Cosa succederebbe se scoprissi di avere un antenato fenicio, vichingo o ebreo? Evidentemente, nulla. Non siamo ciò che sta scritto nel nostro sangue, nei nostri geni, nel nostro lignaggio: a parte i lineamenti di fondo e la possibile predisposizione genetica a qualche brutto male, siamo delle bestie culturali. Lo sono pure gli animali, tra l'altro; e noi umani, con tutte le arie che ci diamo, non dovremmo aver dubbi a dire che siamo prima di tutto prodotti dell'ambiente e di noi stessi, non dei nostri avi.
E se domani ci clonassero, l'essere che ne uscirebbe sarebbe uguale a noi soltanto per quanto riguarda la nuda superficie: al di sotto, pensiero sentimenti e propensioni, e al di sopra, vestiti e modo di fare, sarebbe tutt'altro perchè i geni, per quanto riguarda l'identità seriamente intesa, non c'entrano nulla. E allora, che ci clonino pure; a parte il fatto che non avrebbe senso alcuno.
Già essere animali culturali, comporta fatica. Non solo: siamo anche animali individuali.
Blog non allineato di Società e Culture in Movimento nell'Orizzonte del Finito
Visualizzazione post con etichetta psicologia e sociologia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta psicologia e sociologia. Mostra tutti i post
mercoledì 18 maggio 2011
lunedì 16 maggio 2011
Fantasie d'occidente. Storia essenziale della danza del ventre.
(Vai al Pdf in Scribd)
Pur continuando a rimandare ad un immaginario esotico distorto, e pur traendo parzialmente spunto dalle antiche danze popolari del vicino e del medio Oriente, la “danza del ventre” è oggi un prodotto ibrido completamente incorporato nella cultura popolare “occidentale”. La danza del ventre contemporanea, infatti, è il risultato della reinterpretazione delle danze ma anche delle fantasie, dei racconti e dei desideri emersi in due secoli di incontri tra Oriente ed Occidente; risultato che non fa che ricordarci come l'incontro tra culture produca sempre ed inevitabilmente culture nuove, “di sintesi”, e di come queste culture nuove siano prodotti spontanei dei nostri bisogni che trovano nel nuovo un'opportunità per prendere forma.
Quella che segue vuole essere una breve ed informale storia genealogica della Danza del Ventre occidentale contemporanea. Il mio obiettivo non è quello di mostrare semplicemente come la danza del ventre contemporanea sia inevitabilmente qualcosa d'altro rispetto alle “danze tradizionali”, né quello di mostrare semplicemente come la storia della Danza del Ventre sia anche una storia di pregiudizi e di rapporti asimmetrici tra “Oriente” e “Occidente”, né quello di dimostrare semplicemente come la Danza del Ventre dica molto di noi e nulla del “vero” Oriente. L'obiettivo principale, piuttosto, è quello di descrivere il potere creativo dell'incontro interculturale e la natura intrinsecamente meticcia della cultura – in questo caso – materiale.
venerdì 11 marzo 2011
Il potere della metafora e la natura manipolatoria della comunicazione
Connotare il racconto di una storia attraverso l'uso di metafore, influenza il modo in cui l'ascoltatore interpreta i fatti.
Un'ennesima conferma sperimentale arriva da uno studio di psicologia sociale, i cui risultati (in originale sulla rivista online open source Plos One) sono riportati dal Corriere della Sera. A quasi 500 studenti è stato sottoposto un articolo in cui si ricostruiva, dati alla mano, un consistente aumento del crimine in una città di fantasia; unica differenza, il fatto che nell'articolo letto da metà dei soggetti il crimine veniva definito "bestia" mentre nell'articolo letto dall'altra metà "virus". Gli studenti che hanno letto l'articolo in cui il crimine veniva definito "bestia", si sono rivelati nel complesso maggiormente propensi a sostenere misure di tipo repressivo (71%), mentre gli altri studenti (sottoposti alla versione "virus") hanno mostrato una minore propensione alle misure forti (54%) ed una maggiore propensione alle misure rieducative. Infatti, "se evoco la parola "bestia" creo un ambiente che è quello della foresta, selvaggio, dove uccidere è normale. Mentre invece se mi muovo nell’ambito "virus", evoco un ambiente medico, cioè curativo, e quindi la bestiolina non è da uccidere ma si può recuperare" ha commentato Marco Villamira, docente di psicologia della comunicazione. Inutile dire che sia gli studenti della versione bestia che gli studenti della versione virus hanno affermato di essersi basati unicamente sui dati citati (identici).
