono tipicamente che le colpe principali vanno attribuite al sistema sociale, economico e culturale che produce emarginazione, esclusione, frustrazione, "manie" (e realtà) di persecuzione, disagio, vuoto. Inevitabilmente, tutto ciò periodicamente esplode - molto meno frequentemente di quanto le premesse potrebbero far pensare - in periodi di riots disorganizzati e puramente distruttivi.

Controllo, repressione e proclami "moralizzatori", sostengono gli specialisti, sono nel medio e lungo termine inutili: l'unico modo per migliorare la situazione è far leva sulle cause profonde del disagio e cioè sulle cause dell'emarginazione sociale, economica, culturale. Programmi culturali e aggregativi nelle periferie, centralità della scuola e del dopo-scuola, una riorganizzazione dello spazio urbano che eviti abbruttimento e ghettizzazione, programmi di avvio alle professioni, creazione di opportunità reali, piena realizzazione dei diritti di cittadinanza, ascolto e incoraggiamento delle varie forme di espressione, apertura dei gruppi chiusi e messa in rete degli emarginati e degli esclusi, sono le soluzioni normalmente proposte da chi studia e pratica il settore.

Questi programmi appaiono tuttavia, agli occhi dei cittadini, sempre più astratti e ideologici. Un tempo intellettuali, sindacati e partiti riuscivano forse a convincere la popolazione della necessità di programmi di questo tipo; oggi che questi centri di autorevolezza hanno perso ogni capacità di persuasione in primis dei loro stessi iscritti, coloro che adottano le chiavi di lettura ed auspicano i programmi sociali di cui sopra sono bollati senza vergogna come buonisti, come ciarlatani, come irragionevoli, come irresponsabili, come anti-patriottici. 

Le cause dei disordini, secondo questa corrente di pensiero, vanno ricercate soprattutto nella "permissività" dei riformatori sociali (vedi ad esempio alla voce "fallimento del multiculturalismo") e nelle pulsioni malvagie di chi commette le violenze, spesso visto come irrecuperabile e refrattario ad ogni programma di rieducazione: la repressione, la militarizzazione, la ricerca dell'omogeneità e delle gated community, i coprifuoco e l'utilizzo massiccio di telecamere di videosorveglianza, l'ulteriore esclusione di questi irrecuperabili dalla società "per bene" (conseguenza indiretta dei tagli al welfare e dallo spostamento delle risorse dai programmi sociali alla repressione), i richiami moralizzatori alla responsabilità individuale e il sogno di un revival delle vecchie strutture sociali sono le risposte ai riots auspicate dai "riduzionisti qualunquisti"

Sfortunatamente, questa seconda posizione è inefficace e porta solo la società ad avvitarsi su sè stessa, fino a soffocarsi da sola. Il problema, quindi, è semplice: come rendere più convincente e popolare la prima posizione?

giovedì 30 settembre 2010

McDonald's è pulito? Purezza e pericolo al tempo del cibo industriale

Anche se rispetto a qualche anno fa le cose stanno cambiando McDonald’s è, almeno in Italia, ancora fortemente associato all’idea di sporcizia. Mentre le leggende metropolitane sulle cucine dei fast food, sulla scarsa pulizia e sulla dubbia igiene dei prodotti passano in parte di moda tra i giovanissimi, chi ha lavorato presso uno di questi fast food si sente ripetere ancora ad anni di distanza la stessa domanda (che nessuno porrebbe mai a un cuoco o a un barista): «ma com’è, è pulito?». Dimostrarsi scettici riguardo all’igiene del fast food, è una specie di messaggio in codice per far capire all’interlocutore di saperci fare, di saperla lunga, di prestare attenzione – scansando la disinformazione pubblicitaria – a ciò che si mangia.

