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lunedì 16 maggio 2011

Fantasie d'occidente. Storia essenziale della danza del ventre.

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Pur continuando a rimandare ad un immaginario esotico distorto, e pur traendo parzialmente spunto dalle antiche danze popolari del vicino e del medio Oriente, la “danza del ventre” è oggi un prodotto ibrido completamente incorporato nella cultura popolare “occidentale”. La danza del ventre contemporanea, infatti, è il risultato della reinterpretazione delle danze ma anche delle fantasie, dei racconti e dei desideri emersi in due secoli di incontri tra Oriente ed Occidente; risultato che non fa che ricordarci come l'incontro tra culture produca sempre ed inevitabilmente culture nuove, “di sintesi”, e di come queste culture nuove siano prodotti spontanei dei nostri bisogni che trovano nel nuovo un'opportunità per prendere forma. 

Quella che segue vuole essere una breve ed informale storia genealogica della Danza del Ventre occidentale contemporanea. Il mio obiettivo non è quello di mostrare semplicemente come la danza del ventre contemporanea sia inevitabilmente qualcosa d'altro rispetto alle “danze tradizionali”, né quello di mostrare semplicemente come la storia della Danza del Ventre sia anche una storia di pregiudizi e di rapporti asimmetrici tra “Oriente” e “Occidente”, né quello di dimostrare semplicemente come la Danza del Ventre dica molto di noi e nulla del “vero” Oriente. L'obiettivo principale, piuttosto, è quello di descrivere il potere creativo dell'incontro interculturale e la natura intrinsecamente meticcia della cultura – in questo caso – materiale.

giovedì 30 settembre 2010

McDonald's è pulito? Purezza e pericolo al tempo del cibo industriale

Anche se rispetto a qualche anno fa le cose stanno cambiando McDonald’s è, almeno in Italia, ancora fortemente associato all’idea di sporcizia. Mentre le leggende metropolitane sulle cucine dei fast food, sulla scarsa pulizia e sulla dubbia igiene dei prodotti passano in parte di moda tra i giovanissimi, chi ha lavorato presso uno di questi fast food si sente ripetere ancora ad anni di distanza la stessa domanda (che nessuno porrebbe mai a un cuoco o a un barista): «ma com’è, è pulito?». Dimostrarsi scettici riguardo all’igiene del fast food, è una specie di messaggio in codice per far capire all’interlocutore di saperci fare, di saperla lunga, di prestare attenzione – scansando la disinformazione pubblicitaria – a ciò che si mangia.

Eppure, le pubblicazioni accademiche di storia dell'alimentazione concordano su un punto: una fetta consistente del successo originario delle catene di fast food (e in particolare McDonald's) negli Stati Uniti, fin dagli anni '30 e '40 del ‘900, fu dovuta proprio alla sensazione di igiene che McDonald’s e simili riuscirono a trasmettere ai consumatori dell'epoca. McDonald’s sconfisse i piccoli rivenditori anche perché riuscì a rassicurare i clienti: si impose mostrandosi come rigoroso, trasparente e pulito.

mercoledì 17 febbraio 2010

"Funzionamento" degli antidepressivi. Una "bugia buona"?

Che gli psicofarmaci utilizzati per la cura della depressione avessero pressapoco la stessa efficacia del "placebo" (cioè di una pillola inerte somministrata nei test ad alcuni ignari pazienti al posto dell'antidepressivo per verificare quali effetti siano dovuti al farmaco in sè e quali alla semplice suggestione) lo si sapeva da tempo.

Ora, però, la conferma arriva da un'analisi dei test presentati dalle stesse case farmaceutiche all'ente americano che regola l'immissione di farmaci sul mercato (FDA): degli effetti benefici dovuti alla somministrazione dei più comuni antidepressivi, più dell'85% è dovuto alla semplice auto-suggestione, cioè alla convinzione di prendere qualcosa "che ci farà stare meglio", mentre l'efficacia del principio attivo del farmaco si ferma al 15% dei miglioramenti riconducibili ai casi più gravi (1).

Gli psicofarmaci fanno in qualche modo "stare meglio": secondo i dati, sette pazienti trattati su 10 reagiscono alle terapia in maniera giudicata "positiva" (2). Allo stesso tempo, però, almeno 6 pazienti su 10 reagiscono ugualmente "bene" anche se trattati con una caramella qualsiasi che essi credono essere antidepressivo. Si "sentono meglio" perchè il farmaco modifica la loro percezione, e forse perchè attiva qualche molla "inconscia" che porta l'organismo ad affrontare i sintomi in maniera migliore.

