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mercoledì 14 settembre 2011

L'infinito oltre il bar sport

I giovani d'oggi non abitano più un unico bar di quartiere, quasi un prolungamento del salotto domestico, passandovi intere esistenze a ruminare e a giocare a biliardo; al contrario, i giovani d'oggi preferiscono spostarsi continuamente di locale in locale, fermandosi al massimo per pochi istanti, spesso senza nemmeno entrarvi - ma limitandosi ad incontrarsi fuori.

Secondo Ilvo Diamanti ("Quei giovani fuori dal bar", 2011; "Il bar dei giovani senza fissa dimora", 2009), ormai "sono luoghi di passaggio, i bar. Non centri di aggregazione e di socialità. Stazioni disposte lungo itinerari complessi, che raffigurano bene la complessa (ricerca di) identità dei giovani. Un'identità mobile e - necessariamente - incerta". Specchio "di una generazione itinerante, sempre in movimento, sempre in viaggio. Perché costretta - o meglio, indotta - a vivere un eterno presente. Precario. Una generazione di passaggio. Alla ricerca di un luogo dove fermarsi, finalmente. Tra un bar e l'altro".

Diamanti, specie nel pezzo del 2011, sembra rimpiangere la cultura del bar di quartiere; forse perché l'assenza di riferimenti stabili e l'imprevedibilità lasciano spiazzati i (vecchi) sociologi, forse - più semplicemente - perché la cultura dei bar è solo una scusa per riportare il discorso sulla precarietà lavorativa ed esistenziale di cui oggi siamo tutti vittime. A mio parere, tuttavia, non c'è nulla da rimpiangere nei vecchi bar di quartiere e nei "bar sport" in piazza in cui si rinchiudevano i nostri padri e i nostri nonni; perché quelli erano - a confronto delle strade dell'oggi - luoghi senza stimoli, con sempre le stesse facce e gli stessi pettegolezzi, in cui rinchiudersi e raggomitolarsi su sè stessi quasi a rifiutare il mondo.

La mobilità della movida di oggi è al contrario una metafora dell'effervescenza, della spontaneità e della ricchezza di stimoli che caratterizza il presente; e come tale, nello specifico, c'è ben poco per cui stracciarsi le vesti.

martedì 13 settembre 2011

Diritto alla bellezza e vanità necessaria

La bellezza può essere considerata un nuovo diritto? Se lo sono chiesti, sollecitati dal Corriere della Sera ("La bellezza può diventare un diritto?"), diversi studiosi ed intellettuali italiani sollecitati a rispondere all'interessante articolo dell'antropologo Alexander Edmonds pubblicato sul New York Times ("A necessary vanity").

La domanda non è sciocca come potrebbe sembrare: l'arco dei diritti tende naturalmente ad espandersi includendo "diritti" che un tempo sarebbero sembrati assurdi. Sembra ragionevole prevedere che nei prossimi anni questo genere di dibattito non potrà che diventare più urgente: se la chirurgia estetica dovesse diventare veramente diffusa, il mancato accesso a queste misure (per motivi economici) potrebbe veramente tradursi in una sorta di handicap.

Entrando nel merito, tuttavia, affermare che esiste un diritto alla bellezza è estremamente astratto: come definire la "bellezza", e quindi i parametri minimi al di sotto dei quali intervenire? Lasciando la libertà totale agli individui di modificare l'aspetto del proprio corpo a spese dei contribuenti, o al contrario istituendo dei criteri oggettivi finendo quindi per fabbricare individui in serie? In un'epoca di contrazione della spesa pubblica entrambe le prospettive sono assolutamente improbabili; ma la questione sembra meritare una risposta.

E ancora: è giusto legittimare con affermazioni di questo tipo il successo della società dell'apparenza, o è forse il caso di continuare a fare controcultura per combattere ed incrinare la tirannia dell'immagine? Ancora: la chirurgia plastica (perché di questo si tratta) è veramente efficace per il miglioramento dell'autostima, o al contrario la bassa auto-stima si fonda su basi che vanno ben al di là della misura del seno o del numero di rughe?

