lunedì 19 settembre 2011

Il Corpo dell'Uomo [Hugo Schwyzer]

Sul "corpo delle donne" esiste una letteratura copiosa: la continua riproposizione di modelli irraggiungibili, la limitazione della donna a corpo, la sua mercificazione, nonché tutto il bagaglio di frustrazione, sofferenza, disistima, abbruttimento e quant'altro tutto questo carrozzone produce.

Anche gli uomini, tuttavia, sono sempre più soggetti a pressioni di questo tipo. Pressioni che non sono soltanto negative in quanto costringono e limitano la libertà individuale e producono infelicità, ma anche perché provocano un'enorme quantità di ansia e frustrazione. Se si considera poi che il modello del maschile egemone è tutto all'insegna della forza, del vigore e della prepotenza (che poi non è altro che il vecchio immaginario machista, declinato però secondo parametri in parte nuovi e soprattutto molto più estremi e restrittivi), si fa presto a capire perché il mix è esplosivo: un mondo con più ansia e più frustrazione, in cui l'uomo è chiamato sempre e comunque a imporsi e ad apparire duro, è senza ombra di dubbio più conflittuale, meno ospitale e più pericoloso.

Ne parla il magazine Bitch, con una lunga intervista all'esperto di gender studies Hugo Schwyzer ("Isn't He Lovely: Guy Talk with Hugo Schwyzer of the Good Men Project") che analizza le pressioni cui è soggetto il corpo del maschio oggi e le sue ripercussioni sull'umore individuale e sulla collettività.

venerdì 16 settembre 2011

Un tabù in cerca di un rito. Il Museo delle Relazioni Interrotte

A Zagabria ho potuto visitare uno dei luoghi più particolari in cui mi è capitato di trovarmi: il Museo delle Relazioni Interrotte (Museum of Broken Relationship). Il Museo delle Relazioni Interrotte (ne ha parlato anche il Guardian) nasce dal bisogno di riconoscere e raccontare un momento traumatico ed universale, che continua tuttavia ad essere trattato come un tabù nella società contemporanea: il momento della fine di una relazione affettiva. "Our societies oblige us with our marriages, funerals, and even graduation farewells, but deny us any formal recognition of the demise of a relationship, despite its strong emotional effect" hanno scritto gli autori: il museo nasce per riaffermare l'esistenza e la triste importanza di questo stato di passaggio ancora orfano di un rituale adeguato (e anche per questo, forse, ancora più tragico).

La fine delle storie d'amore è raccontata dagli stessi protagonisti (per i quali il museo vuole avere una funzione catartica) attraverso un oggetto significativo, solitamente un dono fatto da un innamorato all'altro al culmine della storia d'amore, cui il donatore associa un breve brano che sintetizza la storia ed il valore di quell'oggetto nell'ambito della relazione d'amore ormai conclusa (ed elaborata). Nella maggioranza dei casi, alla nostalgia ed al dolore sembra sostituirsi l'accettazione, la relativizzazione e un maturo (e ironico) disincanto: il museo delle relazioni interrotte racconta la lacerazione ma anche e soprattutto il superamento di questo vuoto, o almeno l'imparare a convivere con la nostalgia. Al visitatore rimane una sensazione di precarietà e fragilità, ma anche una nuova percezione dell'abbandono come momento tragico ma anche comune, degno di cittadinanza, probabilmente anche rimarginabile.

All'ingresso di questo strano museo, che più che il linguaggio dell'arte sembra parlare il linguaggio dell'antropologia, un pannello riassume il significato del progetto. Il testo è il seguente:
The Museum of Broken Relationships grew from a traveling exhibition revolving around the concept of failed relationships and their ruins. Unlike ‘destructive’ self-help instructions for recovery from failed loves, the Museum offers a chance to overcome an emotional collapse through creation: by contributing to the Museum's collection.
Whatever the motivation for donating personal belongings – be it sheer exhibitionism, therapeutic relief, or simple curiosity – people embraced the idea of exhibiting their love legacy as a sort of a ritual, a solemn ceremony. Our societies oblige us with our marriages, funerals, and even graduation farewells, but deny us any formal recognition of the demise of a relationship, despite its strong emotional effect.  In the words of Roland Barthes in A Lover's Discourse: "Every passion, ultimately, has its spectator... (there is) no amorous oblation without a final theater."
Conceptualized in Croatia by Olinka Vištica and Dražen Grubišić, the Museum has since toured internationally, amassing an amazing collection. Although often colored by personal experience, local culture and history, the exhibits presented here form universal patterns offering us to discover them and feel the comfort they can bring. Hopefully they can also inspire our personal search for deeper insights and strengthen our belief in something more meaningful than random suffering.