Eppure, le pubblicazioni accademiche di storia dell'alimentazione concordano su un punto: una fetta consistente del successo originario delle catene di fast food (e in particolare McDonald's) negli Stati Uniti, fin dagli anni '30 e '40 del ‘900, fu dovuta proprio alla sensazione di igiene che McDonald’s e simili riuscirono a trasmettere ai consumatori dell'epoca. McDonald’s sconfisse i piccoli rivenditori anche perché riuscì a rassicurare i clienti: si impose mostrandosi come rigoroso, trasparente e pulito.

martedì 14 settembre 2010

La deriva islamofobica del Corriere della Sera: E' il turno di Panebianco

Il Corriere della Sera torna a ripercorrere il tema dell'islamofobia, dopo le vette toccate da Giovanni Sartori, con un editoriale firmato da Angelo Panebianco (anche se il ghost writer potrebbe benissimo essere lo stesso). Anche se l'articolo non aggiunge nulla di nuovo, visto che le tesi sono quelle già sentite (soprattutto sugli autobus e nei bar, altre volte come detto sul Corriere della Sera) dell'Occidente con "gli occhi chiusi" di fronte alla conquista dell'Europa da parte dell'Islam radicale, continua a far dispiacere il fatto che un quotidiano presunto "moderato" come il Corriere continui a concedere spazio a celebri professori universitari, e questo è il secondo elemento di dispiacere, che sentono l'urgenza di parlare di argomenti che non conoscono (un politologo non ha certo il dovere di trasformarsi in un esperto di processi migratori; semmai farebbe meglio ad abbassare un pò i toni o a lasciare spazio a chi si dedica a queste cose) finendo per dare sostanza apparente a quell'islamofobia "da uomo della strada" che poi tanto male fa all'integrazione.

Panebianco parte dalla considerazione che, dalle Torri Gemelle ad oggi, l'Occidente (entità politica che tra l'altro non esiste) si è limitato a "contenere" debolmente l'avanzata dell'islam radicale (Iraq, Afghanistan, Somalia) senza affrontare il problema in maniera radicale. Panebianco ragiona all'interno del vecchio paradigma della guerra globale tra Islam e Occidente e lo dice esplicitamente: l'Afghanistan o la Somalia non vanno intesi come scenari distinti con motivazioni e dinamiche differenti ma come campi di un'unica battaglia mondiale tra Bene e Male. Islam e Occidente, infatti, sono per Panebianco entità reali internamente omogenee nonchè naturalmente contrapposte; ed è quindi naturale, partendo da queste premesse sbagliate, interpretare i flussi migratori provenienti dai paesi musulmani come "travasi" di nemici che contaminano la purezza della "squadra" di cui noi occidentali faremmo parte.

martedì 4 maggio 2010

La melina della Lazio è l'anima dello sport

[Il Pensiero Selvaggio per Filopop]

Domenica, la Lazio ha lasciato che l’Inter la sconfiggesse pur di non far vincere lo scudetto ai rivali della Roma. Oggi, i moralisti e le anime candide della domenica si strappano le vesti di fronte a questo atto che definiscono illecito e “anti-sportivo”.

Peccato che molti di coloro che oggi si indignano non siano tifosi romanisti, gli unici ad essere stati effettivamente penalizzati, bensì tifosi juventini, milanisti, napoletani, arrabbiati perchè anche quest’anno lo scudetto verrà vinto dagli arcinemici dell’Inter. E a questo punto sorge una domanda: è più antisportivo il tifoso della Lazio che tifa Inter affinché la Roma non vinca lo scudetto, o il tifoso del Milan che tifa Lazio affinché l’Inter non vinca lo scudetto (nascondendosi dietro la scusa dello "spirito sportivo")?

giovedì 1 aprile 2010

A chi si crogiola ripensando a "Rai per una notte" e ai Grillini

Rai per una Notte (di cui ho scritto qua), e poi il successo del MoVimento di Grillo, mi ha fatto tornare in mente un vecchio aforisma: «Lo scopo della critica non è quello di togliere uno per uno i fiori immaginari dalla catena perchè l'uomo porti questa catena privo di illusione e di conforto, ma perchè si liberi dalla catena e colga il fiore vivente» (K.M.).

C'è poco da compiacersi, quando si fa critica; perchè la critica da sola è vana se non pone le basi per un'alternativa e non ha una cinghia di trasmissione che la collega con la realtà, con le maggioranze, con i centri di potere.

domenica 28 marzo 2010

Piccolo compendio di misoginia contemporanea (Massimo Fini sul Fatto Quotidiano)

Sabato 27, il Fatto Quotidiano se ne è uscito con un piccolo compendio di misoginia contemporanea a firma Massimo Fini: "Donne, guaio senza soluzione". Un articolo (tra l'altro riciclato) che, per quanto veramente offensivo (e quì veramente si fa fatica a difendere il Fatto Quotidiano, giudicando positivo il lasciar spazio a pensieri discutibili e politicamente scorretti: se c'è un limite, ci si è andati vicini), ci aiuta forse a entrare in contatto con quell'Italia profonda retrograda che tanto si fatica a trascinare nel secolo ventuno.