In tutti i casi, ad essere reali, scientifiche, sperimentate, sono quindi solo le controindicazioni, gravi fino al certificato aumento di pensieri suicidi, e le spese miliardarie che cittadini, "depressi" e stati sostengono per mantenere in vita questa "bugia buona".

sabato 9 gennaio 2010

«Dobbiamo difendere le "nostre" donne»?



L'hanno affermato anche ieri alcuni dei bravi uomini di Rosarno (immoratalati in questo video d'epoca in una loro antica danza tribale), facendosi forti davanti alle telecamere, le spranghe ed i bastoni sguainati contro gli ex schiavi ribellati ora braccati: «dobbiamo difendere le nostre donne».

Il discorso, sotto sotto, cade infatti sempre lì, sui vecchi retaggi tribali: le donne come una proprietà, come una dotazione, come un patrimonio collettivo. Le donne come costola, e come parte molle della società (ventri e bocche, mica menti ed ossa, in corpi esili e inermi) che gli uomini, i guerrieri, hanno il dovere di difendere. Difendere, naturalmente, dagli altri, dalle bande vicine (e un pò da loro stesse). Ma ne siamo veramente sicuri?

domenica 3 gennaio 2010

Non siamo tutti belli, anzi. Come liberarsi dalla Tirannia dell'estetica

("Il Pensiero Selvaggio" per FiloPop)

L’apparenza estetica è, forse come mai prima, fondamentale. Se da un lato ciascuno di noi sembra avere la consapevolezza che il proprio aspetto è in qualche modo cruciale, dall’altro i modelli proposti dai media tendono a diventare sempre più irraggiungibili, elitari, onerosi.

Anche per questo, un numero enorme di persone vive il proprio aspetto fisico con imbarazzo e disagio. Il confronto con i modelli televisivi è, per i più, proibitivo; ed anche laddove questo confronto viene di fatto negato in partenza, i modelli agiscono sulla percezione facendoci sentire un po’ più “brutti” ed un po’ più diversi di quello che in realtà siamo, almeno rispetto alla media nazionale, e facendoci in qualche modo pesare questa mancanza presunta. In un modo o nell’altro, quasi nessuno si sente completamente “a posto”.

Allo scopo di contrastare questa tirannia dei modelli estetici, liberando le persone dal disagio legato all’apparenza, sta emergendo all’interno della stessa “cultura pop” una sorta di nuova prospettiva che sostiene pressappoco questo: “Siamo tutti belli”, o “tutti lo possiamo diventare”.

sabato 26 dicembre 2009

Saggio/ La Servitù diffusa e il Deficit Repubblicano

In un recente post, il bel blog Femminismo a Sud denuncia il sessismo latente nella nuova pubblicità di Alitalia. La critica, assolutamente condivisibile, è dovuta al fatto che, di fronte alla «disponibilità, al sorriso, alla subordinazione e all'atteggiamento da geisha» tenuto dalla hostess, il protagonista ha il coraggio di rimpiangere il fatto che la moglie, a casa, non si comporti esattamente così.

Riguardando lo spot, mi è risultato però inevitabile andare oltre. Quanto risulta odioso, indipendentemente dalla variabile di genere, l'atteggiamento del protagonista che gode nel pretendere dalla hostess (con un atteggiamento vagamente arrogante) del cibo, qualcosa da bere, una copertina ed il "cuscino morbido", per poi sorridere compiaciuto dei servigi ottenuti?

giovedì 10 dicembre 2009

Saggio / La Pizza nell'epoca della sua riproducibilità tecnica.

«Diametro non superiore ai 35 cm, bordo rialzato fra 1 e 2 cm, e nel condimento solo pomodori pelati san Marzano, mozzarella di bufala campana Doc, aglio, un filo d'olio, sale e foglie fresche di basilico».

Secondo la Commissione Europea solo un prodotto con queste caratteristiche, ottenuto mediante procedure codificate (di trattamento, di cottura, di conservazione), si potrà fregiare del titolo di “vera Pizza Doc”. Per politici e commentatori questa decisione suggella il riconoscimento dell'eccellenza della cultura italiana, e mette fine agli scempi commessi da tutti quei pizzaioli che, nei decenni, hanno spacciato per vera pizza prodotti "scadenti" insultando la cultura italiana e truffando gli ignari consumatori di tutto il mondo.

