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mercoledì 29 giugno 2011

Perché i "giovanilisti" non piacciono ai giovani

Il Corriere della Sera, nella Rubrica "Salute" (sic!), riferisce i risultati di una ricerca secondo la quale i "giovanilisti" non piacciono ai giovani

In particolare, i "giovani" esprimerebbero giudizi particolarmente negativi e taglienti sugli over 30 che tentano di camuffare la loro età, un po' meno taglienti sui quarantenni e via via decrescendo al crescere dell'età del soggetto.

La spiegazione offerta dagli psicologi che hanno condotto lo studio è, a mio parere, molto molto discutibile: i "veri" giovani vedrebbero nei "finti giovani" dei "veri e propri impostori che tentano proditoriamente di abbandonare il loro naturale gruppo di appartenenza per infiltrarsi in quello dei giovani", magari alla ricerca di avventure romantiche.

Secondo me, centrano molto di più le cosiddette "prescrizioni di ruolo" connesse all'età: da un quarantenne ci si aspetta un certo comportamento sociale, ed il quarantenne che contravviene a queste prescrizioni viene visto come fuori posto, come incapace e come patetico perché non sa vivere in maniera consona alla cosiddetta "normalità" cioè al "quarantenne medio" (che è una costruzione sociale ovviamente in movimento). Il giudizio diventa poi meno severo man mano che si sale verso gli "scemi di villaggio", nei confronti dei quali l'astio si trasforma in tenera accondiscendenza (anche nella loro rappresentazione mediale: Maria de Filippi ha da tempo accolto diversi di questi freaks nella sua scuderia).

giovedì 23 giugno 2011

Città e decrescita [Serge Latouche]

Carta ripropone l'intervento di Serge Latouche (Città e decrescita) al meeting dell'Unione internazionale degli architetti di Roma, che propone la "città decrescente" e cioè la città che nell'utopia di Latouche risolverà "la crisi urbana e sociale attuale" risultato dell'attuale crisi di civiltà - che non sarebbe altro che il fallimento della società della crescita. Intervento che lo stesso Latouche riassume così:
La città decrescente sarà città con una impronta ecologica ridotta, trattenendo un rapporto forte con l’ecosistema [una bio-regione]. In un primo tempo, la città decrescente, potrebbe essere la cità attuale dalla quale sarebbero stati eliminati la pubblicità, le auto e la grande distribuzione e dove sarebberò stati introdotti i giardini condivisi, le piste ciclabili, una gestione publica dei beni comuni [acqua, servizi di base] e anche la coabitazione e le «botteghe di quartiere». Una riconversione sarà necessaria ma anche una certa diindustrializzazione. In sintesi, la città decrescente, primo passo verso una società di abbondanza frugale, preserverà l’ambiente che è in ultima analisi la base di tutta la vita, aprirà a ciascuno un accesso più democratico all’economia, ridurrà la disoccupazione, rafforzerà la partecipazione [e dunque l’integrazione] e anche la solidarietà, fortificherà la salute dei cittadini grazie alla crescita della sobrietà e alla diminuzione dello stress.
Niente paura: nel corso del breve saggio, tutti questi elementi - che qui sembrano essere accatastati in maniera farneticante - troveranno la loro ratio e la loro collocazione... buona lettura.

lunedì 20 giugno 2011

Solitudine, sostenibilità e società dei consumi [Zygmunt Bauman @ Festival dell'Economia di Trento]

I ritmi di lavoro ed il "logorio della vita moderna" indeboliscono le nostre relazioni, rendendoci soli, e questa solitudine ci spinge a compensare questo crescente senso di vuoto attraverso il consumo di merci - che però distrugge il pianeta e non crea mai una serenità duratura. Unimondo riporta il discorso del sociologo Zygmunt Bauman al festival dell'economia di Trento (Zygmunt Bauman e la moralità trasformata in merce): nulla di nuovo, ma sicuramente un buon modo per avvicinarsi o per ripassare le posizioni - non sempre condivisibili ma molto influenti - di quello che continua ad essere uno dei pensatori più citati e venduti del mondo.

mercoledì 4 maggio 2011

La folla metropolitana? Un rifiguio in cui rimanere (finalmente) soli

Melissa Febos, sul New York Times (Look at Me, I'm Crying), rovescia quasi due secoli di demonizzazione della metropoli (e di retorica comunitarista) con un bel pezzo, paradossale ma anche illuminante, in cui lo spazio pubblico (ma anonimo) della metropoli viene trasformato da paradigma della solitudine del cittadino contemporaneo in ultimo rifugio in cui rimanere - per un po' - soli con sè stessi.