L'articolo non scopre nulla di nuovo, ma è significativo per due motivi collaterali. Primo: l'articolo è collocato dal Corriere della Sera nella sezione "Salute", a mostrare come le scienze sociali non abbiano alcuno spazio nel giornalismo contemporaneo (la sezione "Cultura e Società", dove presente, non è altro che una discarica di gossip, pubblicità occulte di prodotti e curiosità prive di sostanza). Secondo, il titolo stesso ("Il potere di persuasione (occulto) della metafora") che viene dato all'articolo è a sua volta manipolatorio, perché contribuisce a connotare il fenomeno in maniera negativa, fosca; come se vi fosse un grande burattinaio, da qualche parte, ad organizzare il mondo a suo piacere trattandoci come stupidi pupazzi. Le cose sono un pò più complicate; in ogni caso anche il paradossale potere manipolatorio della titolazione di un articolo in cui si stigmatizzano le manipolazioni non è per nulla strano: ogni forma di comunicazione è manipolatoria.
Consiglio per la lettura: Guido GILI, Il Problema della Manipolazione: Peccato originale dei Media?, Franco Angeli, 2001.
mercoledì 9 marzo 2011
Dai nonluoghi alle aerotropoli, passando per la realtà
Federico Rampini dedica un articolo (talmente denso di notizie, nomi, citazioni, luoghi ed altri elementi superficiali da risultare quasi illeggibile ed allo stesso tempo poco cogente) alle "Aerotropoli", e cioè - in parole povere - all'evoluzione dei grandi scali aeroportuali internazionali che, nel tentativo di contendersi un flusso crescente di "pendolari globali" e di viaggiatori sulle lunghe distanze, si stanno trasformando sempre più in megalopoli globali in scala dotate di tutto trasformandosi in luoghi sempre più centrali. Vale la pena di rileggersi Augé.
Da spazi anonimi, "tecnici", freddi, cultureless, questi nonluoghi sembrano trasformarsi sempre più in enclave, in cittadelle di una cultura globale e reale che trascende i confini dello spazio senza indebolirsi e senza sfilacciarsi. Tutto il resto è periferia: anche le vecchie città sembrano scomparire, rese inutili e marginali, quasi una scoria, mentre l'economia e le mode saltano di aeroporto in aeroporto, di cittadella finanziaria in cittadella finanziaria, di McDonald's in McDonald's...
Ma c'è un ma. Come rilevato da Rowan Moore sull'Observer, "despite all this historic futurology, there seem to be quite a lot of boring old cities around still doing reasonably well". Attorno a questi nonluoghi ed al sensazionalismo futurista che li circonda, attorno agli uomini con la valigia ed ai miliardari globali sradicati, le relazioni ed i luoghi sopravvivono: sopravvivono i bar sottocasa, i ristoranti attivi da un secolo, i quartieri dormitorio, le stazioni balneari dove si ritrovano ogni anno le stesse persone, le associazioni di volontariato, le compagnie di teppistelli, gli aperitivi, le confraternite e le sette religiose.
I luoghi, silenziosamente, vincono sui nonluoghi; ed in gran parte dei casi, i nonluoghi sono una parentesi funzionale alle relazioni ed ai luoghi.
lunedì 28 febbraio 2011
Della flexisexuality, e delle parodie pop delle Scienze Sociali
Il Corriere della Sera introduce in Italia la notizia secondo la quale, genericamente oltreoceano, sarebbe stato coniato il termine Flexisexual in risposta al comportamento, sempre più diffuso tra le ragazze eterosessuali, di baciare amiche dello stesso sesso.
"Se la prima decade del ventunesimo secolo sarà ricordata per le profonde trasformazioni nell'immagine dell'uomo (si è passati dal metrosexual - l'uomo eterosessuale, metropolitano e curatissimo nell'aspetto - all'ubersexual - virile, elegante e sicuro di sé - fino ad arrivare ai più moderni heteropolitan - uomini con un fisico da urlo e modi da bravo ragazzo) l'inizio della seconda decade di questo secolo è caratterizzata dall'emergere di una nuova figura femminile: la donna flexisexual. Come ha raccontato in un lungo articolo il sito web dell'Abc questo tipo di donna è attratta profondamente dalla bellezza femminile e ama frequentare ragazze carine e sexy. Tuttavia non è né lesbica, né bisessuale, ma continua a preferire sessualmente gli uomini".