Edmonds parla da antropologo: riconosce il fatto che, in un determinato contesto sociale, la poca bellezza preclude la mobilità sociale e si configura come un handicap. Ma fra questo e l'affermazione programmatica della bellezza come diritto ce ne passa; e spetta alla politica ed alla filosofia condurre il dibattito per trovare gli antidoti a questo inquietante paradosso.

lunedì 5 settembre 2011

Le ragioni del successo inarrestabile del caffè

L'inarrestabile ascesa del caffè è al centro di un bell'articolo dell'Independent che, partendo dalla Gran Bretagna, prova a riflettere sulle cause che hanno trasformato questa bevanda in una delle bevande più diffuse e sfaccettate del mondo (Britain's caffeine boom: Why can't we wake up without smelling the coffee?).

L'articolo non trova risposte; tuttavia, il successo del caffè sembra essere dovuto in buona parte (oltre che alla relativa economicità, alla praticità del consumo ed all'assenza di calorie) alla sua capacità di piegarsi ai bisogni sociali emergenti trasformandosi e riconnotandosi continuamente.

Il principale elemento che emerge è infatti la versatilità della bevanda "caffè": il caffè può essere vissuto come una bevanda sociale ("ci vediamo per un caffè"), come un rituale individuale di risveglio, come un energy drink, come una scusa economica per occupare uno spazio pubblico confortevole reso familiare (Starbucks, i caffè letterari), una scusa per fare un break (la famigerata macchinetta aziendale del caffè), addirittura una prelibatezza ed un oggetto di sperimentazioni e differenziazione per i nuovi gourmet del caffè (e delle sue ibridazioni). 

Probabilmente parlare di caffè in termini generali non ha nemmeno troppo senso: il caffè (nei suoi vari contesti) non è ormai più un prodotto bensì una famiglia di prodotti imparentati ma diversi.

In ogni caso il caffè è una bevanda elementare e semplice (ma spesso non abbastanza semplice da poter essere preparata facilmente da chiunque): questa sua essenzialità la rende facilmente adattabile e facilmente sovraccaricabile di significati.

giovedì 1 settembre 2011

La sofferenza che avvicina ancor di più i fans. Vasco come Giovanni Paolo II?

Qualche anno fa, mentre la malattia di Karol Woitila si aggravava ed il Papa perdeva lucidità e incisività, si aprì una diffusa discussione sulla necessità di sostituire il moribondo idolo Giovanni Paolo II con un nuovo Papa

Prima di tutto, vedere Giovanni Paolo II in quello stato provocava un forte senso di pena: molti avrebbero preferito ricordarlo per il dinamismo e la forza dimostrata negli anni passati, lasciandolo pietosamente alla sua battaglia privata. Allo stesso tempo, un Papa malato e manipolabile che lasciava de facto la chiesa acefala veniva visto da molti - all'interno della comunità dei fedeli - come inutile, inefficace, insensato. Ci si sarebbe aspettati, soprattutto da coloro che più apprezzavano Giovanni Paolo II per il dinamismo e l'anticonvenzionalità del passato, la ricerca (ferma restando la stima e la memoria per quanto fatto) di qualche nuova figura in grado di incarnare questo spirito - e non il sorgere di un affetto ancora maggiore nei confronti del Papa tremante e nemmeno autosufficiente.

Al contrario, l'agonia mediatica di Giovanni Paolo II contribuì non poco ad avvicinare a lui le persone ed a creare il mito. Rinchiuso dietro il vetro della malattia, quel Papa ormai quasi privo di conoscenza ebbe un effetto straordinario sulle persone: nella sofferenza del Papa molti riconobbero le loro sofferenze piccole o grandi e questa sorta di comunione nel dolore cementò ancor di più la stima verso il Papa polacco. 

Anche coloro che apprezzavano nel Papa l'aspetto dinamico, irriverente e spontaneo, riscoprirono in questo papa che soffra qualcosa da apprezzare se possibile ancor di più: il simbolo di quel dolore che unisce tutti. Sostituiendo ai panni dell'idolo e del semidio i panni del malato, Woitila divenne ancora più amato ed - paradossalmente - idolatrato.