giovedì 15 settembre 2011

L'insostenibile leggerezza del "museo etnografico". Ernesto De Martino e i "relitti folklorici"

Che senso ha raccogliere e documentare (al di fuori del puro interesse storiografico) usi e costumi del passato ormai morti e sepolti, o le labili tracce di queste culture del passato ormai annacquate negli stili di vita contemporanei? Che senso ha, soprattutto, raccogliere ed esaltare i "relitti folklorici" di cui sono piene, soprattutto in provincia, le soffitte e i magazzini? In un'epoca di "impulsi romantici alla riscoperta di paradisi perduti" e di proliferazione di raccolte di cianfrusaglie (spesso fregiati del titolo di esposizioni etnografiche), attraverso cui le comunità prive di un ruolo nel presente cercano di inventare un'epica del passato, è sicuramente costruttivo leggere queste attualissime riflessioni di uno dei grandi maestri dell'antropologia italiana, Ernesto de Martino.
In generale il folklore (religioso) come coacervo di relitti disgregati che l'analisi etnografica astrae dal plesso vivente di una determinata società non è, nel suo isolamento, storicizzabile. Il relitto folclorico(-religioso) può tuttavia acquistare il suo senso storico o come stimolo documentario che aiuta a comprendere una civiltà scomparsa di cui esso formava una volta elemento organico, ovvero come stimolo documentario che aiuta a misurare i limiti interni e la interna forza di espansione di una civiltà attuale in cui è conservato come relitto: al di fuori di queste due possibilità di conquista da parte del pensiero, il materiale folklorico(-religioso) resta storiograficamente una sorta di terra di nessuno, ancorché vi si possa svolgere la industre fatica dei raccoglitori di tradizioni popolari e vi possa trovare appiglio l'impulso romantico di qualche nostalgico di paradisi perduti.
(Ernesto De Martino, introduzione a Sud e Magia, 1959)
E se tutti i musei della civiltà contadina, tutte le feste popolane riscoperte e riallestite, tutti i libri di ricette della nonna e quant'altro non fossero altro che un disperato (e pateticamente romantico) tentativo di aggrapparsi alla terra di nessuno di un passato idealizzato (tentativo dai tratti spiccatamente conservatori, visto che tutto voltato verso il passato)? E se le raccolte e le celebrazioni dei relitti e dei (presunti) costumi del passato ("terre di nessuno") non ci raccontassero altro che l'incapacità provinciale delle "comunità" locali e degli stessi studiosi di adattarsi alla moderna società globale e post-industriale?

mercoledì 14 settembre 2011

L'infinito oltre il bar sport

I giovani d'oggi non abitano più un unico bar di quartiere, quasi un prolungamento del salotto domestico, passandovi intere esistenze a ruminare e a giocare a biliardo; al contrario, i giovani d'oggi preferiscono spostarsi continuamente di locale in locale, fermandosi al massimo per pochi istanti, spesso senza nemmeno entrarvi - ma limitandosi ad incontrarsi fuori.

Secondo Ilvo Diamanti ("Quei giovani fuori dal bar", 2011; "Il bar dei giovani senza fissa dimora", 2009), ormai "sono luoghi di passaggio, i bar. Non centri di aggregazione e di socialità. Stazioni disposte lungo itinerari complessi, che raffigurano bene la complessa (ricerca di) identità dei giovani. Un'identità mobile e - necessariamente - incerta". Specchio "di una generazione itinerante, sempre in movimento, sempre in viaggio. Perché costretta - o meglio, indotta - a vivere un eterno presente. Precario. Una generazione di passaggio. Alla ricerca di un luogo dove fermarsi, finalmente. Tra un bar e l'altro".

