lunedì 10 ottobre 2011

E' il Marocco l'ultima frontiera del movimento No-Tav

Il governo marocchino ha approvato, pare in fretta e furia, un costoso progetto di alta velocità ferroviaria che collegherà Casablanca a Tangeri. Anche in questo caso il modello sono i TGV francesi, ed il coinvolgimento della Francia (e dell'Alstom) è diretto; anche in questo caso, infine, i costi appaiono eccessivi, il progetto non prioritario e le procedure di approvazione un po' troppo opache. Ne parla Global Voices ("Morocco: French Made TGV Rail Project Causes Controversy").

Secondo attivisti e blogger, il piano altro non è se non una sorta di risarcimento alla Francia dopo che il governo ha preferito acquistare aerei da guerra americani rinunciando ai Rafale francesi. Nel contempo, re Mohammed ha incassato così il sostegno di Sarkozy, che ha suggellato l'accordo con una visita ufficiale in cui si è lanciato in sperticate lodi per l'establishment locale. Cosa che, in tempo di primavere arabe e di caccia francesi che inseguono dittatori nord Africani, fa sicuramente piacere ai diretti interessati.

D'altra parte, il contributo economico del governo marocchino sarà (almeno teoricamente limitato): a pagare, saranno una serie di investitori istituzionali stranieri. Interessante infatti notare la lista degli investitori: in testa la Francia (aiuti di stato mascherati alle imprese francesi all'estero?) alla perenne ricerca di spazi di influenza nel mondo arabo, il Marocco e un lungo elenco di fondazioni dell'area mediorientale, anch'esse alla ricerca di spicchi di influenza (Saudita, Kuwaitiana, di Abu Dhabi etc.): 
The €1.8 billion project will be financed by the Moroccan state by €414 million, the Hassan II Fund for Economic and Social Development (€86 million), France (€920 million), the Saudi Fund For Development (€144 million), the Kuwait Fund for Arab Economic Development (€100 million), the Abu Dhabi Fund for Development (€70 million) and the Arab Fund for Economic and Social Development (€66 million) (Fonte ufficiale)
Mica come in Italia, dove la Tav pesa praticamente tutta sulle spalle dei contribuenti.

Tra l'altro, pare che i locomotori avranno carlinghe dai colori familiari: rosse con striscia bianca e verde. 


venerdì 7 ottobre 2011

La Lobby ebraica? Non esiste - o almeno non si interessa a Israele

La Lobby ebraica negli Stati Uniti non esiste (o comunque non si interessa più di tanto a Israele). Non solo i cittadini di origine ebraica hanno posizioni e visioni politiche diverse: per la maggioranza di loro, la politica estera ed il destino di Israele non sono infatti nemmeno considerati una priorità politica (e come tale non ne condizionano nemmeno il voto). Ne parla, su Al Jazeera, MJ Rosenberg; che cita diversi sondaggi, fra cui alcuni condotti dalle stesse associazioni di ebrei americani (che quindi riuniscono i più "militanti" fra gli ebrei americani), che mostrano come le priorità siano piuttosto sanità, pensioni, sviluppo economico, giustizia sociale ("American Jews are not single-issue voters"). Una "grande scoperta": anche gli ebrei sono come noi.

Che il voto delle "minoranze" presenti nelle democrazie "occidentali" sia normalmente distribuito su un'ampio spettro di partiti e movimenti, e che il destino della "comunità di appartenenza" o del luogo di origine non siano necessariamente una priorità, non è certo una novità sorprendente. Al contrario: in un'epoca di identità miste e fluide, di gruppi labili e intrecciati e di "culture" (valori, comportamenti etc.) internamente incoerenti, ci stupiremmo non poco del contrario. Proprio su questo blog, tempo fa si è parlato del comportamento elettorale sfaccettato dei musulmani d'Inghilterra; e gli esempi di ciò certo non mancano.

Forse è il caso di concedere anche all'Altro il diritto ad essere pensato da noi come razionale e pragmatico?

Ciò non significa che non esistano gruppi di pressione, consulte e lobby (né che il loro ruolo non sia importante); soltanto, questi gruppi non hanno il diritto di ergersi a unici portavoce di tutti coloro che condividono accidentalmente con loro una data provenienza geografica. Allo stesso modo, spetta a noi il compito di non accreditare questi interlocutori che vengono a bussare alle nostre porte proponendosi come passpartout come esponenti di un tutto, concedendogli più privilegi e credito di quello che si potrebbero lecitamente aspettare. 