Gli elementi che rendono questo genere di narrazione una parodia integrale delle scienze sociali sono diversi: l'abuso di etichette e di definizioni sintetiche; l'utilizzo di testimonianze e di pareri di "esperti" assolutamente inconsistenti; l'utilizzo dei personaggi e degli elementi del pantheon del mondo vip a sostegno delle argomentazioni; l'impressione, accuratamente costruita, di avere a che fare ogni volta con un cambiamento epocale e in qualche modo endemico. Il peccato è che, queste parodie, tolgono autorevolezza a coloro che vorrebbero studiare seriamente queste cose lasciando sul terreno numerose vittime collaterali (nel caso specifico, per esempio, le vere bi- e omo-sessuali - come minimo ridicolizzate).
Ci sono però due elementi interessanti. Da una parte, questi articoli colgono - seppur in maniera ridicola - dei trend latenti: in generale, una confusione almeno superficiale delle barriere tra i generi e, nel caso specifico, la graduale trasformazione di alcune innocenti e non disturbanti pratiche bi- e omo-sessuali in elemento di glamour ("non c'è nulla di sessuale, state tranquilli", assicura anche il Corriere). Dall'altra parte, questi articoli producono gli stessi comportamenti che sostengono essere diffusi educando alcuni, ed autorizzando altri a liberare queste loro pulsioni. Non dimentichiamo che, in un certo modo, se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze.
martedì 12 ottobre 2010
Chi specula davvero sull'omicidio di Sarah Scazzi?
L'omicidio di Sarah Scazzi ha, come accade periodicamente, appassionato l'Italia. Ma il "problema" non è certo la puntata di "Chi l'ha visto?" durante la quale la madre ha appreso, più o meno accidentalmente, la notizia già nell'aria della morte della figlia in diretta: il problema sono coloro che, a giorni di distanza e soprattutto a freddo, speculano su questa tragedia dissezionandola morbosamente, pubblicando i verbali della confessione, drammatizzando ricostruzioni, intervistando i familiari, insinuando e pontificando.
Ilvo Diamanti ha pubblicato oggi ieri una lunga riflessione sul tema dell'ansia in televisione e del ruolo della cronaca nera nella Tv italiana, in cui descrive magistralmente come e perchè ciò costituisce un problema. Il sistema mediatico italiano, almeno nel caso dei grandi mezzi di informazione (e non certo dei tabloid e della stampa scandalistica, dove non abbiamo nulla da "insegnare"), si contraddistingue infatti sia quantitativamente, per la grande molte di notizie di nera trattate ogni giorno, sia soprattutto qualitativamente: notizie decontestualizzate, particolari morbosi, alimentazione delle psicosi e degli stereotipi. Ad essere estremamente grave non è solo l'attenzione concessa a queste vicende in sè, ma anche il fatto che questa attenzione viene concessa soprattutto dai mezzi di informazione mainstream, dai Tg nazionali ai "talk-show da casalinghe" pomeridiani, togliendo spazio alle questioni rilevanti e diffondendo ansia anche tra chi ne farebbe volentieri a meno.
lunedì 11 ottobre 2010
Se il disagio mentale è una schiavitù genetica
Cosa implica il sostenere che una malattia psicologica, un deficit o un atteggiamento deviante, ha cause genetiche? Sostenere che una tale persona si comporta in un tal modo a causa di qualche predisposizione genetica migliora la sua condizione ed il modo in cui la società lo tratta, o non fa che accrescere lo stigma?
venerdì 16 aprile 2010
Alle radici della Misoginia. Adler legge Massimo Fini, e chiede (anche nell'interesse maschile) la fine del patriarcato
«La donna - come tutto quello che non possiamo ottenere sul campo - viene idealizzata e riveste le qualità magiche di forza e di potenza. La mitologia, i racconti e le credenze popolari, trattano spesso di una specie di gigante, di demone-donna, in cui l'uomo è rappresentato come un essere microscopico ed irrimediabilmente perduto. Si può ritrovare nella sovrastruttura psichica, sotto una forma o un'altra, un sentimento di timidezza in presenza delle donne, il timore di restar loro attaccati. Contro questa relazione psichica obbligatoria, che minaccia di subordinare un uomo ad una donna, [il misogino] dirige tutte le proprie tendenze difensive, rafforza la protesta maschile e le sue idee di potenza e grazie a queste stesse tendenze difensive disprezza la donna. Molto spesso appaiono nella sua fantasia e nella sua coscienza due tipi di donna: l'ideale e la realtà volgare, la madre e la prostituta».