Diamanti, specie nel pezzo del 2011, sembra rimpiangere la cultura del bar di quartiere; forse perché l'assenza di riferimenti stabili e l'imprevedibilità lasciano spiazzati i (vecchi) sociologi, forse - più semplicemente - perché la cultura dei bar è solo una scusa per riportare il discorso sulla precarietà lavorativa ed esistenziale di cui oggi siamo tutti vittime. A mio parere, tuttavia, non c'è nulla da rimpiangere nei vecchi bar di quartiere e nei "bar sport" in piazza in cui si rinchiudevano i nostri padri e i nostri nonni; perché quelli erano - a confronto delle strade dell'oggi - luoghi senza stimoli, con sempre le stesse facce e gli stessi pettegolezzi, in cui rinchiudersi e raggomitolarsi su sè stessi quasi a rifiutare il mondo.

La mobilità della movida di oggi è al contrario una metafora dell'effervescenza, della spontaneità e della ricchezza di stimoli che caratterizza il presente; e come tale, nello specifico, c'è ben poco per cui stracciarsi le vesti.

martedì 13 settembre 2011

Diritto alla bellezza e vanità necessaria

La bellezza può essere considerata un nuovo diritto? Se lo sono chiesti, sollecitati dal Corriere della Sera ("La bellezza può diventare un diritto?"), diversi studiosi ed intellettuali italiani sollecitati a rispondere all'interessante articolo dell'antropologo Alexander Edmonds pubblicato sul New York Times ("A necessary vanity").

La domanda non è sciocca come potrebbe sembrare: l'arco dei diritti tende naturalmente ad espandersi includendo "diritti" che un tempo sarebbero sembrati assurdi. Sembra ragionevole prevedere che nei prossimi anni questo genere di dibattito non potrà che diventare più urgente: se la chirurgia estetica dovesse diventare veramente diffusa, il mancato accesso a queste misure (per motivi economici) potrebbe veramente tradursi in una sorta di handicap.

Entrando nel merito, tuttavia, affermare che esiste un diritto alla bellezza è estremamente astratto: come definire la "bellezza", e quindi i parametri minimi al di sotto dei quali intervenire? Lasciando la libertà totale agli individui di modificare l'aspetto del proprio corpo a spese dei contribuenti, o al contrario istituendo dei criteri oggettivi finendo quindi per fabbricare individui in serie? In un'epoca di contrazione della spesa pubblica entrambe le prospettive sono assolutamente improbabili; ma la questione sembra meritare una risposta.

E ancora: è giusto legittimare con affermazioni di questo tipo il successo della società dell'apparenza, o è forse il caso di continuare a fare controcultura per combattere ed incrinare la tirannia dell'immagine? Ancora: la chirurgia plastica (perché di questo si tratta) è veramente efficace per il miglioramento dell'autostima, o al contrario la bassa auto-stima si fonda su basi che vanno ben al di là della misura del seno o del numero di rughe?

Edmonds parla da antropologo: riconosce il fatto che, in un determinato contesto sociale, la poca bellezza preclude la mobilità sociale e si configura come un handicap. Ma fra questo e l'affermazione programmatica della bellezza come diritto ce ne passa; e spetta alla politica ed alla filosofia condurre il dibattito per trovare gli antidoti a questo inquietante paradosso.

lunedì 12 settembre 2011

Sociologismi, riduzionismi qualunquisti e banlieu

Come spiegare le rivolte a Londra, nelle periferie, nelle banlieu? 

Sociologi, progressisti, operatori sociali e critici delle storture del "sistema", sostengono tipicamente che le colpe principali vanno attribuite al sistema sociale, economico e culturale che produce emarginazione, esclusione, frustrazione, "manie" (e realtà) di persecuzione, disagio, vuoto. Inevitabilmente, tutto ciò periodicamente esplode - molto meno frequentemente di quanto le premesse potrebbero far pensare - in periodi di riots disorganizzati e puramente distruttivi.

Controllo, repressione e proclami "moralizzatori", sostengono gli specialisti, sono nel medio e lungo termine inutili: l'unico modo per migliorare la situazione è far leva sulle cause profonde del disagio e cioè sulle cause dell'emarginazione sociale, economica, culturale. Programmi culturali e aggregativi nelle periferie, centralità della scuola e del dopo-scuola, una riorganizzazione dello spazio urbano che eviti abbruttimento e ghettizzazione, programmi di avvio alle professioni, creazione di opportunità reali, piena realizzazione dei diritti di cittadinanza, ascolto e incoraggiamento delle varie forme di espressione, apertura dei gruppi chiusi e messa in rete degli emarginati e degli esclusi, sono le soluzioni normalmente proposte da chi studia e pratica il settore.