Tutto ciò è naturalmente folle. La "vera pizza", infatti, non esiste.

lunedì 7 dicembre 2009

Saggio / Lo Scontro di Civiltà e le luci di Natale del Pizza & Kebab

Come da consuetudine, le città si stanno riempiendo di luci e di addobbi natalizi. E basta attraversare le vie del centro, talvolta anche le più "degradate", per rendersi conto che i negozi gestiti da immigrati stanno partecipando con zelo all’atmosfera generale decorando con fili di luci colorate, spesso improvvisate, le vetrine e gli ingressi delle loro attività.

La febbre non sembra risparmiare nessun settore. Oltre agli esercizi rivolti soprattutto a una clientela italiana, anche i “Pizza & Kebab”, le macellerie e gli spacci gestiti da arabi, africani, indiani e pakistani, frequentati soprattutto o esclusivamente da connazionali, espongono luminarie artigianali talvolta anche più dei negozi gestiti da italiani.

Cosa significa tutto ciò?

giovedì 3 dicembre 2009

Saggio / La spirale Solitudine-Diffidenza e il baratro della Credulità

Viviamo immersi in un clima che accentua la diffidenza; ma questa diffidenza porta gli individui più soli e più deboli a una credulità spesso potenzialmente letale.

Da un lato le routine ci obbligano a condividere situazioni con persone spesso sconosciute: nelle metropolitane, nei negozi, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, siamo sempre a contatto con persone con le quali non abbiamo e non avremo relazione alcuna, ma dalle quali in parte dipendiamo. Dall'altro lato, le rappresentazioni non fanno che accentuare la sensazione di insicurezza: la televisione, i giornali, i racconti tra conoscenti, fanno molto spesso riferimento a truffe, a furti, a stupri e ad una crescente insicurezza.

La quotidianità ci butta in mezzo a persone sconosciute e accresce insicurezza e diffidenza.

lunedì 30 novembre 2009

Saggio / La battaglia del crocifisso e l'insostenibile inconsistenza dei simboli

Secondo il viveministro Roberto Castelli, della Lega Nord, il parlamento dovrebbe valutare l'idea di una legge che modifichi la costituzione inserendo il crocifisso nella bandiera nazionale. Il fatto che questa proposta arrivi dall'esponente di un partito che si è scagliato più volte sia contro la bandiera tricolore, sia soprattutto contro le idee di molti altri cristiano-cattolici, è estremamente istruttivo.

Secondo molti, infatti, il crocifisso andrebbe salvaguardato e tollerato perchè rappresenta un'etica e delle radici condivise o almeno condivisibili. Dopo tutto, si dice, il crocifisso non fa nulla di male e non insegna nulla di sbagliato; al contrario, propone valori (condivisi anche dai non credenti) sui quali si fonda d'altra parte anche lo stesso stato nonchè la convivenza civile che tutti auspichiamo. Infine, rappresenta qualcosa in cui ciascuno si può riconoscere: in fondo, anche se lo rifiutiamo, esso sta alla base dell'etica che desidereremmo che tutti seguissero.

Ma siamo davvero sicuri che il crocifisso possa simboleggiare un'etica e una radice? Siamo sicuri che possa davvero simboleggiare una cosa? E in caso, quale cosa?

mercoledì 25 novembre 2009

Saggio / Topo Gigio, il ministro Bondi e la «matrice popolare della cultura»

La segreteria alla Presidenza del Consiglio ha preparato, a nome del governo, una campagna pubblicitaria attraverso la quale spiegare in maniera chiara e certa ai cittadini come affrontare la temuta epidemia di Influenza A. Per stemperare la tensione e per fornire un messaggio univoco, semplice ed affidabile, il governo ha scelto un testimonial di eccezione: Topo Gigio.

sabato 21 novembre 2009

Saggio / Ciascuno nel suo guscio. L'iPod come strumento di sterilizzazione

Le città, così come le province, sono sempre più spesso popolate da gruppi di ragazzi di origine straniera. Quando ne vedo, mi tornano in mente i ragazzi di periferia amati dai vecchi film di Pier Paolo Pasolini: immagini in bianco e nero di giovani minacciosi e inermi, disincantati e dolci, goffamente fuori posto tra i mostri, i crocifissi e le luci della vita moderna. Ciondolano spalla a spalla con le mani in tasca e l'aria di attendere, senza ormai alcun entusiasmo, chissà che cosa.