«Leggendo attraverso le righe questo significa: "ho paura delle donne". Immediatamente in seguito a questo timore demoniaco della donna, della sua natura complessa e della sua eterna inesplicabilità, della sua forza che obbliga, troviamo nell'uomo un atteggiamento sia di disprezzo che di fuga».
E' incredibile come queste frasi, scritte dal padre della psicologia Alfred Adler nel lontano 1920, sembrino descrivere alla perfezione tanta di quella misoginia contemporanea riassunta in maniera emblematica nel controverso articolo di Massimo Fini sul Fatto Quotidiano di cui ho parlato qua.
mercoledì 10 febbraio 2010
Overdose da Tantum Rosa e Teoria della Scelta Razionale
Il Tantum Rosa (bustine) non si mangia, nè si usa come colluttorio: si scioglie in acqua, e si utilizza per lavande vaginali. Eppure, i centri intossicazioni italiani segnalano che almeno 50 donne al mese, dall'inizio della nuova campagna pubblicitaria, bevono il preparato andando incontro a vomito, nausea, paresi del cavo orale, vertigini ed allucinazioni.
Colpa della leggerezza con i quali farmaci e parafarmaci vengono pubblicizzati, e della superficialità con la quale sono stati collocati negli scaffali dei supermercati: il farmaco, e soprattutto il parafarmaco, non è infatti un prodotto da acquistare e somministrare con cura, facendo attenzione alle controindicazioni e alla reale necessità, bensì un prodotto commerciale come un altro da assumere, distrattamente, al primo sintomo di malessere fisico.
venerdì 29 gennaio 2010
L'Umanità del Gatto vs. l'Umanità dell'Uomo
Ora: non voglio certo tirarmi addosso le ire di tutti gli amanti degli animali domestici, trattando con superficialità e banalizzando le complesse e benefiche relazioni che si possono instaurare tra uomini ed animali.
Una cosa, però, non riesco proprio a lasciare passare: l'umanità è, per definizione, una proprietà dell'essere umano. Chi dice che gli animali hanno più "umanità" degli uomini, forse, ha una concezione errata, irreale, astratta, "alienata", di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere un "umano"; di ciò che dovrebbe essere un rapporto affettuoso tra persone. Forse l'animale è quindi anche il simbolo del rapporto ideale che molti, consciamente o inconsciamente, desidererebbero instaurare con gli altri; un tipo di rapporto che, stante la natura ben diversa dell'essere umano reale, è praticamente irrealizzabile (con tutto il senso di frustrazione che ne può conseguire in chi non lo vuole capire).
mercoledì 27 gennaio 2010
Il tabù dello "sciacallaggio"
Tra le tante corrispondenze arrivate da Haiti, come prima da altri luoghi di immani tragedie, non manca quasi mai un riferimento agli "sciacalli", cioè a quelle persone che si aggirerebbero tra le macerie arraffando ciò che trovano. E la reazione è generalmente una sola: sdegno di fronte a chi, impietosamente, sembra "sfruttare" le catastrofi violando la "proprietà" dei deboli o - peggio - dei morti per un proprio tornaconto.
La questione, però, non è così banale. Me ne sono reso conto, improvvisamente, leggendo un paragrafo "qualsiasi" di un articolo scritto da un intellettuale haitiano. «C'è un termine che non bisognerebbe usare a caso: saccheggi. Quando una persona va a cercare tra le macerie qualcosa da bere e da mangiare prima che le gru radano tutto al suolo, non è saccheggio: è sopravvivenza. Ci saranno sicuramente dei saccheggi in futuro, ma finora ho solo visto persone che fanno il possibile per sopravvivere».
venerdì 22 gennaio 2010
Sicurezza è la villetta appena fuori città?
Sicurezza. Quale di queste due immagini trasmette una sensazione di maggiore sicurezza? In quale di questi due luoghi scegliereste di abitare?