«Le donne sono una razza nemica» esordisce Massimo Fini, scrittore tra i più popolari nella rete (soprattutto tra le nuove destre ma non solo) e collaboratore fisso de Il Fatto, chiarendo subito la cornice del suo ragionamento. L'argomento è quello, sentito dai tempi delle Sirene di Omero in poi, per il quale le donne sono geneticamente irrazionali e subdole: hanno la lingua «biforcuta», ragionano «in maniera tortuosa», sono vigliacche, sono «totalmente inaffidabili» perchè non rispondono alla logica, alla ragione, ma solo al loro spirito dionisiaco e alle loro passioni vitali. «Per questo, per secoli o millenni, l’uomo ha cercato di irreggimentarla, di circoscriverla, di limitarla, perché nessuna società regolata può basarsi sul caso femminile». L'apologia del patriarcato in un paio di righe: l'"irregimentarla", il "circoscriverla" (sappiamo tutti, nei fatti, quali forme ha preso questa volontà), assume quindi una funzione "sociale". Quasi ci si aspetta che la donna debba ringraziare. 

Ma l'uomo di Massimo Fini è, in fondo, un essere troppo leale e troppo buono. Lei fa gli occhi dolci, e lo ricatta con l'arma sessuale: «al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola - suggerisce Fini - invece ci si arrende senza condizioni». Secondo Fini è l'uomo il debole; lasciato da parte il suprematismo machista che vuole la donna "inferiore" tout court, il nostro sembra fondare la sua domanda esplicita di discriminazione corporativa sulla necessità di difendere l'uomo dalle manovre subdole della tirannide al femminile

sabato 27 febbraio 2010

Chi sta prendendo a picconate la credibilità della magistratura?

Chi sta prendendo a picconate la fiducia nella magistratura? Ne vale la pena? Quali le conseguenze?

Pochi giorni fa Silvio Berlusconi, riferendosi a giudici e pm italiani, ha affermato che "siamo nelle mani di una banda di talebani". Il copione è arcinoto: qualche pm inquisisce Silvio Berlusconi, ed una parte dell'opinione pubblica, intellettuale e politica di "opposizione" italiana riprende con vigore ad attaccare il premier nella speranza che, in un modo o nell'altro, possa un giorno cadere. Berlusconi quindi reagisce, descrivendo una situazione di odio e di persecuzione e dipingendo la giustizia italiana come un covo di eversivi, fannulloni, manipolatori della legge, e una quota consistente di italiani comuni fa sua questa visione.

Poi il Popolo Viola torna a casa, i giornali trovano altro di cui parlare, Berlusconi ne esce in qualche modo "pulito", i giudici archiviano il fascicolo con un nulla di fatto, con una prescrizione. Tutto come prima? Sarà per la prossima volta? No. Questo teatrino si lascia alle spalle un fardello grave: la delegittimazione reale, duratura, agitata, della magistratura e della giustizia di fronte ad una quota crescente degli italiani. Si lascia alle spalle una situazione in cui la magistratura è, per troppi italiani, un organo capriccioso e l'innocenza o la colpevolezza sono un'opinione.

mercoledì 11 novembre 2009

Saggio / Maria Stella Gelmini e la mezza battaglia contro la maternità all'italiana

La Ministra dell'Istruzione Maria Stella Gelmini è incinta. E per rassicurare l'intervistatore ed i lettori de Il Giornale, se ne è uscita con questa frase apparentemente banale, in realtà estremamente significativa: «Molto più difficile essere una brava madre che un buon ministro». Questa frase, pur tra tante buone intenzioni, è importante (e in parte grave) per almeno due ragioni.

In primo luogo questa frase rafforza e incoraggia una visione della maternità molto italiana: totale, soffocante, morbosa. In secondo luogo, questa frase svilisce, banalizza, demolisce la politica, il Ministero, il suo stesso lavoro, ed ogni forma di auto-realizzazione complementare o alternativa alla maternità all'italiana.

«Molto più difficile essere una brava madre che un buon ministro»? Veniamo con ordine.