Ma i tempi cambiano: sullo sfondo non ci sono i campi ed i palazzoni della periferia romana, e la campagna da cui la metropoli ha strappato questi giovani scordati ai margini è spesso lontana molte migliaia di chilometri. Essi non strusciano più i piedi sulle strade sterrate, ma sui pavimenti lucenti dei centri commerciali o sulle strade sudice dei ghetti urbani. Ed i “ragazzi di vita” del secolo ventuno, passeggiando, hanno un'abitudine nuova: ascoltare la musica dagli altoparlanti del cellulare.

sabato 14 novembre 2009

Saggio / L'allarme sociale: Ignazio La Russa e la Morfologia della fiaba

Morfologia della Fiaba è il titolo di un lavoro, pubblicato dal russo Vladimir Propp, nel 1928. In questo celebre studio Propp provò a mostrare come le narrazioni, dietro una grande complessità di sfumature, nascondano in realtà una struttura stabile ed elementare: un set finito di ruoli e di eventi posti in relazioni e in successioni costanti. La forza della fiaba sta quindi anche in questo: riprodurre strutture riconoscibili e superficiali, che rassicurino semplificando la complessità del mondo per trasmettere anche a un bambino una sensazione e, attraverso essa, un messaggio elementare.

Queste strutture e queste paure, per funzionare in una fiaba risultando convincenti, devono essere in intima connessione con l’emotività elementare e animale dello spettatore. Complessità, sfumature e ragionamenti astratti sono nemici della fiaba, perché invece che assecondare la pigrizia mentale del bambino gli provocano mal di testa e senso di confusione.

Proprio in questi giorni il mondo politico è impegnato a discutere una legge che dovrebbe porre un limite alla durata dei processi annullando tutti quei procedimenti che non si concludono nei tempi stabiliti.

mercoledì 11 novembre 2009

Saggio / Maria Stella Gelmini e la mezza battaglia contro la maternità all'italiana

La Ministra dell'Istruzione Maria Stella Gelmini è incinta. E per rassicurare l'intervistatore ed i lettori de Il Giornale, se ne è uscita con questa frase apparentemente banale, in realtà estremamente significativa: «Molto più difficile essere una brava madre che un buon ministro». Questa frase, pur tra tante buone intenzioni, è importante (e in parte grave) per almeno due ragioni.

In primo luogo questa frase rafforza e incoraggia una visione della maternità molto italiana: totale, soffocante, morbosa. In secondo luogo, questa frase svilisce, banalizza, demolisce la politica, il Ministero, il suo stesso lavoro, ed ogni forma di auto-realizzazione complementare o alternativa alla maternità all'italiana.

«Molto più difficile essere una brava madre che un buon ministro»? Veniamo con ordine.

martedì 10 novembre 2009

Saggio / L'impoverimento del linguaggio è veramente un male?

Il linguaggio si sta impoverendo? Parrebbe proprio di sì, a giudicare da quanto riferiscono gli specialisti ai giornali. Un lessico più povero, l’utilizzo diffuso di forme grammaticalmente errate, la scomparsa di tempi e modi verbali. Ma non solo: l’estinzione dei dialetti, che causerebbe la scomparsa di civiltà e di culture, con la prospettiva di un mondo che, tra pochi decenni, potrebbe parlare solo una o due lingue globali. Ce n’è insomma per tutti: per gli snob, per gli eruditi e i moralisti, ma anche per i gentiluomini di campagna impegnati nella “riscoperta” delle eredità dialettali.

Anche se nessuno si preoccupa davvero, la cosa sembra avere anche una certa presa a livello popolare. E’ di questi giorni, ad esempio, la classica prova, nella casa del Grande Fratello, all’insegna della conoscenza della lingua italiana: un paio di esseri umani filtrati, confusi e ridotti a macchiette, alle prese con termini come “favella”, “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”, e con gli inevitabili strafalcioni. Il tutto con comici e soubrette che lanciano non meglio definiti cenni di intesa ai telespettatori (il cui livello di istruzione medio non arriva alla licenza superiore).

In realtà ho spesso l’impressione che, le lamentele generiche per l'impoverimento del linguaggio, siano una grande sciocchezza. O meglio: chissenefrega? Le lingue sono strumenti che come tali cambiano e si dilatano o si contraggono a seconda delle necessità comunicative: perché la scomparsa di doppioni, rami secchi, pedanterie e sfumature di cui oramai si è perso il senso andrebbe visto come un impoverimento sostanziale? Cosa si perde chi non conosce il significato di “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”? Ed in fondo il messaggio che resta dal discorso mediatico popolare, che pur si diverte ai danni dell’incolto di turno godendosi l’impressione di una pur leggera superiorità, è proprio questo: si vive benissimo anche conoscendo poche centinaia di parole.