Qualcosa di simile sta forse succedendo con un'altro grande idolo contemporaneo, Vasco Rossi. Rockstar ribelle e trasgressiva, personaggio dinamico ed in una certa misura dannato, Vasco Rossi è oggi un uomo acciaccato ed in forte difficoltà. Sembrerebbe naturale fra i suoi fan una graduale sostituzione di questa rockstar oggi inservibile con qualcun'altro in grado di incarnarne lo spirito

Eppure, la sofferenza di Vasco sembra aver aumentato l'affetto della gente nei suoi confronti. La fase mortale ed umana della rockstar un tempo immortale sembra attirare altrettanti consensi: nella sofferenza e nell'imperfezione tutta umana dell'uomo Vasco i suoi fan vedono riflettersi la loro sofferenza privata e questa sorta di comunione accresce la vicinanza e l'amore.

venerdì 27 maggio 2011

Il culto della principessa. Indicazioni per l'uso

"C’è una principessa nella testa di ognuna di noi. Dobbiamo distruggerla" scrive Laurie Penny su Internazionale (Il culto delle principesse non è una favola). 

La premessa è l'indiscutibile fascino esercitato dall'immaginario e dalla figura della principessa sulle bambine e spesso anche sulle adulte - immaginario che viene opportunamente sfruttato e reiterato dall'industria del cinema, dei giocattoli e del gossip. L'autrice, quindi, si chiede: quale messaggio e quale visione della donna tradisce e propone l'immaginario della principessa? 

"Kate Middleton è la perfetta principessa di oggi, nel senso che appare sostanzialmente senza carattere: una bambola da vestire per l’epoca dell’austerità. I nuovi muscoli reali sembrano così rigidamente contratti in quel perenne e lucidato sorriso di docile modesta arrendevolezza che quando ha aperto la bocca per parlare durante la cerimonia in mondovisione, sono sobbalzata sulla sedia. Alla fine si è scoperto che ha detto solo “Sì”, come se qualcuno avesse tirato una cordicella dietro quell’abito principesco per attivare una suono di rituale accettazione. Il breve cammino di Kate da figlia di un milionario a duchessa di Cambridge è stato malamente adattato al vecchio schema di Cenerentola, con commentatori sdolcinati impegnati a descriverla come una donna qualunque che, grazie al fatto di essere carina, poco invadente e opportunamente sottopeso, ha ottenuto in prestito un diadema da principessa".

In fondo, scrive la Penny, il "culto della principessa" non è altro che quel "culto della mobilità sociale" che risale all'epoca in cui tutte le speranze di status e di miglioramento della condizione sociale della donna dipendevano dal matrimonio: "una fantasia di tradimento di classe - scrive la Penny - grazie alla quale le brave bambine crescendo riescono a ottenere cameriere e maggiordomi".

Certo: chi oggi propone, soggiace o è succube dell'immaginario della principessa, sembra nutrire l'idea della donna come soggetto passivo, silenzioso, poco invadente. Ma il culto delle principesse non si riduce nel presente a tutto ciò: il culto delle principesse è anche una reazione al culto delle nuove donne oggetto e della iper-sessualizzazione. La principessa è, in un certo senso, un'anti-velina. Scrive la Penny: "La principemania è concepita da alcuni genitori come una forma di difesa dalla “sessualizzazione precoce”: il portamatite con il coniglietto di Playboy e le magliette da lolita che altre bambine reclamano a gran voce. Le principesse sono viste come una innocente fantasia che offre virtuosi vantaggi rispetto ai lecca-lecca e ai volteggi intorno al palo della puttanaggine adolescenziale".

Conclude magistralmente la Laurie:
Alle ragazze vengono offerti due modelli antitetici di femminilità docile e pseudoliberata: la principessa e la pornostar. È un’alternativa che esiste da secoli: vergine o puttana, un bel principe o un bel pappone, chi ti vuoi scopare per conquistare fama e fortuna? Oggi lo spettro colorato delle aspirazioni femminili va solo dal pallido rosa pastello allo sgargiante rosa sexy, con un’occasionale deviazione per il bianco nuziale. Ma lì fuori c’è un intero arcobaleno di esperienze tra cui le ragazze possono scegliere. La mania delle principesse non è solo un fallimento del femminismo, ma un fallimento dell’intera società che non sa rispettare e valorizzare le sue giovani donne offrendogli qualcosa di più di una inconsistente e rosa fantasia da vissero sempre felici e contenti. Non c’è niente di male nel fantasticare un po’, ma per le bambine di tutto il mondo ci sono sogni migliori che voler solo essere carina come una principessa.