(Giorgio De Chirico, Piazza d'Italia, 1961)
(Ford Madow Brown, Il lavoro, 1865)
domenica 3 gennaio 2010
Non siamo tutti belli, anzi. Come liberarsi dalla Tirannia dell'estetica
("Il Pensiero Selvaggio" per FiloPop)
L’apparenza estetica è, forse come mai prima, fondamentale. Se da un lato ciascuno di noi sembra avere la consapevolezza che il proprio aspetto è in qualche modo cruciale, dall’altro i modelli proposti dai media tendono a diventare sempre più irraggiungibili, elitari, onerosi.
Anche per questo, un numero enorme di persone vive il proprio aspetto fisico con imbarazzo e disagio. Il confronto con i modelli televisivi è, per i più, proibitivo; ed anche laddove questo confronto viene di fatto negato in partenza, i modelli agiscono sulla percezione facendoci sentire un po’ più “brutti” ed un po’ più diversi di quello che in realtà siamo, almeno rispetto alla media nazionale, e facendoci in qualche modo pesare questa mancanza presunta. In un modo o nell’altro, quasi nessuno si sente completamente “a posto”.
Allo scopo di contrastare questa tirannia dei modelli estetici, liberando le persone dal disagio legato all’apparenza, sta emergendo all’interno della stessa “cultura pop” una sorta di nuova prospettiva che sostiene pressappoco questo: “Siamo tutti belli”, o “tutti lo possiamo diventare”.
L’apparenza estetica è, forse come mai prima, fondamentale. Se da un lato ciascuno di noi sembra avere la consapevolezza che il proprio aspetto è in qualche modo cruciale, dall’altro i modelli proposti dai media tendono a diventare sempre più irraggiungibili, elitari, onerosi.
Anche per questo, un numero enorme di persone vive il proprio aspetto fisico con imbarazzo e disagio. Il confronto con i modelli televisivi è, per i più, proibitivo; ed anche laddove questo confronto viene di fatto negato in partenza, i modelli agiscono sulla percezione facendoci sentire un po’ più “brutti” ed un po’ più diversi di quello che in realtà siamo, almeno rispetto alla media nazionale, e facendoci in qualche modo pesare questa mancanza presunta. In un modo o nell’altro, quasi nessuno si sente completamente “a posto”.
Allo scopo di contrastare questa tirannia dei modelli estetici, liberando le persone dal disagio legato all’apparenza, sta emergendo all’interno della stessa “cultura pop” una sorta di nuova prospettiva che sostiene pressappoco questo: “Siamo tutti belli”, o “tutti lo possiamo diventare”.
lunedì 7 dicembre 2009
Saggio / Lo Scontro di Civiltà e le luci di Natale del Pizza & Kebab
Come da consuetudine, le città si stanno riempiendo di luci e di addobbi natalizi. E basta attraversare le vie del centro, talvolta anche le più "degradate", per rendersi conto che i negozi gestiti da immigrati stanno partecipando con zelo all’atmosfera generale decorando con fili di luci colorate, spesso improvvisate, le vetrine e gli ingressi delle loro attività.
La febbre non sembra risparmiare nessun settore. Oltre agli esercizi rivolti soprattutto a una clientela italiana, anche i “Pizza & Kebab”, le macellerie e gli spacci gestiti da arabi, africani, indiani e pakistani, frequentati soprattutto o esclusivamente da connazionali, espongono luminarie artigianali talvolta anche più dei negozi gestiti da italiani.
Cosa significa tutto ciò?
La febbre non sembra risparmiare nessun settore. Oltre agli esercizi rivolti soprattutto a una clientela italiana, anche i “Pizza & Kebab”, le macellerie e gli spacci gestiti da arabi, africani, indiani e pakistani, frequentati soprattutto o esclusivamente da connazionali, espongono luminarie artigianali talvolta anche più dei negozi gestiti da italiani.
Cosa significa tutto ciò?
giovedì 3 dicembre 2009
Saggio / La spirale Solitudine-Diffidenza e il baratro della Credulità
Viviamo immersi in un clima che accentua la diffidenza; ma questa diffidenza porta gli individui più soli e più deboli a una credulità spesso potenzialmente letale.
Da un lato le routine ci obbligano a condividere situazioni con persone spesso sconosciute: nelle metropolitane, nei negozi, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, siamo sempre a contatto con persone con le quali non abbiamo e non avremo relazione alcuna, ma dalle quali in parte dipendiamo. Dall'altro lato, le rappresentazioni non fanno che accentuare la sensazione di insicurezza: la televisione, i giornali, i racconti tra conoscenti, fanno molto spesso riferimento a truffe, a furti, a stupri e ad una crescente insicurezza.