Preferendo, ai notabilati multicolore e alla profilazione etnica delle persone, il rispetto dell'individuo e la fiducia in interazioni e politiche rispettosamente universali.

giovedì 6 ottobre 2011

Tunisia: Un difficilissimo passaggio alla democrazia

Reset - Dialogues on Civilizations propone un interessante articolo di background sulle prime elezioni post primavera araba in Tunisia da cui emergono le enormi difficoltà che il passaggio ad un regime più aperto e democratico, al di là di tutte le rappresentazioni romanticizzate, comporta (Freedom and Democracy: Tunisia votes. And the number of parties keeps growing). 

Credo che - dopo aver tutti superficialmente esultato, senza nemmeno provare a conoscere la situazione da vicino, convinti dal Tg5 che tutto sarebbe andato automaticamente per il meglio - abbiamo il dovere di tributare tutta la vicinanza, il rispetto e la stima a prescindere al popolo tunisino, che sta affrontando mille difficoltà, incertezze e cambiamenti. Di fronte a questo gran magma affrontato a testa alta, la sponda nord del Mediterraneo appare veramente un luogo freddo, minuscolo e incivile.

Prima questione, la quotidianità. L'articolo non ne parla; ma questa gente ha dovuto trovare un modo per tirare avanti mentre le istituzioni si sbriciolavano. Spazzatura, acqua, scuola: cose difficilissime da far funzionare in condizioni normali, figuriamoci a ridosso di una rivoluzione. Pensiamoci.

Poi, tornando all'articolo ed alle elezioni, il numero dei partiti: saranno 105, e daranno vita (insieme ad altri movimenti ed associazioni) a un totale di oltre 1.700 liste elettorali che si contenderanno 3,8 milioni di cittadini. Come si potranno conciliare ed integrare tutti questi interessi, rimane un mistero. L'Italia è paralizzata da anni dalla bagarre fra sei partiti che ha fatto scendere il dibattito in basso, ma così in basso...

Infine, la vecchia nomenklatura. Gente che ha "dovuto" convivere con il sistema mono-partito, che è stata connivente o organica alle vecchie istituzioni, ora sparpagliata in tutti i partiti o quasi. Che farne? Come distinguerli? A chi credere? Nel dubbio, i sondaggi danno in vantaggio un partito conservatore di ispirazione islamica, che pare essere l'unico a non avere legami con il vecchio regime.

mercoledì 5 ottobre 2011

"Occorre determinare esattamente l'estensione e la natura di questo cambiamento"

Da questa settimana, nella barra a sinistra, il blog ospita un motto, un aforisma, chiamatelo come preferite voi.

Si tratta dell'inizio de La Nausea, di J.P.Sartre. Ha a che fare con il mutamento, con lo studio delle sfumature, e con l'interazione fra esterno ed interno; il tutto in un clima di forte insofferenza, introspezione e disincanto. Lo sento abbastanza mio, e credo abbia parecchio a che fare anche con questo blog.

La miglior cosa sarebbe scrivere gli avvenimenti giorno per giorno. Tenere un diario per vederci chiaro. Non lasciar sfuggire le sfumature, i piccoli fatti anche se non sembrano avere alcuna importanza, e soprattutto classificare. Bisogna dire come io vedo questa tavola, la via, le persone, il mio pacchetto di tabacco, perché è questo che è cambiato. Occorre determinare esattamente l'estensione e la natura di questo cambiamento (Jean-Paul Sartre, La nausea)

martedì 4 ottobre 2011

Per la conservazione del maschilismo nel linguaggio

Alcune organizzazioni femministe francesi hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione per l'abolizione, nel linguaggio pubblico, della distinzione fra "signora" e "signorina". Questa distinzione, hanno fatto notare, è retaggio di un'epoca in cui la donna non era considerata umanamente e socialmente completa senza un uomo accanto: epoca da cui avremmo effettivamente il dovere di prendere le distanze ("Mai più signorine. Le francesi in rivolta").

"Signorina" non è certo l'ultimo fra i tanti sedimenti lasciati dal passato, spesso recentissimo, di sessismo e diseguaglianze. Oggi apparentemente innocue e depotenziale, questa sequenze di suoni che rimandano ad un passato triste aleggiano frequentemente come fantasmi nel linguaggio e nelle pratiche quotidiane: dal "ti porto fuori a cena" (come se si avesse a che fare con oggetti), alle donne confinate (quando i passeggeri sono più di due, salvo asimmetrie siderali) nel sedile posteriore dell'automobile

Normalmente, tuttavia, questi modi di dire e di fare non implicano più alcuna attitudine discriminatoria. Da un lato, l'abitudine ad utilizzare un linguaggio più o meno politicamente corretto è assolutamente positiva (perché promuove una visione della società corretta, escludendo dall'orizzonte anche linguistico gli atteggiamenti retrogradi) ma non implica necessariamente un atteggiamento più illuminato nella pratica; dall'altro, i modi di dire e di fare suddetti non sono spesso nemmeno percepiti come "politicamente scorretti" dalle diverse interessate. La discriminazione, quindi, sta altrove: forse non è poi così sensato investire energia per polemizzare, in punta di etimologia (disciplina tra l'altro un po' pedante e parecchio naive), con quelle che sono ormai semplici sequenze di suoni?