Peccato che le linee di giocattoli e le televisioni commerciali e per bambini non si nutrono di sfumature.

venerdì 20 maggio 2011

"Hijab quick chic". Anche le fashion blogger musulmane hanno i loro tutorial

Il "velo" come accessorio di vestiario vissuto con semplicità, ma allo stesso tempo anche come ricettacolo di significati e tensioni complesse. Da una parte, l'espressione (variamente sentita) di un'appartenenza socio-culturale: l'abitudine e la tradizione, le pressioni comunitarie ed il desiderio di conservare una specificità, la tensione religiosa e la volontà di rivendicare un'origine peculiare, i tabù ed i ricordi d'infanzia e le pressioni violente dei "conflittori". Dall'altro, quel far propri i registri dell'apparenza, dell'immagine, della moda: il guardarsi allo specchio ed il desiderio di piacersi e piacere, il creare e il decostruire modelli, il conciliare praticità e seduzione, somiglianza e differenziazione.

Youtube pullula di video-tutorial curati da fashion blogger più o meno improvvisate; e tra una truccatrice ed una parrucchiera, spuntano le giovani musulmane con i loro tutorial su come vestire e abbinare il velo. La rivista femminile ELLE, edizione canadese, dedica un'intervista dopia ad Hana Tajima, titolare del blog www.stylecovered.com, messa a confronto con una designer di costumi da bagno. Il risultato, lo trovate scannerizzato qui. Per i tutorial, ancora più interessanti, basta partire - per esempio -  da qui.

lunedì 9 maggio 2011

La mappa delle destinazioni preferite dai viaggiatori (dalla classifica TripAdvisor)

TripAdvisor, il più influente e frequentato sito di recensioni dedicato ai viaggiatori indipendenti, ha stilato - partendo dalle valutazioni degli utenti - una lista delle più apprezzate e desiderate destinazioni di viaggio. Dove guardano i viaggiatori giovani e cosmopoliti di oggi? Quali sono gli immaginari di riferimento, quali i must see e quali le destinazioni emergenti? 

La città più apprezzata e desiderata del momento è Cape Town, Sud Africa; complici il traino del Mondiale di calcio, di Invictus (tra i must see Robben Island) e della waka waka, ma anche il fascino vago ma potente dell'Africa (anche se Cape Town è forse la meno esotica e la più "americana/australiana" delle città africane).

Al secondo posto c'è Sidney, altra destinazione che sembra offrire un mix di vita rilassata, di architettura contemporanea (l'iconica Opera House) ma anche di sole e di spiagge - che però non bastano più a fare, da sole, vacanza. Da notare come sia Sidney sia Cape Town siano destinazioni relativamente nuove e lontane, ancora praticate da pochi e costose (almeno per il volo dall'Europa o dagli USA): nuove frontiere dedicate soprattutto a chi ha denaro da spendere ma che allo stesso tempo vuole rimanere indipendente.

Al terzo posto c'è Machu Picchu, sito archeologico Inca nei pressi di Cuzco, Perù. Quarta Parigi, che si conferma città più affascinante d'Europa; quinta Rio de Janeiro, altra megalopoli che emerge grazie al mix di spiagge, architettura, elitismo, accessibilità e divertimento sfrenato. Seguono, nell'ordine, New York, Roma, Londra, Barcellona e Hong Kong.

La vecchia Europa tiene, e a fianco delle grandi città d'arte (Parigi, Roma, Venezia) emergono le grandi capitali glamour (Londra) e le città del divertimento (Barcellona, Praga) - mentre perdono appeal le bellezze naturali, anche perché lontane dal circuito dei low cost. I paradisi esotici classici (l'India, l'Egitto, il Messico, la stessa Africa) restano in secondo piano, mentre emergono le nuove capitali globali che uniscono architettura, vita notturna e spiagge. L'Italia, infine, continua a rivestire una posizione centrale con Roma, Firenze e Venezia nelle prime 25.

venerdì 6 maggio 2011

E' ora di smetterla di conoscere le lingue solo "a livello scolastico"

Rosaria Amato (l'Italia, il paese dove la conoscenza delle lingue rimane a "livello scolastico") riprende alcuni dati OSCE e Eurostat sul rapporto tra italiani e lingue straniere. Il risultato è molto interessante: l'Italia è il paese d'Europa in cui il consumo di film, riviste e libri in lingua straniera è meno diffuso. La conoscenza delle lingue straniere, oltre che scarsa e poco diffusa, non si muove quindi oltre il "livello scolastico", eufemismo per dire che le lingue straniere non sono considerate uno strumento ma come uno sfizio, come una sorta di conoscenza quiescente e teorica che serve a fare "status" ma che non ha implicazioni pratiche.