La quotidianità ci butta in mezzo a persone sconosciute e accresce insicurezza e diffidenza.
Da un lato le routine ci obbligano a condividere situazioni con persone spesso sconosciute: nelle metropolitane, nei negozi, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, siamo sempre a contatto con persone con le quali non abbiamo e non avremo relazione alcuna, ma dalle quali in parte dipendiamo. Dall'altro lato, le rappresentazioni non fanno che accentuare la sensazione di insicurezza: la televisione, i giornali, i racconti tra conoscenti, fanno molto spesso riferimento a truffe, a furti, a stupri e ad una crescente insicurezza.
La quotidianità ci butta in mezzo a persone sconosciute e accresce insicurezza e diffidenza.
martedì 10 novembre 2009
Saggio / L'impoverimento del linguaggio è veramente un male?
Il linguaggio si sta impoverendo? Parrebbe proprio di sì, a giudicare da quanto riferiscono gli specialisti ai giornali. Un lessico più povero, l’utilizzo diffuso di forme grammaticalmente errate, la scomparsa di tempi e modi verbali. Ma non solo: l’estinzione dei dialetti, che causerebbe la scomparsa di civiltà e di culture, con la prospettiva di un mondo che, tra pochi decenni, potrebbe parlare solo una o due lingue globali. Ce n’è insomma per tutti: per gli snob, per gli eruditi e i moralisti, ma anche per i gentiluomini di campagna impegnati nella “riscoperta” delle eredità dialettali.
Anche se nessuno si preoccupa davvero, la cosa sembra avere anche una certa presa a livello popolare. E’ di questi giorni, ad esempio, la classica prova, nella casa del Grande Fratello, all’insegna della conoscenza della lingua italiana: un paio di esseri umani filtrati, confusi e ridotti a macchiette, alle prese con termini come “favella”, “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”, e con gli inevitabili strafalcioni. Il tutto con comici e soubrette che lanciano non meglio definiti cenni di intesa ai telespettatori (il cui livello di istruzione medio non arriva alla licenza superiore).
In realtà ho spesso l’impressione che, le lamentele generiche per l'impoverimento del linguaggio, siano una grande sciocchezza. O meglio: chissenefrega? Le lingue sono strumenti che come tali cambiano e si dilatano o si contraggono a seconda delle necessità comunicative: perché la scomparsa di doppioni, rami secchi, pedanterie e sfumature di cui oramai si è perso il senso andrebbe visto come un impoverimento sostanziale? Cosa si perde chi non conosce il significato di “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”? Ed in fondo il messaggio che resta dal discorso mediatico popolare, che pur si diverte ai danni dell’incolto di turno godendosi l’impressione di una pur leggera superiorità, è proprio questo: si vive benissimo anche conoscendo poche centinaia di parole.
Anche se nessuno si preoccupa davvero, la cosa sembra avere anche una certa presa a livello popolare. E’ di questi giorni, ad esempio, la classica prova, nella casa del Grande Fratello, all’insegna della conoscenza della lingua italiana: un paio di esseri umani filtrati, confusi e ridotti a macchiette, alle prese con termini come “favella”, “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”, e con gli inevitabili strafalcioni. Il tutto con comici e soubrette che lanciano non meglio definiti cenni di intesa ai telespettatori (il cui livello di istruzione medio non arriva alla licenza superiore).
In realtà ho spesso l’impressione che, le lamentele generiche per l'impoverimento del linguaggio, siano una grande sciocchezza. O meglio: chissenefrega? Le lingue sono strumenti che come tali cambiano e si dilatano o si contraggono a seconda delle necessità comunicative: perché la scomparsa di doppioni, rami secchi, pedanterie e sfumature di cui oramai si è perso il senso andrebbe visto come un impoverimento sostanziale? Cosa si perde chi non conosce il significato di “petecchia”, “foggia”, “cacofonico”? Ed in fondo il messaggio che resta dal discorso mediatico popolare, che pur si diverte ai danni dell’incolto di turno godendosi l’impressione di una pur leggera superiorità, è proprio questo: si vive benissimo anche conoscendo poche centinaia di parole.
Iscriviti a:
Post (Atom)