E' vero: le strade affollate, le metropolitane, i nonluoghi e i viali anonimi e deserti della grandi città sono luoghi di indifferenza, di solitudine, di disumanizzazione, di assenza di relazioni. Ma in un'esistenza fatta di spazi stretti, di pettegolezzi, di continui giudizi, di social network e di geolocalizzazioni, di maschere e di finzioni, in cui il concetto di Privacy sembra essere diventato ormai obsoleto (Zuckenberg dixit), il bisogno di rimanere soli con sè stessi (che nulla ha a che vedere con il senso di solitudine più profondo e sostanziale) non riesce ormai più a trovare spazio se non in questi luoghi.

Tutto ciò è chiaramente paradossale; ma è innegabile che per trovare un po' di privacy, per lasciarsi andare, per pensare o per non pensare a nulla, è necessario rifugiarsi in quell'anonimato che solo le grandi folle e gli spazi pubblici possono garantire.

giovedì 24 febbraio 2011

Sempre meno bagni pubblici. La questione dal punto di vista degli anziani

Il numero di bagni pubblici a disposizione dei cittadini è in costante calo, rileva il Guardian: il comune di Manchester, solo per fare un esempio, ha programmato la chiusura di tutti i bagni pubblici della città - escluso uno. Certo: centri commerciali, fast food, biblioteche e locali pubblici in generale, sembrano poter sopperire in molti casi a questa mancanza; allo stesso tempo, però, hanno orari di chiusura, non sono facilmente accessibili e ben distribuiti sul territorio (si pensi ai grandi parchi, alle passeggiate, o anche ai quartieri residenziali), o obbligano i soggetti a dover manifestare la loro condizione di disagio e debolezza per ottenere la chiave. 

Il problema sembra particolarmente grave per gli anziani, che oltre ad una minore mobilità e ad una maggiore timidezza hanno frequenti problemi di incontinenza. Secondo uno studio commissionato da un gruppo inglese che si occupa di diritti degli anziani, il 52% degli anziani intervistati ha dichiarato che la carenza di bagni pubblici è una delle cause per cui essi decidono di uscire di casa meno di quanto desidererebbero. A prescindere da questo dato tendenzioso: la chiusura di bagni pubblici è davvero un problema serio, specie se dal punto di vista degli anziani? I risultati della ricerca quali-quantitativa condotta dall'associazione Help the Aged sono un buon punto di partenza per capire il mondo dei fruitori di bagni pubblici.

mercoledì 15 settembre 2010

L'Italia dei campanili risorge per Miss Italia?

Il Corriere rilancia una notizia che offre uno spaccato interessante sul tema "comunità vs. società atomizzata": in occasione del concorso di bellezza Miss Italia, diversi sindaci e assessori si sarebbero mobilitati a favore delle aspiranti miss che risiedono nel loro comune di pertinenza. "Votate la nostra miss, orgoglio della nostra terra" si legge da nord a sud su comunicati ufficiali e volantini stampati, evidentemente anche a spese dei contribuenti, e distribuiti per mobilitare i compaesani al televoto.

A fare notizia, nel caso in questione, è soprattutto il coinvolgimento della politica locale: un coinvolgimento sicuramente fuori luogo, naturale deriva del principio tanto in voga per cui anche il politico deve essere prima di tutto "uno di noi" (e non qualcuno di  funzionalmente "migliore"). Certo è che però questo coinvolgimento della politica ha alle spalle almeno apparentemente un sentimento popolare forte, il campanilismo di cui sopra, che sembra anacronistico e che merita una riflessione. Cosa porta, nell'Italia del ventunesimo secolo, le persone ad emozionarsi a sostegno di una compaesana sconosciuta che può diventare famosa? Perchè interessarsi ad una competizione anacronistica violando tra l'altro quelle che sono le "regole morali" del gioco, votare per eleggere la più bella d'Italia, semplicemente perchè una concorrente risiede nello stesso paese, città o regione?

mercoledì 31 marzo 2010

Non dare mai la mano a una donna afgana

Non è costume di questo blog riprendere pari pari interventi tratti da altre fonti. Questa volta però faccio un eccezione per questo bell'articolo, scritto da una giovane afghana e tradotto per l'Italia da Global Voices- La Stampa
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Un giorno, durante la lezione di opinione pubblica, qualcuno busso' alla porta. Ci voltammo tutti per vedere chi stava entrando. Eravamo un gruppo di tredici donne e cinquanta uomini, tutti impegnati a prendere appunti durante la lezione.