Più che battere il chiodo sull'importanza di potenziare l'insegnamento scolastico delle lingue, sarebbe forse necessario promuovere (prima di tutto a livello culturale) l'importanza dell'utilizzo delle lingue straniere anche dopo il periodo di studi: programmi tv e film in lingua originale (e qui le colpe sono tutte della tv pubblica), sostegno alla vendita di libri in lingua (ed alla loro diffusione nelle biblioteche), maggiore circolazione ed incentivazione della stampa estera.

Il problema, infatti, non si limita alla scarsa conoscenza teorica delle lingue: è un problema soprattutto il fatto che la conoscenza delle lingue si fermi ad un livello scolastico (rivelandosi oltre che rudimentale inutile e incompresa nel suo potenziale di apertura culturale).

mercoledì 13 aprile 2011

Foucault, la barba incolta e i consigli di stile di Silvio Berlusconi

Quache giorno fa, Silvio Berlusconi (nella sua veste di Tycoon, di archetipo dell'uomo di successo)  ha intrattenuto una platea di "giovani talenti" con una piccola ma significativa lezione di stile.

Berlusconi, secondo Il Giornale, ha dispensato consigli tricologici ad alcuni degli studenti con calvizie incipiente, ha chiarito che su un abito blu non si mettono mai le scarpe marroni, che la cravatta «non deve spuntare da sotto la giac­ca» di cui «bisogna abbottona­re solo i primi due bottoni» ,e ha spiegato di non gradire gli uomi­ni con la barba, perché «na­sconde il volto, come se si aves­se una malformazione o si vo­lesse celare qualcosa»

Il potere non è altro che la possibilità di influenzare gli altri, meglio ancora se in maniera dissimulata o apparentemente naturale. La capacità di controllare il corpo, cioè di imporre i canoni estetici modificando il modo in cui le persone valutano e percepiscono gli altri e loro stessi, è una delle ultime barriere, uno degli indicatori attraverso i quali possiamo capire quanto (fino a dove) un potere è padrone dei suoi sottoposti

Queste mode imposte dall'alto non sono altro che il braccio armato di un potere così sconfinato ("egemonico") da riuscire a disciplinare addirittura il numero di bottoni della giacca che debbono essere allacciati. E' per questo che, nel tempo dell'inganno universale, anche tenere il bottone slacciato è un atto rivoluzionario.

martedì 12 aprile 2011

La musica come cultura popolare haitiana e la banalità della democrazia

Foreign Policy dedica un pezzo (The Bad Boy Makes Good) al significato della musica come forma di cultura popolare ad Haiti. Il pretesto è l'elezione a presidente di Haiti, uno dei paesi più disagiati e tormentati del pianeta, di Michelle Martelly, icona un tempo trasgressiva della musica popolare haitiana ed oggi volto nuovo (ma non nuovissimo né sprovveduto) della politica haitiana. 

L'analisi, che mette in luce l'importanza della musica (come spazio di aggregazione, come sottofondo onnipresente e soprattutto come principale forma di formazione, trasmissione, socializzazione, elaborazione e comunicazione della conoscenza e del pensiero in una società in buona parte analfabeta) nella società haitiana, sembra d'altro canto metter in evidenza le debolezze e le criticità della democrazia. Il destino di Haiti, paese pieno di problemi in cui l'età media è 21 anni, nelle mani di una pop star famosa (oltre che per aver gestito i night club preferiti dai gerarchi del vecchio esercito haitiano, celebre per le violazioni dei diritti umani) per calarsi i calzoni durante le performance? (Martelly come Beppe Grillo?)