Forse mi sbaglierò; forse l'uso del termine "signorina" apre effettivamente una ferita nella dignità delle donne ogni volta che viene pronunciato. Ed in effetti, confesso che utilizzo e forse continuerò ad utilizzerare questo termine con un crescente consapevole disagio. Tuttavia, mi verrebbe da lanciare una provocazione in senso opposto: piuttosto che asportare, salvaguardiamo (e usiamo consapevolmente) questi retaggi ormai impotenti del passato maschilista nel linguaggio. Perché? Per ricordarci da dove veniamo (e dove stiamo andando).

In effetti, l'intero linguaggio umano non è altro che la sedimentazione e la contaminazione di modi di dire che hanno mutato nel corso del tempo il loro significato (e che anche per questo sarebbe inutile e sbagliato oltre che impossibile estromettere). Sedimenti che hanno il vantaggio di ricordarci da dove veniamo: da quali battaglie, da quali progressi, da quali esperienze, da quali vittorie ancora da completare. Asportare questi sedimenti non sarebbe una positiva rivoluzione culturale: sarebbe un distogliere lo sguardo da una vittoria (il superamento delle discriminazioni sottese al linguaggio), e più in generale da una realtà di cui non si comprende la natura dinamica.

Se i fantasmi del maschilismo vogliono continuare ad annidarsi nel linguaggio quotidiano, quindi, che facciano pure: non faranno altro che accrescere in noi la consapevolezza che tanto è cambiato, e che tanto rimane ancora da conquistare.

lunedì 3 ottobre 2011

Isteria e Apple Store [Aldo Grasso vs "Testimoni di Apple"]


"Passare dal famoso discorso all'Università di Stanford nel 2005, dove Steve spronava i giovani laureati spiegando loro che «il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro. Non lasciatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altri. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui lasci affogare la vostra voce interiore» e concludeva, da vero visionario, «Stay hungry, stay foolish» (siate affamati, siate folli), insomma passare da un progetto di vita alle urla belluine dei commessi che gridano «Tutti all'Apple Stooore», il passo è lungo. Non facile da elaborare"

Così Aldo Grasso sul Corriere, commentando l'ultima fase intrapresa dai prodotti Apple, quelli della moda e dell'isteria di massa ("Isteria e cori con i clienti. Apple come Aiazzone"). Isteria di massa che, d'altra parte, travolge tutti i miti del nostro tempo - e verrebbe da dire che i miti d'oggi, se non ci impediscono di ridurci così, sono forse molto più mediocri dei miti di una volta

Sensazione di disagio che cresce leggendo come, al contrario, i tanti siti di "Testimoni di Apple", gestiti da (presunti) fan disinteressati, commentano l'evento come si trattasse di un culto misterico new age.
"Mai uguali e mai scontati gli eventi Apple sono un momento di festa collettivo in grado di attirare un numero crescente di persone. E' impossibile capire ma anche solo immaginare la carica di energia e la passione che uniscono centinaia e centinaia di persone in fila tutte con lo stesso obiettivo: mettere le mani su un gadget che è una gioia possedere e utilizzare o come è successo oggi compiere per primi l'ingresso nel tempio che ha reso la tecnologia più umana e più amichevole. Nel filmato realizzato da Macitynet che inseriamo in calce in questo articolo è possibile avere un piccolo assaggio dell'energia e della carica che hanno accompagnato l'inaugurazione dell'Apple Store di Via Rizzoli. Il filmato documenta gli istanti immediatamente precedenti l'apertura, il conto alla rovescia, le urla e l'eccitazione della folla e degli addetti dello Store fino all'ingresso di Alex, Dario e Alessandro i primissimi della fila seguiti da una impressionante folla di persone".


Comunque sia, quest'ultima fase che segna il passaggio dalla nicchia spocchiosetta alla massa potrebbe anche essere l'inizio della fine del mito Apple. Nel frattempo, a noi osservatori qualunque questo passaggio racconta però soprattutto altro: un bisogno atroce di identificarsi in qualcosa di fico, che ci assorbe al punto da farci sembrare dei poveri pupazzi idioti. Alla faccia, come fa notare giustamente Grasso, del Think Different.