Questi programmi appaiono tuttavia, agli occhi dei cittadini, sempre più astratti e ideologici. Un tempo intellettuali, sindacati e partiti riuscivano forse a convincere la popolazione della necessità di programmi di questo tipo; oggi che questi centri di autorevolezza hanno perso ogni capacità di persuasione in primis dei loro stessi iscritti, coloro che adottano le chiavi di lettura ed auspicano i programmi sociali di cui sopra sono bollati senza vergogna come buonisti, come ciarlatani, come irragionevoli, come irresponsabili, come anti-patriottici. 

Le cause dei disordini, secondo questa corrente di pensiero, vanno ricercate soprattutto nella "permissività" dei riformatori sociali (vedi ad esempio alla voce "fallimento del multiculturalismo") e nelle pulsioni malvagie di chi commette le violenze, spesso visto come irrecuperabile e refrattario ad ogni programma di rieducazione: la repressione, la militarizzazione, la ricerca dell'omogeneità e delle gated community, i coprifuoco e l'utilizzo massiccio di telecamere di videosorveglianza, l'ulteriore esclusione di questi irrecuperabili dalla società "per bene" (conseguenza indiretta dei tagli al welfare e dallo spostamento delle risorse dai programmi sociali alla repressione), i richiami moralizzatori alla responsabilità individuale e il sogno di un revival delle vecchie strutture sociali sono le risposte ai riots auspicate dai "riduzionisti qualunquisti"

Sfortunatamente, questa seconda posizione è inefficace e porta solo la società ad avvitarsi su sè stessa, fino a soffocarsi da sola. Il problema, quindi, è semplice: come rendere più convincente e popolare la prima posizione?

venerdì 9 settembre 2011

L'antica tradizione del carnevale ottomano di Moena, in Trentino

A Moena, in Trentino, una festa raduna ogni anno centinaia di abitanti dolomitici vestiti da antichi ottomani che sfilano sotto decine di bandiere della Turchia moderna per celebrare un carnevale estivo fondato sulla leggenda di antichi incontri avvenuti attorno al 1683. Osservatorio Balcani e Caucaso racconta la storia surreale di una festa popolare (Un sultano nella Turchia trentina) che altro non è se non una scusa particolarmente fantasiosa, bizzarra e postmoderna per far festa, ma che nel frattempo ci ricorda che gli spostamenti di persone e le contaminazioni non sono nè una cosa recente, nè una cosa estranea alla provincia più profonda (alla sua storia e, ma più raramente, anche al suo immaginario).


giovedì 8 settembre 2011

Signore e signori, ecco a voi il recinto degli "afrodiscendenti"

UniMondo, entusiasticamente, fa il resoconto del primo vertice internazionale degli "afrodiscendenti", persone che "si identificano (!!!) come discendenti africani" ma che vivono negli altri continenti, organizzato dal carrozzone ONU in Honduras ("Afrodiscendenti: continua la lotta contro il razzismo e per il diritto alla terra"). Verrebbe da dire: una vera chicca per gli inventori di definizioni, un evento irrilevante per il destino dei popoli.

Per quanto mi riguarda, questo nuovo tavolo inconcludente mi sembra - piuttosto che un progresso - l'ennesimo capitolo di quella tendenza epocale a frammentare i gruppi, a creare distinguo, a inventare appartenenze, a istituire e fortificare recinti. Ciascuno ha diritto alla propria identità; ma proprio per questo, credo sarebbe più sensato lasciar perdere questa continua frammentazione per passare a riconoscere gli individui e le grandi aggregazioni (senza "pastrocchi" a improbabili livelli intermedi). La parabola del popolo di Seattle, dei grandi forum dei popoli, delle internazionali, delle reti trasversali e delle battaglie condivise, delle contaminazioni e del meticciato, appare così alla sua fine; al suo posto, l'emergere di piccole lobby, di minuscoli centri di potere, di clan, di kermesse folkloristiche, in ossequio al principio alla moda della tutela delle specificità

Piccoli recinti folkloristici che fanno bene all'immagine dell'ONU, ma che - a lato pratico - non valgono niente?

mercoledì 7 settembre 2011

Sacrificio e licenza. Il boom salutista è una scusa?