Martelly (qui un'intervista per il Miami Herald), che ha vinto il ballottaggio con circa i due terzi dei voti, deve il successo soprattutto all'entusiasmo dei giovani, al ruolo di outsider ed alla sconfinata popolarità del Martelly cantante. Come raccontato dal MinnPost,
Martelly seems an improbable savior. Just a decade ago, he was donning skirts and wigs, cursing, and drinking like a sailor while performing his flamboyant act. “When he first declared himself a candidate, people didn’t take him seriously because he was the guy who dropped his pants on stage,” says Robert Fatton, a Haitian-American professor at the University of Virginia. “His persona, which should have been a handicap, became a plus. It was really a very clever campaign.”Instead of turning his back on his flamboyant past, Martelly used pieces of it to motivate the youth vote and to position himself as a political outsider. Martelly was able to reinvent his image thanks, in part, to the people he surrounded himself with, says University of Miami professor and former Haitian journalist Yves Colon. “He took the advice of a lot of very smart people and that was important,” Professor Colon says. Martelly hired Madrid-based Ostos & Sola, a consultancy that played an important role in the election of Mexico’s Felipe Calderón. Martelly’s public point man at Ostos & Sola helped run the John McCain’s 2008 presidential campaign. They positioned him as the candidate of change. And “Martelly tapped into a very strong desire on the part of the Haitian people who were looking for hope in a candidate, someone who was not a professional politician,” Colon says. “He doesn’t have any support in parliament. Not in the senate or in the lower house,” he says. “And he does not have any experience managing anything but a band. Let’s hope that he again surrounds himself with smart people.”
Bel paradosso: due tornate per lasciare il destino di una nazione nelle mani di un Pierino e delle ipotetiche e sconosciute (ma sicuramente torbide) "smart people" che lo hanno costruito.

mercoledì 30 marzo 2011

L'evoluzione della cucina italo-americana nel mondo (vista dagli USA)

Il Washington Post recensisce (John F. Mariani’s “How Italian Food Conquered the World”) l'ultimo libro di John F. Mariani, giornalista gastronomico esperto di cucina italo-americana, dedicato al successo ed alla diffusione della cucina italiana nel mondo.

L'articolo è interessante perché non parla di cucina italiana ma di cucina italo-americana: la gastronomia italiana conosciuta in tutto il mondo, fatta soprattutto di pizza, maccheroni e salsa di pomodoro, non è in realtà altro che una gastronomia più propriamente italo-americana, creata nei decenni dagli immigrati italiani oltreoceano ed in buona parte estranea alle abitudini alimentari italiane antiche ma anche contemporanee. Quando il mondo parla di cucina italiana, quindi, sta in realtà parlando soprattutto (escluse le attività più elaborate create da cuochi italiani emigrati più recentemente) di derivati della gastronomia italo-americana riappropriati localmente cioè pasticciati, ibridati, riadattati, re-inventati.

La cucina italiana celebre nel mondo è quindi soprattutto una cucina povera, profondamente contaminata e inventata, estranea alla gastronomia italiana del presente e del passato con cui condivide soltanto una lontana parentela. Solo negli ultimi anni, con il migliorare della posizione sociale degli emigranti italiani (o meglio delle terze o quarte generazioni), si è aperto lo spazio per una cucina italiana più colta, raffinata ed elaborata. La retorica del Made in Italy e l'immagine dell'Italia come patria della qualità della vita sono quindi evoluzioni (o meglio riscoperte) recenti: evoluzioni che non sarebbero potute esistere se non vi fosse stata alla base il lavoro sporco, fatto di maccheroni cheese, di meatballs e di pepperoni pizza, compiuto dalla diaspora italo americana (e dalle altre minoranze che hanno in gran parte sostituito gli italo-americani alla guida dei ristoranti italiani).

mercoledì 2 marzo 2011

La contemporaneità secondo il "Tiresia con la chitarra"

Nazione Indiana dedica un bel post alla musica di Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, giovane cantautore e "Tiresia con la chitarra" (Gianluca Veltri) dalla nostra waste land contemporanea. Anche senza musica, i frammenti di testi citati da Veltri forniscono una intensa carrellata di immagini che descive, con sinteticità ed efficacia, gli anni zero che ci siamo appena lasciati alle spalle.

venerdì 25 febbraio 2011

Danilo Mainardi e il beagle come campione di morale

In un'epoca di gretto individualismo, di povertà culturale e di questioni morali, di che cosa abbiamo bisogno se non di una storia edificante con protagonisti degli animali per commuoverci e per ri-educarci a riconoscere il giusto e lo sbagliato? Bene: il famoso etologo Danilo Mainardi, dalle pagine del Corriere, ci sovviene in aiuto con una storia di altruismo, eroismo e rettitudine animale. 