«Si', avanti», fece il professore.

Entrarono due uomini in completo nero e andarono direttamente a stringere la mano all’insegnante. “As-Salamu Alaykum ,” disse il primo uomo. “Questo è Rakish, un mio collega. Veniamo entrambi dal Parlamento e lavoriamo per l’organizzazione NDI. Vogliamo informare lei e i suoi studenti che il Parlamento ha deciso di assumerne alcuni come praticanti.”

venerdì 29 gennaio 2010

L'Umanità del Gatto vs. l'Umanità dell'Uomo

Pochi giorni fa, facendo zapping, sono incappato in questa dichiarazione di Alba Parietti: «Negli animali - ha detto - molto spesso si può trovare un'umanità che non si trova nelle persone».

Ora: non voglio certo tirarmi addosso le ire di tutti gli amanti degli animali domestici, trattando con superficialità e banalizzando le complesse e benefiche relazioni che si possono instaurare tra uomini ed animali.

Una cosa, però, non riesco proprio a lasciare passare: l'umanità è, per definizione, una proprietà dell'essere umano. Chi dice che gli animali hanno più "umanità" degli uomini, forse, ha una concezione errata, irreale, astratta, "alienata", di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere un "umano"; di ciò che dovrebbe essere un rapporto affettuoso tra persone. Forse l'animale è quindi anche il simbolo del rapporto ideale che molti, consciamente o inconsciamente, desidererebbero instaurare con gli altri; un tipo di rapporto che, stante la natura ben diversa dell'essere umano reale, è praticamente irrealizzabile (con tutto il senso di frustrazione che ne può conseguire in chi non lo vuole capire).

venerdì 22 gennaio 2010

Sicurezza è la villetta appena fuori città?

Sicurezza. Quale di queste due immagini trasmette una sensazione di maggiore sicurezza? In quale di questi due luoghi scegliereste di abitare?


(Giorgio De Chirico, Piazza d'Italia, 1961)


(Ford Madow Brown, Il lavoro, 1865)

giovedì 3 dicembre 2009

Saggio / La spirale Solitudine-Diffidenza e il baratro della Credulità

Viviamo immersi in un clima che accentua la diffidenza; ma questa diffidenza porta gli individui più soli e più deboli a una credulità spesso potenzialmente letale.

Da un lato le routine ci obbligano a condividere situazioni con persone spesso sconosciute: nelle metropolitane, nei negozi, nelle scuole, nella pubblica amministrazione, siamo sempre a contatto con persone con le quali non abbiamo e non avremo relazione alcuna, ma dalle quali in parte dipendiamo. Dall'altro lato, le rappresentazioni non fanno che accentuare la sensazione di insicurezza: la televisione, i giornali, i racconti tra conoscenti, fanno molto spesso riferimento a truffe, a furti, a stupri e ad una crescente insicurezza.

La quotidianità ci butta in mezzo a persone sconosciute e accresce insicurezza e diffidenza.

sabato 21 novembre 2009

Saggio / Ciascuno nel suo guscio. L'iPod come strumento di sterilizzazione

Le città, così come le province, sono sempre più spesso popolate da gruppi di ragazzi di origine straniera. Quando ne vedo, mi tornano in mente i ragazzi di periferia amati dai vecchi film di Pier Paolo Pasolini: immagini in bianco e nero di giovani minacciosi e inermi, disincantati e dolci, goffamente fuori posto tra i mostri, i crocifissi e le luci della vita moderna. Ciondolano spalla a spalla con le mani in tasca e l'aria di attendere, senza ormai alcun entusiasmo, chissà che cosa.

Ma i tempi cambiano: sullo sfondo non ci sono i campi ed i palazzoni della periferia romana, e la campagna da cui la metropoli ha strappato questi giovani scordati ai margini è spesso lontana molte migliaia di chilometri. Essi non strusciano più i piedi sulle strade sterrate, ma sui pavimenti lucenti dei centri commerciali o sulle strade sudice dei ghetti urbani. Ed i “ragazzi di vita” del secolo ventuno, passeggiando, hanno un'abitudine nuova: ascoltare la musica dagli altoparlanti del cellulare.