Sopportare per il proprio bene un piccolo sacrificio, per poi cedere concedendosi una "licenza" che ci fa danni ancora peggiori. Ben Goldacre, sul Guardian, parla di questa meccanismo interessante - ma anche potenzialmente dannoso - di "sacrificio e licenza": soprattutto, quando c'è di mezzo la salute ("Vitamin pills can lead you to take health risks").

Gli esempi pratici, presi dalla quotidianità, non mancano: chi accetta un'alimentazione poco equilibrata perché tanto assume integratori e vitamine, chi si concede un dolce extra perché ha fatto più moto del solito, chi nei week end si concede grandi sbronze perché tanto non ha bevuto una goccia d'alcol per l'intera settimana, chi passa le festività in trattoria dopo settimane di sofferto equilibrio alimentare. Dove l'alimentazione scorretta, i dolci, il binge drinking e i bagordi (le "licenze") compensano (con tanto di interessi) l'effetto benefico dei sacrifici precedenti.

Banalità, forse, che a livello aggregato hanno però risvolti interessanti. Su tutti: che il boom di prodotti e pratiche "salutiste", spesso salienti dal punto di vista simbolico ma incosistenti dal punto di vista pratico, vada a braccetto con un peggioramento della salute? Forse ci troviamo di fronte ad un gran sistema di alibi adottati consciamente e inconsciamente per giustificare il permanere di comportamenti irresponsabili?

Nonostante l'intensità dei legami tra psiche e soma, il sentirsi bene continua ad essere distinto dallo star bene veramente; e il boom di biologico, palestra, integratori, insalate e yoghurt, non è forse poi così nemico dell'aumento dell'obesità.

martedì 6 settembre 2011

I cosmopoliti dove pagano le tasse?

"Perché, mentre negli USA, in Francia e anche in Italia i super-ricchi (o meglio alcuni di loro) scrivono lettere aperte sostenendo che i ricchi hanno in tempo di crisi il dovere di aumentare il loro contributo economico al paese, i riccastri britannici continuano a far finta di niente?" si chiede Bagehot, blog dell'Economist ("How not to soak the rich")?

Tra le varie risposte, ne spicca una: l'élite britannica è un'élite cosmopolita e quindi egoista: non essendo attaccata a nessun luogo, non ha a cuore il destino delle comunità e delle nazioni su cui abita e opera.
"Why are the British such outliers? For those who already dislike modern Britain, the tycoons’ silence offers fresh evidence that—three decades after Margaret Thatcher’s free-market revolution—her homeland is morally adrift somewhere in the mid-Atlantic: shunning the faith-driven philanthropy that accompanies great American wealth, but also the notions of social solidarity that keep Europe’s richest in check. (...) For another thing, many of Britain’s richest residents are either foreign nationals or members of a restless, rootless global elite. In Paris or Milan, boardrooms are filled by the same few, politically connected grandees: the sort of people now writing letters offering to pay more tax. The glass towers of the City of London have more in common with the multinational benches of a top-flight football club, with all the footloose selfishness that implies (albeit with fewer tattoos)".
Tuttavia, cosmopolitismo non è necessariamente sinonimo di egoismo e individualismo; al contrario, può benissimo essere foriero di forma di un "altruismo" più ampio che non si limita ai confini della comunità nazionale ma che al contrario abbraccia l'intero pianeta. Racconta K. Anthony Appiah, docente di filosofia a Princeton, cosmopolita per storia di famiglia:
Quando mio padre morì, le mie sorelle e io trovammo una bozza del messaggio finale che intendeva lasciarci. Il suo racconto sommario di chi eravamo cominciava con il ricordo della storia delle nostre due famiglie, in Ghana e in Inghilterra. Ma poi scriveva: "Ricordate che siete cittadini del mondo". E continuava dicendoci che questo significava che in qualunque posto avessimo deciso di vivere - e, come cittadini del mondo, potevamo sicuramente scegliere di vivere ovunque volessimo - avremmo dovuto lasciare quel luogo "meglio di come l'avevamo trovato".
(K. A. Appiah, tratto da Cittadini del Mondo, di K.A.Appiah, in AA.VV., "La debolezza del più forte", Mondadori 2004)
 Il cosmopolitismo non è una scusa dietro cui nascondere il puro e semplice egoismo.

lunedì 5 settembre 2011

Le ragioni del successo inarrestabile del caffè

L'inarrestabile ascesa del caffè è al centro di un bell'articolo dell'Independent che, partendo dalla Gran Bretagna, prova a riflettere sulle cause che hanno trasformato questa bevanda in una delle bevande più diffuse e sfaccettate del mondo (Britain's caffeine boom: Why can't we wake up without smelling the coffee?).