Dello strano rapporto idealizzato che lega sempre più gli uomini agli animali (gli animali come fuga e come entità elementare su cui proiettare quegli aneliti un pò ingenui che non trovano spazio nel mondo reale), avevo parlato già in passato quando avevo visto in tv la Parietti sostenere che "gli animali hanno molta più umanità degli esseri umani". L'utilizzo di termini quali "eroismo", "amicizia", "altruismo", amore", o "bontà" per descrivere i comportamenti animali, umanizzandoli, non suona d'altra parte quasi più fuori luogo."La tendenza ad attribuire caratteristiche umane agli oggetti (o agli animali) è un modo per difenderci dall'ignoto, dalla solitudine e dagli imprevisti; è un tentativo di dare un senso a un mondo in gran parte privo di significato" scrive Douglas Fox sul New Scientist (lo trovate nell'edizione di Internazionale dello scorso venerdì, n.885). 

giovedì 10 febbraio 2011

Perché i Signorini a stelle e strisce stanno ancora con Obama?

Michelle Obama promossa in eleganza anche per l'Espresso, che dedica spazio ad un'intervista ad una delle più influenti giornaliste di moda del mondo, tale Kate Betts di Forbes, in uscita negli USA con un libro che intesse le lodi del look di Michelle.

Non è facile trovare, tra la cortina di nuvole di fumo e contraddizioni ("è stata intelligente a gestire il suo stile" ma allo stesso tempo "è naturale in tutto quello che fa") sollevata dalla Betts ad ogni risposta, una vera risposta alla domanda "perché tutti sostengono che Michelle Obama è alla moda"; l'unica risposta è che Michelle Obama è alla moda perché i più influenti commentatori dell'universo della moda e della "cultura popolare" hanno deciso, probabilmente in virtù di ciò che la famiglia Obama rappresenta ai loro occhi radical chic (e dell'innata tendenza dei pennivendoli di ogni latitutine a trasformare i potenti in icone), che Michelle Obama deve essere considerata alla moda.

Per capire il successo - anche nell'arena pop - degli Obama, dobbiamo capire cosa gli Obama rappresentano per l'ampio spettro dell'establishment culturale che si estende dal New Yorker fino ai rotocalchi rosa. Per capire l'Italia, dobbiamo capire invece perché i dandy de noantri, i Signorini e gli Sgarbi che pure ammiccano al cachemire di D'Alema e all'arte contemporanea, continuano al contrario a preferire Berlusconi ed il suo seguito di tamarri e bifolchi in cravatta verde.



giovedì 30 settembre 2010

McDonald's è pulito? Purezza e pericolo al tempo del cibo industriale

Anche se rispetto a qualche anno fa le cose stanno cambiando McDonald’s è, almeno in Italia, ancora fortemente associato all’idea di sporcizia. Mentre le leggende metropolitane sulle cucine dei fast food, sulla scarsa pulizia e sulla dubbia igiene dei prodotti passano in parte di moda tra i giovanissimi, chi ha lavorato presso uno di questi fast food si sente ripetere ancora ad anni di distanza la stessa domanda (che nessuno porrebbe mai a un cuoco o a un barista): «ma com’è, è pulito?». Dimostrarsi scettici riguardo all’igiene del fast food, è una specie di messaggio in codice per far capire all’interlocutore di saperci fare, di saperla lunga, di prestare attenzione – scansando la disinformazione pubblicitaria – a ciò che si mangia.

Eppure, le pubblicazioni accademiche di storia dell'alimentazione concordano su un punto: una fetta consistente del successo originario delle catene di fast food (e in particolare McDonald's) negli Stati Uniti, fin dagli anni '30 e '40 del ‘900, fu dovuta proprio alla sensazione di igiene che McDonald’s e simili riuscirono a trasmettere ai consumatori dell'epoca. McDonald’s sconfisse i piccoli rivenditori anche perché riuscì a rassicurare i clienti: si impose mostrandosi come rigoroso, trasparente e pulito.