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martedì 13 settembre 2011

Diritto alla bellezza e vanità necessaria

La bellezza può essere considerata un nuovo diritto? Se lo sono chiesti, sollecitati dal Corriere della Sera ("La bellezza può diventare un diritto?"), diversi studiosi ed intellettuali italiani sollecitati a rispondere all'interessante articolo dell'antropologo Alexander Edmonds pubblicato sul New York Times ("A necessary vanity").

La domanda non è sciocca come potrebbe sembrare: l'arco dei diritti tende naturalmente ad espandersi includendo "diritti" che un tempo sarebbero sembrati assurdi. Sembra ragionevole prevedere che nei prossimi anni questo genere di dibattito non potrà che diventare più urgente: se la chirurgia estetica dovesse diventare veramente diffusa, il mancato accesso a queste misure (per motivi economici) potrebbe veramente tradursi in una sorta di handicap.

Entrando nel merito, tuttavia, affermare che esiste un diritto alla bellezza è estremamente astratto: come definire la "bellezza", e quindi i parametri minimi al di sotto dei quali intervenire? Lasciando la libertà totale agli individui di modificare l'aspetto del proprio corpo a spese dei contribuenti, o al contrario istituendo dei criteri oggettivi finendo quindi per fabbricare individui in serie? In un'epoca di contrazione della spesa pubblica entrambe le prospettive sono assolutamente improbabili; ma la questione sembra meritare una risposta.

E ancora: è giusto legittimare con affermazioni di questo tipo il successo della società dell'apparenza, o è forse il caso di continuare a fare controcultura per combattere ed incrinare la tirannia dell'immagine? Ancora: la chirurgia plastica (perché di questo si tratta) è veramente efficace per il miglioramento dell'autostima, o al contrario la bassa auto-stima si fonda su basi che vanno ben al di là della misura del seno o del numero di rughe?

Edmonds parla da antropologo: riconosce il fatto che, in un determinato contesto sociale, la poca bellezza preclude la mobilità sociale e si configura come un handicap. Ma fra questo e l'affermazione programmatica della bellezza come diritto ce ne passa; e spetta alla politica ed alla filosofia condurre il dibattito per trovare gli antidoti a questo inquietante paradosso.

venerdì 2 settembre 2011

Incentivi al merito e motivazione dei dipendenti tra mito, realtà e perversione

Offrire ai dipendenti incentivi di produttività, premi al merito, percorsi di carriera ben definiti e occasioni di convivialità extra-lavorative sembra rendere, come insegna il paradigma (successivo al taylorismo) delle Human Relations, i lavoratori migliori: più motivati, più responsabili, più fedeli, più e meglio produttivi. 

Il New York Times racconta in un lungo reportage l'esperienza di Pret a Manger, catena di fast food specializzati in caffetteria e sandwich che - rispetto ai McDonald's o ai KFC's - si rivolge ad un segmento più alto e sofisticato di consumatori che pretendono - tra le varie cose - un servizio ed un'atmosfera d'eccellenza. Attraverso un complesso e burocratico sistema di piccoli incentivi, scatti, rituali di gratificazione, controlli a sorpresa ed extra, Pret a Manger sembra essere riuscita ad avere dipendenti fedeli, estremamente cordiali nei confronti dei clienti ed altamente performanti (Would you like a smile with that?).

La speranza idea che, nella società dei servizi, il benessere del lavoratore possa essere spontaneamente perseguito dal datore di lavoro perché impiegati soddisfatti e "felici" sono più efficaci e produttivi rappresenta sicuramente una speranza in un'epoca in cui al contrario i lavoratori non hanno più mezzi per far valere nemmeno i diritti conquistati negli scorsi decenni. Tuttavia, non dobbiamo escludere la possibilità che gli incentivi non si traducano poi spesso nella pratica in fumo negli occhi: semplici contentini illusori, attraverso cui convincere il lavoratore a strizzarsi da solo per un'azienda e per un ambiente che in realtà continua a considerarlo e a trasformarlo in un semplice e sostituibilissimo numero.

I ragazzi di Pret a Manger sono forse contenti dei premi, delle serate di svago a spese dell'azienda e degli scatti di carriera; ma chissà che questa felicità non possa svanire molto presto quando si accorgeranno che, dietro a questo apparente compromesso che soddisfa e gratifica tutti, non si nasconde altro che un sistema (l'organizzazione complessa strutturata e centralizzata di cui rappresentano l'ultimo dettaglio) che mira a trasformarli con il minimo dispendio di risorse in "servi volontari" senza avere alcun interesse ad una loro reale crescita.