L'articolo non trova risposte; tuttavia, il successo del caffè sembra essere dovuto in buona parte (oltre che alla relativa economicità, alla praticità del consumo ed all'assenza di calorie) alla sua capacità di piegarsi ai bisogni sociali emergenti trasformandosi e riconnotandosi continuamente.

Il principale elemento che emerge è infatti la versatilità della bevanda "caffè": il caffè può essere vissuto come una bevanda sociale ("ci vediamo per un caffè"), come un rituale individuale di risveglio, come un energy drink, come una scusa economica per occupare uno spazio pubblico confortevole reso familiare (Starbucks, i caffè letterari), una scusa per fare un break (la famigerata macchinetta aziendale del caffè), addirittura una prelibatezza ed un oggetto di sperimentazioni e differenziazione per i nuovi gourmet del caffè (e delle sue ibridazioni). 

Probabilmente parlare di caffè in termini generali non ha nemmeno troppo senso: il caffè (nei suoi vari contesti) non è ormai più un prodotto bensì una famiglia di prodotti imparentati ma diversi.

In ogni caso il caffè è una bevanda elementare e semplice (ma spesso non abbastanza semplice da poter essere preparata facilmente da chiunque): questa sua essenzialità la rende facilmente adattabile e facilmente sovraccaricabile di significati.

venerdì 2 settembre 2011

Incentivi al merito e motivazione dei dipendenti tra mito, realtà e perversione

Offrire ai dipendenti incentivi di produttività, premi al merito, percorsi di carriera ben definiti e occasioni di convivialità extra-lavorative sembra rendere, come insegna il paradigma (successivo al taylorismo) delle Human Relations, i lavoratori migliori: più motivati, più responsabili, più fedeli, più e meglio produttivi. 

Il New York Times racconta in un lungo reportage l'esperienza di Pret a Manger, catena di fast food specializzati in caffetteria e sandwich che - rispetto ai McDonald's o ai KFC's - si rivolge ad un segmento più alto e sofisticato di consumatori che pretendono - tra le varie cose - un servizio ed un'atmosfera d'eccellenza. Attraverso un complesso e burocratico sistema di piccoli incentivi, scatti, rituali di gratificazione, controlli a sorpresa ed extra, Pret a Manger sembra essere riuscita ad avere dipendenti fedeli, estremamente cordiali nei confronti dei clienti ed altamente performanti (Would you like a smile with that?).

La speranza idea che, nella società dei servizi, il benessere del lavoratore possa essere spontaneamente perseguito dal datore di lavoro perché impiegati soddisfatti e "felici" sono più efficaci e produttivi rappresenta sicuramente una speranza in un'epoca in cui al contrario i lavoratori non hanno più mezzi per far valere nemmeno i diritti conquistati negli scorsi decenni. Tuttavia, non dobbiamo escludere la possibilità che gli incentivi non si traducano poi spesso nella pratica in fumo negli occhi: semplici contentini illusori, attraverso cui convincere il lavoratore a strizzarsi da solo per un'azienda e per un ambiente che in realtà continua a considerarlo e a trasformarlo in un semplice e sostituibilissimo numero.

I ragazzi di Pret a Manger sono forse contenti dei premi, delle serate di svago a spese dell'azienda e degli scatti di carriera; ma chissà che questa felicità non possa svanire molto presto quando si accorgeranno che, dietro a questo apparente compromesso che soddisfa e gratifica tutti, non si nasconde altro che un sistema (l'organizzazione complessa strutturata e centralizzata di cui rappresentano l'ultimo dettaglio) che mira a trasformarli con il minimo dispendio di risorse in "servi volontari" senza avere alcun interesse ad una loro reale crescita.